La minaccia di BretonLa Commissione annuncia regole più stringenti se Facebook non combatterà la disinformazione

Zuckerberg chiede all'Europa di creare uno standard occidentale per evitare che sia la Cina a dettare le regole del mondo tech. Il commissario europeo al mercato interno risponde chiedendo passi in avanti concreti contro fake news e potere di condizionare la concorrenza: «Mark sarà l’unico responsabile delle sue scelte»

Thierry Breton e Mark Zuckerberg ci hanno messo un po’ prima di punzecchiarsi. Molti aspettavano il dibattito tra il commissario europeo al mercato interno e il proprietario di Facebook e Instagram. La “videochiamata” in streaming su Youtube, organizzato dal think tank europeo indipendente Cerre non è paragonabile all’audizione al Congresso di qualche anno fa, ma ha regalato almeno tre sorprese. 

Primo, Zuckerberg ha chiesto all’Europa di stabilire delle regole per i social network che creino uno standard occidentale. Secondo, Breton, ha spiegato che l’Europa non deve adattarsi ai Big tech ma viceversa. E tutti gli sforzi fatti finora da Facebook per combattere le fake news non saranno mai abbastanza perché è un tema decisivo per la sopravvivenza della democrazia. Se le promesse saranno disattese la Commissione europea farà tre cose: regolerà, regolerà, regolerà.

«Alla fine della giornata, se non riusciremo a trovare un accordo ovviamente regolamenteremo. Ogni Ceo rimane da solo con le sue scelte, e Mark sarà l’unico responsabile» di aver fatto o meno una due diligence adeguata delle sue decisioni, spiega Breton. Terzo la Commissione monitorerà con ancora più attenzione i Big tech «Sono stato anche io un ceo. Non siate troppo furbi, pagate le tasse e non andate nei paradisi fiscali».

Il dibattito non è mai stato teso, anzi. I due hanno spiegato fin da subito la forte collaborazione tra Commissione europea e i Big Tech nell’affrontare la crisi. «Quello che abbiamo apprezzato del Commissario “Thier” è che non ha agito solo rispettando i regolamenti ma è stato molto proattivo», rivela Zuckerberg spiegando che Facebook ha individuato e segnalato nella timeline dei suoi utenti tutte le campagne informative dei governi europei e mondiali. «Il nostro programma indipendente di fact checking ha fornito 50 segnalazioni di contenuti falsi riguardo il covid-19».

Non solo. Zuckerberg spiega che Facebook ha condotto per delle università dei sondaggi su larga scala ai propri utenti per chiedere loro come si sentissero fisicamente. «Nessuno ha la capacità di poter fare test a tutta la popolazione, ma chiedendo a un vasto numero di persone i loro sintomi, possiamo  aiutare i governi e gli enti locali a capire se possono allentare le restrizioni o rafforzarle».  L’intento è nobile, ma il rischio è quello di avere accesso ai dati sensibili di milioni di persone. Per evitare il polverone, Zuckerberg chiarisce subito che Facebook non ha accesso alle risposte dirette degli utenti sui sintomi «Non ci interessa mica vedere i singoli dati sensibili, vogliamo aiutare gli accademici a usare queste informazioni nel modo giusto».

Mentre il fondatore di Facebook elenca con precisione robotica i successi guardando fisso la telecamera, il commissario appare indaffarato: si agita, toglie e mette gli occhiali, sposta fogli, gesticola. Si sente così a suo agio da non ricordarsi che il microfono è acceso mentre chiede ai suoi assistenti come sta andando.

Breton ricorda che è stata la Commissione europea la prima a chiedere agli amministratori delegati delle piattaforme streaming e dei social network di non riprodurre di default i loro video in Hd per non consumare la connessione. «A inizio marzo quando nessuno si sarebbe immaginato una situazione del genere. Abbiamo sentito i ceo di Netflix, “of course” Disney, of course “Mark”,e  Yahoo. Siamo nello stesso Pianeta. Sono rimasto impressionato dalla risposta. In 24 ore hanno tutti detto sì».

I convenevoli finiscono quando si parla del ruolo del mondo tech nella fase 2. A fare la prima vera domanda scomoda del dibattito non è il conduttore ma una persona “del pubblico”, tramite hashtag: i social network svolgono tante attività diverse, dovrebbero per questo avere regolamenti variabili in base ai servizi che offrono?  «No», ha risposto secco Breton. 

«Le aziende devono imparare a discutere con noi, a cooperare con noi e “Mark”, lo sa molto bene. Noi apprezziamo il tuo business, ma non siamo noi a doverci adattare voi, quanto viceversa. Noi siamo una democrazia che rappresenta 450 milioni di persone e dobbiamo assicurare che questo sistema democratico continui nel tempo. La regolamentazione ex ante ha funzionato bene per le telecomunicazioni e lo faremo anche con le piattaforme online. Abbiamo imparato a camminare insieme in questa crisi rispettando ciò che siamo. Il meno dovrò regolare, meglio sarà». Tradotto se Commissione e Big tech non riusciranno a trovare un accordo,Bruxelles regolerà in modo stringente. 

Zuckerberg non cerca lo scontro, anzi. Ammette che il 2020 non è il 2004, i social network hanno miliardi di utenti, l’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante. Ed elenca i progressi fatti. 

I suoi 30mila dipendenti possono individuare e segnalare  i contenuti dannosi più facilmente rispetto a qualche anno fa. l’80 per cento di questi post o video viene intercettato  «prima che qualcuno lo noti» e addirittura se un contenuto viene segnalato come falso viene inviata una notifica a chiunque nel recente passato ha guardato quel contenuto per segnalare l’errore. 

Insomma, Zuckerberg rivendica il lavoro fatto ma chiarisce un punto: Facebook ha creato 21 categorie per definire un contenuto dannoso: fake news, l’hate speech, terrorismo, sfruttamento minorile. Temi diversi tra loro per cui non è facile formare dei dipendenti e sviluppare intelligenza artificiale in grado di capire al volo il pericolo di questi contenuti pubblicati da miliardi di utenti nello stesso momento.  «Siamo un’azienda privata non dovremmo decidere noi quali contenuti devono esserci. Servono regolamenti nazionali».

Il fondatore di Facebook annuncia anche di aver creato un “Indipendent oversight board”. Un gruppo di 20 persone di differenti nazionalità e background (c’è anche l’ex premier danese Helle Thorning-Schmidt) che studieranno «dozzine o centinaia di casi all’anno particolarmente significativi poiché senza precedenti o particolarmente significativi». Una specie di corte suprema indipendente a misura di social network.

Bene, ma non basta, fa capire Breton. «Non faremo mai abbastanza sul tema della disinformazione, un tema fondamentale per la democrazia. Alla fine per convincere il Parlamento e le altre istituzioni dovrete mostrare progressi concreti. Quello che dovete fare è mostrare che ci sono de veri progressi concreti o dovremo regolare». 

I due si trovano però d’accordo su un punto: creare un modello occidentale e non permettere che la Cina detti le regole del nuovo mondo tech. Zuckerberg fa capire che l’Occidente deve elaborare al più presto un quadro chiaro che possa diventare standard in tutto il mondo e si contrapponga a un certo tipo di disinformazione che viene da alcuni Paesi. «Serve un new digital deal. Quale modello vincerà nel futuro? Giusto per essere sincero, penso che stia uscendo un modello che proviene da paesi come la Cina con valori molto diversi rispetto ai Paesi occidentali che sono più democratici. E potrebbe diffondersi in altri Stati».

Infine il commissario al mercato interno ha fatto capire che il suo lavoro è quello di far sì che tutti abbiano un giusto accesso al social network per vendere i loro prodotti. Un portoghese deve poter vendere in Polonia, un ungherese in Francia senza trovare ostacoli. Come succede negli altri settori del mercato unico. Perciò i nuovi strumenti che Facebook intende usare per aiutare le piccole e medie imprese che sponsorizzano i loro post su Facebbook dovranno essere ben calibrati. «Perché potrebbero distruggere l’accesso al mercato e la competizione europea».

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