Cash outPeter Luger accetta le carte di credito: è la fine di un mondo. O l’inizio di un altro

Ci sono voluti 133 anni e una pandemia per convincere la più celebre insegna della carne newyorkese a introdurre il pagamento digitale nel suo locale di Williamsburg, che per ora resta chiuso ma ha iniziato un servizio di delivery

La guida Michelin, per descrivere Peter Luger, a cui ha assegnato una stella nel 1984, usa toni trionfalistici, e nonostante il critico del NYTimes Pete Wells a fine 2019 l’abbia declassato con un clamoroso ‘zero’, questa steakhouse rimane senz’altro un punto di riferimento assoluto per chi vuole scoprire il mondo della carne all’americana.

Aperta nel 1887 da Carl Luger, divenne rapidamente un punto di riferimento del quartiere di Williamsburg, a prevalenza tedesca. Ma fu con l’apertura del Williamsburg Bridge nel dicembre del 1903 che una nuova folla di uomini d’affari attraversò l’East River da Manhattan e fece crescere ancora di più la già ampia clientela del locale, rimasto pressoché identico a se stesso fino agli anni ’50. Alla morte di Carl sembrava tutto finito ma il giovane Forman, la cui famiglia dal 1920 aveva l’azienda proprio nei pressi del locale, decise di tentare la fortuna all’asta per la vendita di quello che era diventato nel tempo il suo ristorante preferito. Unico all’asta, Sol Forman si aggiudicò l’immobile e da allora lui e la moglie Marsha portarono avanti il ristorante con grande successo.

Qui non servono solo bistecche che la Michelin definisce leggendarie, ma vi fanno vivere un pezzo di storia americana: questi tavoli raccontano di riunioni di famiglia, incontri tra amici, accordi commerciali, successi celebrati, festeggiamenti, fidanzamenti e divorzi.

Suggestivo e autentico, è per definizione sempre stato “vecchio stile”: comande prese a mano, carte di credito bandite. Pare che uno dei motivi per cui Walls l’abbia declassato a zero sia stato proprio questo incaponito rifiuto di passare alla modernità digitale (oltre alle interminabili attese e all’atteggiamento non esattamente cordiale dei camerieri).

Eppure, quello che non poté la critica, ha potuto il coronavirus: è di qualche giorno fa la notizia che anche questo ultimo avamposto del pagamento coi ‘verdoni’, in cui si poteva solo pagare in contanti, si è arreso alla rapidità e all’igiene del pagamento elettronico.

Chiuso per Covid, il ristorante ha iniziato a fare take e un delivery con la app di consegna Caviar, di proprietà di DoorDash, servizio utilizzato dai locali di fascia alta.

«Solo con la carta di credito potevamo garantire le migliori pratiche di sicurezza», ha dichiarato Berson, pronipote di Sol oggi alla guida dell’impero. E si commuove pensando che nonostante non si sappia ancora quando potrà riaprire le sale del ristorante, ha potuto vedere alcuni dei suoi dipendenti tornare al lavoro: «È come una famiglia. Trascorriamo più tempo al ristorante l’uno con l’altro di quanto ne passiamo normalmente con le nostre famiglie.» Sarà questo il vero segreto del locale, intatto da 133 anni? Di sicuro la nuova versione digitale è un passaggio epocale, che darà un nuovo volto all’esperienza a questi tavoli, almeno al momento del conto.

Per il resto, se non ci siete mai stati, vi basterà leggere le parole di Cognetti, nel suo ‘Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest’, EDT, per metterlo tra gli appunti di viaggio, non appena si potrà partire. Ve le lasciamo qui, ma non accontentatevi. Prima di prenotare il volo leggete il libro: è una miniera di spunti di cibo e di itinerari newyorkesi tutto da scoprire. 

Vai da Peter Luger, mi dice Howie dandomi una pacca sulla spalla. Fidati. È un po’ costoso, ma dopo mi ringrazierai. Altro che un po’ costoso: novanta dollari per una bistecca in due. Ci vado, a Williamsburg, davanti a Peter Luger, ma mi fermo fuori dalla porta, a studiare il menu con le mani ficcate nelle tasche del giaccone. Dieci dollari per un contorno di patate. Dieci per una birra, sedici per un cocktail, e non parliamo del vino. Con le tasse e la mancia qui si arriva a 150 forse 200 dollari in due, sempre che trovi un compare disposto a dividere la bistecca con me. All’ingresso un enorme usciere nero mi scruta con sospetto: lo vede che non me la posso permettere, una cena da Peter Luger, e infatti quelli che ne escono sono tutti uomini di mezza età in giacca e cravatta e dall’aria danarosa. E non sono venuti pedalando. La Broadway in bicicletta (la Broadway di Brooklyn, dico, non quella di Manhattan famosa per i teatri) è una sfilata di negoziati ebraici all’ombra della sopraelevata. Molte serrande abbassate, una legatoria di libri religiosi, un fornaio con la barba e i boccoli che fuma fuori dal suo panificio. Sopra passano i treni che vanno verso l’isola. Il ristorante di Peter Luger (fondato nel 1887) e la banca-cattedrale che sta lì di fronte, sono gli ultimi testimoni dei fasti di Williamsburg e delle sue radici germaniche: era una cittadina di commercianti tedeschi prima di essere annessa a New York nel 1898 e poco dopo collegata al Lower East Side con un ponte. Ne divenne il quartiere gemello, altro formicaio di miserabili. Ci sarà stato da sgomitare, a quei tempi, davanti alle finestre di Peter Luger. Oggi qualche isolato più a nord comincia la rive gauche di New York, l’ex quartiere degli artisti che detta le mode di Brooklyn; appena più a sud invece c’è il mondo a parte della chassidim, una Varsavia d’inizio Novecento dentro una palla di vetro. In mezzo, bistecche da novanta dollari. Ci penso su, Howie, va bene? Pedalo via con tutta la leggerezza della mia pancia vuota, su una rampa ciclabile del ponte, dritto verso l’Occidente e i suoi fast-food”.

Paolo Cognetti, Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest, EDT

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