Forze (dis)armateL’impatto del virus sul budget della Difesa (e sulla sicurezza geopolitica dell’Italia)

L’Italia oggi spende circa 20 miliardi di euro, poco più dell’1% del Pil. L’esercito conduce molte e importanti missioni all’estero e avrebbe bisogno di maggiori investimenti, ma il governo potrebbe imporre tagli per la crisi economica

Tiziana Fabi/Afp

È difficile immaginare che il mondo dopo il coronavirus diventerà un posto più sicuro. L’Italia, seconda nazione europea per missioni all’estero dopo la Francia, è tradizionalmente esposta in teatri di guerra (le aree più pericolose dove oggi sono presenti le Forze Armate italiane sono l’Iraq, la Libia e la Somalia), ed è riconosciuta come un partner efficiente e affidabile. 

Negli ultimi anni, la capacità militari di attori statuali (e non) è diventata molto più rilevante rispetto al passato, specialmente in alcune zone di interesse strategico italiano. La tendenza, nonostante il coronavirus, non cambierà; basti pensare alla Libia, dove ormai sono presenti in pianta stabile elementi legati all’esercito turco, emiratino e russo, che schierano mezzi sempre più sofisticati.

Consapevoli del ritardo accumulato dall’esercito italiano, soprattutto per quanto riguarda l’equipaggiamento e i mezzi, negli ultimi due anni i governi Conte I e Conte II hanno leggermente aumentato i finanziamenti alla Difesa (qui un resoconto di Analisi Difesa). Ma la tendenza potrebbe essere interrotta a causa del coronavirus.

Secondo un consigliere del governo britannico, citato dall’Atlantic in un lungo articolo sui rischi geopolitici post pandemia, i governi occidentali che hanno l’ambizione di restare influenti in politica internazionale avranno «molti più problemi di prima ma meno soldi per affrontarli». 

L’Italia non fa eccezione, e si troverà presto di fronte a una scelta: continuare ad ammodernare le proprie Forze Armate o ritardare investimenti che però appaiono necessari in molti comparti. 

«La spesa militare va analizzata sul lungo periodo: un taglio oggi, soprattutto nel comparto investimenti, si ripercuote sulla nostra capacità tra cinque o sei anni. In questo momento a preoccupare non è tanto il budget che verrà stanziato quest’anno, visto che il patto di stabilità è sospeso e forse tagli alla spesa pubblica non ne avremo, quanto quello dell’anno prossimo e di quelli successivi», dice Alessandro Marrone, Responsabile del programma di difesa all’Istituto affari internazionali di Roma.

Nel comparto difesa, tuttavia, non c’è molto margine. L’Italia oggi spende in circa 20 miliardi di euro, poco più dell’1% del Pil, e la maggior parte dei fondi (più del 70%) è utilizzata per pagare gli stipendi. Un budget molto al di sotto dei requisiti Nato (2% del Pil).

«Per molti anni abbiamo visto tagli alle spese di esercizio, cioè la manutenzione degli equipaggiamenti e dei mezzi, perché è una delle poche voci di bilancio che si può toccare, così come quella degli investimenti. Il punto è che la spesa militare ha forti ricadute sull’industria. Si tratta di scelte strategiche complessive, ridurre gli investimenti implica diminuire livelli occupazionali, ricerca e sviluppo, insomma le nostre capacità industriali. Tuttavia è possibile che il governo sia costretto a tagliare», spiega Gianandrea Gaiani, esperto di questioni militari e direttore del sito Analisi Difesa.

L’Italia ha avviato, negli ultimi due anni, diversi ammodernamenti, soprattutto nell’Esercito, che lamenta da tempo «uno stato di sofferenza causato da anni di prolungato sotto-finanziamento, da cui deriva una posizione di arretratezza tecnologica tale da porre a rischio l’interoperabilità con le forze terrestri dei Paesi alleati e con le stesse Forze Armate consorelle».

Per colmare l’arretratezza tecnologica, la Difesa ha approvato un progetto che allungherà la vita dei carri armati Ariete, entrati in servizio tra il 1995 e il 2002, fino al 2030, con uno stanziamento iniziale di 35 milioni di euro per testare l’ammodernamento sui primi prototipi. L’Esercito ha attualmente a disposizione circa 200 carri; se, come sembra, si vorrà lasciare intatta questa capacità, la spesa sarà rilevante e continua nel tempo (secondo il documento programmatico pluriennale 2018-2020 420 milioni di euro fino al 2028).

Stesso discorso vale per i blindo armata Centauro, veicoli corazzati che si muovono su ruota. L’Esercito ne ha in dotazione circa 300 che, essendo a fine vita, dovranno essere sostituiti. Li produrrà il consorzio Iveco – Oto Melara (CIO), partecipato al 50% da Leonardo, che nel 2018 ha concluso il primo contratto dal valore di 159 milioni di euro per la produzione di 10 esemplari. Il programma prevede l’acquisto in totale di 136 veicoli entro il 2033.

La pianificazione è costosa e prevede anche scelte strategiche e industriali, un discorso che non vale soltanto per l’Esercito, ma anche per la Marina e per l’Aeronautica: «Il problema della difesa italiana è che i programmi pluriennali non sono finanziati nella loro integralità, ma dipendono di anno in anno dalle leggi di stabilità. A questo va aggiunto il tema industriale: il mercato interno compra circa il 20% della nostra produzione, mentre altre nazioni, come Francia e Regno Unito, assorbono una quota molto più importante della produzione nazionale. Ciò vuol dire che, per mantenere i livelli occupazionali e avere risorse per fare investimenti, devi esportare, con tutti i problemi che questo comporta», dice Gianandrea Gaiani.

L’industria della difesa dipende largamente dalle scelte strategiche che compie il governo. L’esempio del carro armato Ariete è emblematico: cosa fare quando anche gli interventi migliorativi citati prima non basteranno più? Ne costruiremo uno nuovo in consorzio con altri paesi o compreremo quello già prodotto da altri?

Alessandro Marrone, curatore di una monografia pubblicata dall’Istituto affari internazionali sul tema, spiega che si tratta di una scelta politica molto rilevante: «L’esercito italiano ha bisogno di un carro armato, al momento non è pensabile farne a meno. In Europa Francia e Germania hanno firmato un accordo per produrre un carro di nuova generazione, ma è un accordo esclusivo, gli altri Stati europei non possono entrare nella produzione. Dobbiamo quindi decidere se mettere in campo un consorzio con altri Stati europei, oppure comprare il loro prodotto o quello di altri, una strada che però comporta rischi operativi (siamo legati al loro progetto e non possiamo adattarlo alle nostre esigenze)».

Un progetto autonomo, tuttavia, ha dei costi, ricorda Gianandrea Gaiani: «È una scelta: consideriamo strategico per l’Italia costruire carri armati sul territorio nazionale? Se lo è allora sono necessari investimenti cospicui e un piano serio di export o una partnership con altre nazioni in grado di assorbire la produzione». 

Lorenzo Guerini, poco dopo essere stato nominato ministro della Difesa, aveva subito fatto capire che parte del suo lavoro sarebbe stato dedicato a «far crescere la cultura della Difesa e la consapevolezza del ruolo che riveste per il sistema Paese».

Per il momento una rimodulazione del budget alla Difesa non è in discussione: «È troppo presto per discuterne», dicono dal ministero.

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