Impastare per unoMai stati così single, storie singolari dalla fase 1

Com’è andata la Fase 1 per chi vive da solo ed è stato costretto a condividere con se stesso queste lunghe settimane sospese? Quattro storie che raccontano la reclusione

Come dimostra la fissazione sui “congiunti” degli ultimi annunci governativi, in Italia la famiglia tradizionale rimane il modello di tutte le cose, provvedimenti per la Fase 2 inclusi. Eppure, nel nostro paese il 33% delle famiglie è composto da una singola persona, che in solitudine ha affrontato gli ultimi due mesi di reclusione forzata e distanziamento sociale.

Se nutrirsi è indispensabile, cucinare per uno è un esercizio di cura di sé sottovalutato: nella mentalità comune la tavola è sinonimo di convivialità, e mangiare da soli equivale a un tradimento del patto sociale. Anche oggi che i libri di ricette coprono pressoché ogni nicchia alimentare – dalle cucine regionali indiane fino al crudismo di stretta osservanza – l’idea di un ricettario per single evoca lo scenario un po’ desolante di un’esistenza trascorsa tra il microonde e il divano. Oppure tocca buttarla sull’autoironia, la più evoluta arma di difesa: come fa già dal titolo Manuale di sopravvivenza (in cucina). Ricette per single trentaquarantenni metropolitani sessualmente attivi” di Marco Colantuono e Valentina Santomo, edito da Giunti in un’epoca ante-coronavirus in cui il sesso fuori dal matrimonio non era ancora fuorilegge. Benedette le eccezioni, come il nostro beniamino Yotam Ottolenghi (di cui abbiamo già parlato qui) che sul The Guardian ha pensato anche a ricette monoporzione.

Qui abbiamo raccolto quattro testimonianze di single (tutti di Milano, la città dove la gente si sente più rappresentata dal 15 febbraio che da San Valentino): c’è chi ha smesso di cucinare per i like su Instagram e ha cominciato a farlo per sé, chi è diventato vegetariano, e anche chi rivendica il diritto di impastare per uno. Insomma, se anche in quarantena tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni “famiglia unipersonale” fa a modo suo (eppure a tutti, pare, manca tantissimo il cibo asiatico).

Ludovica, 56 anni

Il piatto che mangio più spesso: polpette di pollo

Guilty pleasure: Viennetta

Cosa mi manca: La colazione al bar, e il cibo non italiano

Non trovo mai ricette in dosi per uno, e non sopporto la raccomandazione di mettere ciò che avanza nel congelatore – il mio è minuscolo e inaffidabile. Dalla mia famiglia d’origine ho ereditato questo vezzo da nobiltà decaduta per cui detesto “gli avanzi” e “la cucina del riciclo”, così popolari di questi tempi.

Non voglio ingrassare e quindi non faccio una torta, altrimenti ne dovrei mangiare una fetta al giorno per otto giorni – o più facilmente mezza un giorno e mezza un altro. Non sono molto brava a limitarmi, quindi ho cominciato a fare acquisti in base a quel che trovo in confezioni da uno: niente gelato in vaschetta, sì invece alle monodosi, come il Cremino. Non il sacchetto intero di patatine, ma i mini-sacchetti di San Carlo 1936, o il pacchetto di cracker. A parte la barriera in cellophane della confezione singola che mi dà un limite (scusa Greta per tutta questa inutile plastica!), credo ci sia anche una componente psicologica, un regresso all’infanzia: come la mamma che ti dà la merenda, insomma è come essere accudito da un altro, che sei sempre tu. Se mi manca condividere la tavola con qualcuno? In realtà, non tanto. In passato ero iper sociale, invitavo molto a casa, da alcuni anni mi sono stufata. E per certi versi ho sempre cucinato per uno: anche in famiglia, quando mio figlio era piccolo, cucinavo cose diverse per tutti lui, per me e per il mio ex marito. Ho letto da qualche parte che sarebbe una pessima abitudine: continuo a non capire perché: semplicemente, mi piaceva che ciascuno di noi potesse sempre mangiare la sua cosa preferita.

Giacomo – 32 anni

Il piatto che mangio più spesso: pasta al sugo di pomodoro fresco, cipollotto e tanto basilico

Guilty pleasure: Il Gorgonzola, ma solo una volta in tutta la quarantena

Cosa mi manca: un cinese hardcore

Amo cucinare e sono sempre stato molto attento a quello che mangio e mi preparo, quindi l’unica differenza di questa quarantena è il tempo a disposizione. Può sembrare paradossale visto che mangio solo, ma mi trovo a curare moltissimo tutti i dettagli dei miei piatti: voglio che siano molto belli, e non lo faccio nemmeno per i like su Instagram, lo giuro – ma solo per me, perché mi fa stare bene. Questa quarantena mi ha aiutato a mangiare in modo più ordinato, più vario e più curioso. Ho tempo per fantasticare e non credo di aver mai mangiato qualcosa di banale, a parte qualche petto di pollo alla griglia (ormai detto “alla Elisabetta Canalis”, da quando una rivista lo pubblicò attribuendone la ricetta alla showgirl). Per il resto, sperimento “viaggi” in tutto il mondo: dal pollo karaage alla giapponese, ai ravioli Xiao Long Bao che mi hanno fatto sentire a Shanghai. Quando sarà il momento di tornare alla vita normale, mi sono imposto niente più insalatone al bar sotto l’ufficio. Mi porterò sempre la schiscetta da casa: mai più cibo triste.

Caterina – 34 anni

Il piatto che mangio più spesso: riso basmati con verdure

Guilty pleasure: in una spesa online ho ordinato due pacchetti grandi di patatine, li ho mangiati tutti in una volta con una foga che mi ha un po’ allarmato. Da allora niente più snack

Cosa mi manca di più: il cibo asiatico

In questa quarantena sono diventata vegetariana. Uno dei primi giorni ho terminato una busta di (ottima) mortadella che mi era rimasta in frigo e poi non ho più comprato carne. È la prima volta: prima non lo sono mai stata, nemmeno per due giorni. Ho sempre provato senso di colpa, ma “me lo tenevo”: poi ho visto “Cowspiracy”, cioè l’ennesimo documentario che mostra la piaga dell’allevamento intensivo: nessuna sorpresa, ma mi ha fatto un effetto più profondo del solito. In questo momento sono più ricettiva, ho smesso di cercare di accantonare le cose che mi arrivano in faccia. Vivendo da sola e senza le distrazioni delle cene in compagnia, sto imparando a riconsiderare la mia idea di gusto, a smettere di concepire la carne come il picco del sapore.

Questo sforzo è reso più complicato dal fatto che – insomma – non so cucinare: ho sempre avuto una dieta molto basilare: insalata con tacchino, riso e verdure – il mio vertice era il risotto, se avevo ospiti. A Pasqua per solennizzare la circostanza ho tentato la torta Pasqualina, ma forse la pasta sfoglia era un progetto un po’ ambizioso: gli strati si sono incollati gli uni agli altri, alla fine l’ho scavata e ho mangiato solo il ripieno di carciofi e uova. Anche se non voglio diventare quel genere di persona vegetariana che mangia solo sostituti delle carne confezionati, una volta ho comprato i burger veg. Ho tirato fuori dal frigo un avanzo di cous cous in un tupperware di plastica, ci ho messo sopra un burger e ho infilato tutto in forno. Sono tornata dopo dieci minuti e la plastica si era sciolta completamente (forse pensavo al microonde?). Ho mandato la foto a mia madre che mi ha messo alla berlina su Instagram, chiedendosi pubblicamente dove avesse sbagliato.

Gerardo – 38 anni

Il piatto che mangio più spesso: pasta integrale al pesto

Guilty pleasure: niente alcol, bevo solo in compagnia. Mi resta un po’ di cioccolato prima di andare a dormire, e la Coppa del Nonno

Cosa mi manca di più: il sushi! Mi accontenterei anche di quello così-così, tipo All you can Eat

Prima di questa quarantena ero molto pigro: mangiavo surgelati e preparavo cose velocissime. In queste settimane invece spadello molto, perché lo trovo riposante. Lo scorso anno ho perso parecchio peso grazie a esercizio fisico e dieta, e cerco di continuare a rispettare il mio nuovo regime alimentare: quindi niente alcol (tranne una bottiglia a Pasqua) né dolci. Per festeggiare un po’ il weekend, anche io ho cominciato a fare la pizza, come il resto d’Italia: ho imparato i segreti di Lorenzo Sirabella, pizzaiolo del Dry Milano, che con la quarantena si è prestato a fare da tutor online. Il mio capolavoro è stata la pizza tricolore per il 25 aprile: a sinistra broccoletti, nel mezzo doppia mozzarella, a destra pomodorini. Per il resto, faccio cucina casalinga, piuttosto rustica: mi sono cimentato con la mozzarella in carrozza e con una ricetta del pollo al forno al limone che mi ha dato mia cognata. Grande novità: ho imparato a girare la frittata. Prima ci mettevo così poca attenzione che diventavano uova strapazzate, adesso ho imparato a capovolgerla con un piatto – non ci vuole poi molto. In queste settimane ho capito che la cucina non è una cura che devo riservare solo per gli altri – è una cosa anche per me.

 

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