L’Unione fa la forzaLa proposta di PiùEuropa per creare una difesa comune europea

Un esercito unico del Continente non è un vecchio sogno federalista, ma una necessità urgente di oggi per fronteggiare problemi di sicurezza legati al deterioramento dell’ordine politico di Paesi a sud e a est dei confini dell'Unione

Nel settantesimo anniversario della “Dichiarazione Schuman”, che il 9 maggio 1950 segnò l’avvio del processo comunitario, PiùEuropa ha lanciato cinque petizioni federaliste ,perché l’Ue avanzi nel processo di integrazione politica e economica, e un disegno di legge per far diventare Festa nazionale in Italia la Giornata dell’Europa, fissata proprio il 9 maggio. Questa settimana presentiamo la petizione per una difesa comune europea.

«Destabilizzazione di aree confinanti, pressioni migratorie, conflitti o aggressioni che minacciano gli Stati membri». Sono solo alcune delle emergenze che l’Unione europea deve affrontare senza disporre di strumenti coerenti e adeguati. Sullo sfondo, l’esempio libico e siriano, cioè quello di due scenari di guerra civile trasformati in piattaforme di penetrazione strategica da parte di antagonisti (e nemici) dell’Ue: la Russia, la Turchia e l’Iran.

Se quello di un esercito europeo è un vecchio sogno federalista, la sua necessità oggi emerge, più che dall’esigenza di difendersi dal rischio di un attacco militare diretto, da quella di fronteggiare problemi di sicurezza legati al deterioramento dell’ordine politico del vicinato orientale e mediterraneo. Per la difesa propriamente detta, non è neppure all’ordine del giorno la possibilità (o l’opportunità) di emanciparsi dalla tutela della Nato, che rimane imprescindibile. 

Invece, per quanto riguarda la sicurezza, l’assenza di uno strumento militare europeo espone l’Ue a rischi di tipo diverso, anche se non direttamente militari, e la priva di qualunque capacità di intervento dove gli interessi della Nato non sono direttamente in gioco o le iniziative dei singoli stati membri (come nel caso della Libia) sono in contrasto le une con le altre, pregiudicando il perseguimento dell’interesse europeo.

Partendo da questa premessa, PiùEuropa ha promosso una petizione, in occasione del settantesimo anniversario della “Dichiarazione Schuman”, per la costituzione di un esercito comune europeo su due principi fondamentali: la sua piena integrazione nella costruzione dell’Unione, con l’attribuzione delle responsabilità di ingaggio e controllo alle istituzioni Ue; l’esclusione dell’opzione di un coordinamento di segmenti di eserciti nazionali, a favore dell’opzione della creazione ex nihilo di un esercito comune, composto di ufficiali e di soldati europei.

«Le esperienze precedenti di integrazione di corpi militari plurinazionali», si legge nella petizione «non sono state convincenti in ragione, principalmente, della permanenza del legame delle diverse ’parti’ con i rispettivi governi».

Non di tratta, spiega Olivier Dupuis, deputato europeo radicale per due legislature tra il 1996 e il 2004 e attualmente componente della Direzione di PiùEuropa, di costruire un “esercito unico” che si sostituisca a quelli nazionali (anche nei rapporti con l’Alleanza Atlantica), ma di un “esercito comune” al servizio di interessi di sicurezza europei, cioè comuni a tutti gli stati membri.

Per l’istituzione di questo esercito, l’ipotesi avanzata è quella di attivare la procedura della Cooperazione rafforzata, prevista all’art. 20 del Trattato sull’Unione europea (Tue), che consente ad alcuni stati di procedere, con il consenso di tutti gli altri, ma non necessariamente attraverso la loro partecipazione.

Di un esercito di questo tipo, dicono a PiùEuropa, la necessità è tanto reale quanto percepita. Reale perché le minacce sono costanti, e i singoli stati non sono in grado di fronteggiarle. Percepita perché la lamentazione sull’inanità dell’Europa sui temi della sicurezza rinfocola il pregiudizio antieuropeo e indebolisce ulteriormente l’immagine delle istituzioni dell’Ue. 

La costituzione di questo esercito potrebbe inoltre costituire un forte incentivo alla concentrazione delle industrie militari nazionali in seno a gruppi europei e “armare” una politica estera europea, che l’assenza di strumenti di intervento rende inconsistente e puramente diplomatica.

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Linkiesta Paper Estate 2020