Approccio comunePiùEuropa chiede di far gestire all’Unione le emergenze sanitarie

Il partito lancia una petizione per creare un sistema di coordinamento e di pronto intervento sovranazionale, modificando i trattati e rendendo la tutela della salute dei cittadini una competenza concorrente con quella degli Stati membri

Nel settantesimo anniversario della “Dichiarazione Schuman”, che il 9 maggio 1950 segnò l’avvio del processo comunitario, PiùEuropa ha lanciato cinque petizioni federaliste, perché l’Ue avanzi nel processo di integrazione politica e economica e un disegno di legge per far diventare Festa nazionale in Italia la Giornata dell’Europa, fissata proprio il 9 maggio. Oggi presentiamo la petizione per la gestione europea delle emergenze sanitarie. 

 

Tra i tanti aspetti tragici dell’emergenza Covid, se ne sono aggiunti alcuni ridicoli e grotteschi, come le mascherine e i dispositivi medici contesi e fermati ai confini interni dell’Unione, e dopo poche settimane anche ai confini interni dei singoli stati (tra le regioni italiane, ad esempio). Ma dietro gli sgarbi tra istituzioni nazionali e locali, emergeva la sostanziale incapacità della gran parte degli stati membri di fronteggiare efficacemente l’epidemia.

 

Da questo punto di vista, anche il Covid-19 ha dimostrato l’inanità dell’ideale sovranista.

 

Ed è proprio partendo dal tragico scenario degli ultimi mesi che +Europa ha promosso un’iniziativa per attribuire all’Unione europea effettivi poteri di governo delle emergenze sanitarie. Si tratta di un progetto articolato su tre livelli istituzionali, sostenuto da una petizione che riassume i termini della proposta e che è stata al momento sottoscritta in Italia da 150 docenti universitari (in larghissima parte giuristi, scienziati e medici).

 

La riflessione nasce dalla considerazione che la salute pubblica, intesa come salute dei singoli cittadini e delle collettività nel loro insieme, a fronte di una identica e comune esposizione a fattori di rischio – inquinamento atmosferico, cambiamenti climatici, epidemie e pandemie… – rappresenta a tutti gli effetti un bene pubblico.

 

Da questo punto di vista, la difesa da un virus contagioso e quella da un esercito invasore sono la stessa cosa perché i cittadini non sono “rivali” nell’utilizzo di questo bene e dei mezzi atti ad assicurarlo. Le strategie di contrasto, se funzionano, servono a tutti indistintamente, e se non funzionano danneggiano tutti indistintamente. E la dimensione europea costituisce dal punto di vista tecnico la dimensione minima per un governo efficiente di una pandemia negli stati europei.

 

Come ha dimostrato la progressione del contagio – tutti i paesi si sono “chiusi”, ma il virus è passato senza problemi da frontiere sbarrate – la “nazionalizzazione” delle strategie è stato un fattore di grave inefficienza e, dopo la fine del lockdown, la preferenza per accordi bilaterali o multilaterali di riapertura delle frontiere rischia di compromettere non solo il funzionamento del mercato comune, ma anche la razionalità delle politiche di contenimento sanitario.

 

Anche in questo caso, si può dire che l’Unione europea funziona dove c’è e non funziona dove non c’è. E dove non c’è, il suo “non esserci” al momento del bisogno si avverte pesantemente. Certo qualcosa già c’è, nel suo piccolo funziona, ma impallidisce nel confronto internazionale.

 

Oggi, in base all’articolo 168 del Trattato sul funzionamento dell’unione europea (Tfue), l’Unione può solo svolgere un’azione per «sostenere, coordinare o completare» politiche che rimangono di competenza nazionale, anche se riguardano “la sorveglianza, l’allarme e la lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero”.

 

Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), agenzia nata nel 2005, ha svolto un’importante – ancorché sconosciuto ai più – ruolo in questa fase, pur con un bilancio estremamente ridotto. Mentre l’Ecdc conta su 60 milioni di euro l’anno e meno di 300 dipendenti, la Cdc, il corrispondente americano, con sede ad Atalanta e succursali in ogni Stato, conta su un bilancio di 6 miliardi e mezzo l’anno, oltre che su 11 mila dipendenti.

 

La proposta di +Europa si fonda su un’architettura complessa, teoricamente legata a tre passaggi progressivi di implementazione. Il primo prevede il ricorso allo strumento istituzionale della cooperazione rafforzata per un sistema di coordinamento e di pronto intervento europeo, con la messa in comune di strumenti operativi e strategie di azione sovranazionali.

 

Il secondo step, che comporterebbe una modifica dei trattati, immagina una competenza concorrente dell’UE rispetto a quella degli Stati membri. Il terzo, idealmente, è la costituzione di un comparto sanitario europeo in senso federale.

 

Il 17 aprile il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che, tra le altre cose, suggerisce che vengano affidati all’Unione «maggiori poteri in caso di minacce per la salute transfrontaliere, con strumenti nuovi e potenziati». Il problema, insomma, è ora ufficialmente sul tavolo.

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