From farm to forkIl piano della Commissione per convincere gli agricoltori a usare meno pesticidi

Bruxelles presenta l'agenda 2030 e promette di dimezzare l’utilizzo di sostanze chimiche nei campi e degli antibiotici per l’allevamento. Un modo per salvare il Pianeta senza desertificare le tasche dei contadini. Le aziende sono però scettiche

Commissione europea

Cosa fa l’Europa per l’ambiente? Difenderlo è una storia che comincia fra i campi e finisce nei nostri piatti. Per chiarire che si fa sul serio basterebbe ricordare come un quarto del bilancio dell’Unione sia ascritto al contrasto al cambiamento climatico. L’agenda 2030, presentata ieri dalla Commissione europea, scrive una risposta per i settori della Biodiversità e della Filiera alimentare. Lo fa con cifre, senza retorica, promettendo di dimezzare l’utilizzo dei pesticidi chimici quanto degli antibiotici, per agricoltura e allevamento. 

Le strategie sono due, ma rientrano nello stesso disegno: salvare il pianeta senza desertificare le tasche dei contadini. La lista di obiettivi va in coppia con canali di finanziamento per irrigare i comparti cui si chiede uno sforzo storico. «Tutte le transizioni hanno un costo, ma quello dell’inerzia sarebbe deleterio», ha spiegato la commissaria alla Salute e alla Sicurezza Alimentare, Stella Kyriakides. In prospettiva, puntellare gli ecosistemi contribuirà a rimettere in piedi il continente. 

 

Anche Frans Timmermans, vice presidente della Commissione europea con delega allo European Green Deal, sottolinea la regia bifronte del piano. Ecologico è bello, ma pure remunerativo. «Non sono imposizioni, non diciamo alla gente cosa deve fare, ma come può compiere scelte migliori e informate. Bloccare la crisi della biodiversità, per evitare le zoonosi (cioè le malattie infettive degli animali che possono trasmettersi all’uomo, come avvenuto per la Covid19) e fermare la distruzione della natura, è la conditio sine qua non per la neutralità climatica, ma anche un’opportunità economica». 

L’agricoltura è responsabile del 10,3 per cento delle emissioni di gas serra dell’eurozona. Punta ad abbassare questa percentuale il programma Farm to Fork, proteggendo – come suggerisce il nome (italianizzabile in «dalla fattoria alla forchetta») – sia i produttori sia i consumatori. Secondo Kyriakides si tratta dell’occasione per le aziende agricole europee di diventare «leader globali» e, quindi, garantirsi un futuro. 

In numeri. Entro fine decennio, al settore si chiederà un taglio del 50% dei pesticidi chimici e una riduzione almeno del 20% nell’impiego dei fertilizzanti, per preservare la fertilità del suolo. Dovranno dimezzarsi anche le vendite, e di riflesso il consumo, di antibiotici nell’allevamento e nella acquacoltura, che riguarda pesci, crostacei e alghe. Infine, la missione è estendere il regime biologico a un quarto della superficie coltivabile totale. 

 

In parallelo corre lo sviluppo digitale: tutte le aree rurali dovranno avere accesso alla banda larga. Verrà modificata la direttiva sull’uso dei pesticidi, rafforzando alternative meno impattanti per la gestione integrata degli animali infestanti. E saranno aggiornati gli indicatori di rischio che risalivano al 2009, in particolare per quanto concerne l’inquinamento: quando sono contaminate aria e acque si mina inesorabilmente la salute umana. 

La Commissione stima di spendere 10 miliardi in ricerca e innovazione su cibo, bio-economy e sicurezza alimentare. Sul fronte del consumo di massa, proporrà una nuova etichettatura dei prodotti. Questo formato conteggerà le ricadute nutrizionali, a favore di una dieta equilibrata, ma pure quelle ambientali e sociali. Le aziende saranno tutelate da «filoni di finanziamento – promette Kyriakides –. Senza agricoltori non avremmo un pianeta sano, nessuno deve rimanere indietro». 

Si chiama Biodiversity la seconda strategia. In dati, ha lo scopo di ampliare il network comunitario «Natura 2000» per arrivare a coprire, rendendolo zona protetta, il 30% del territorio europeo, inclusi mari, laghi e fiumi. Verranno sorretti gli interventi sugli ecosistemi in crisi. Si propone, per esempio, di piantare 3 milioni di alberi. O di ristorare 25 mila chilometri di corsi d’acqua perché tornino «free-flowing», cioè più puliti e percorribili senza intoppi sia alla corrente sia agli animali che li abitano.  

 

Sorvegliare le filiere sotto l’ombrello di «Natura 2000», stima Bruxelles, varrebbe fra i 200 e i 300 miliardi di euro per anno. Gli investimenti del programma – finanziato dall’Ue all’interno di un capitolo, quello ambientale, da 20 miliardi di euro all’anno –, hanno il potenziale di creare mezzo milione di posti di lavoro. Dieci miliardi per dieci anni favoriranno l’economia circolare a trazione green. «Non possiamo chiedere al resto del mondo di salvaguardare le sue foreste primarie se non proteggiamo quelle poche che ci rimangono», il punto del commissario all’Ambiente, Virginijus Sinkevičius. 

«Siamo pronti a raccogliere la sfida ambiziosa che ci lancia oggi la Commissione europea, ma non a qualunque prezzo – ha commentato l’eurodeputato dem Paolo De Castro, coordinatore di S&D nella commissione Agricoltura –. Dobbiamo superare la dicotomia assurda che si sta venendo a creare tra la riforma della Politica agricola e le misure derivanti da questa strategia: abbiamo bisogno di integrare questi due processi per garantire ai nostri agricoltori un quadro normativo coerente, onnicomprensivo e certo».

 

 

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