L’antieuropeoPer Di Maio, l’Europa è solo un bancomat da prendere a calci se non sputa soldi

Secondo il leader di PiùEuropa, il ministro degli Esteri «fa la questua, la sua agenda è portare l’Italia lontana da Bruxelles e sempre più vicina a Pechino, di cui si ormai fatto esplicito ambasciatore»

Filippo MONTEFORTE / AFP

Di Maio è il ministro degli esteri italiano. Di Maio non ha detto nulla quando il portavoce del ministero della Difesa russo ha minacciato esplicitamente un giornalista italiano e invece ha attaccato “la Germania” per un articolo su un giornale tedesco (che rilanciava peraltro tesi già propalate da Grillo su soldi europei e mafia). Di Maio, vice presidente del Consiglio in felice coabitazione con Salvini, incontrava i Gillet Jaunes quando mettevano a ferro e fuoco Parigi. Di Maio da vicepresidente della Camera, firmava per il referendum per uscire dall’Euro. Di Maio e i suoi a Bruxelles stavano con Nigel Farage durante la Brexit.

Di Maio, come di tante altre cose, non sa nulla del Mes, una istituzione di cui l’Italia è fondatore e tra i principali contributori, ma lui ha già deciso di rifiutare 36 miliardi a tassi di interesse un quarto di quelli di mercato, utilizzabili per spese sanitarie dirette e indirette in favore degli italiani. Miliardi da investire in strumenti diagnostici diffusi a tappeto, rapidi ed efficaci; per progettare o acquisire app e tecnologie per “tracciare” il virus; per potenziare le strutture sanitarie sul territorio e garantire la risposta delle terapie intensive in caso di recrudescenza del Covid-19; dotare scuole e aziende di strumentazioni di protezione individuale, e finanziare l’adeguamento degli spazi di lavoro o studio; adeguare e potenziare la strumentazione a disposizione delle case di riposo; assicurare le forniture di centinaia di milioni di mascherine a costi ragionevoli. Insomma, grazie ai finanziamenti del Mes disponibili in pochissime settimane potremmo uscire dal lockdown prima e meglio, ma al ministro degli Esteri intriso di cultura anti europea questo non interessa. E parrebbe nemmeno al Partito democratico, la cui linea è sempre meno distinguibile da quella del Movimento Cinque Stelle.

Di Maio, a differenza di noi federalisti europei, non ha mai voluto e non vuole gli eurobond, cioè il trasferimento di sovranità politica, fiscale ed economica da Roma a Bruxelles. Il leader del M5S, artefice di quota cento e reddito di cittadinanza, dei porti chiusi e della cancellazione della prescrizione, dello spreco miliardario che non ha comunque salvato Alitalia e che quasi chiudeva Ilva, oggi è “triste” perché l’Europa non è abbastanza solidale. Scrive al Financial Times per denunciare che sono emersi «egoismi e personalismi» nella Ue, non nel Governo Conte. I suoi governi, facendo peggio di quelli precedenti, hanno azzerato la crescita e massimizzato il debito e oggi senza mille miliardi di acquisti titoli della Bce che hanno in primo luogo beneficiato l’Italia, il Conte bis avrebbe già abbassato la saracinesca e non avrebbe avuto i soldi neppure per pagare le mascherine cinesi.

Alle operazioni della Bce e ai fondi disponibili dal Mes senza condizioni macroeconomiche, vanno aggiunti 400 miliardi a livello europeo per la disoccupazione (Sure) e le imprese (Bei). A questo si dovranno affiancare i fondi del Recovery Fund a cui l’Eurogruppo ha dato il primo via libera, 500 miliardi: Di Maio ci sa dire quale sia la posizione dell’Italia su questo Fondo? Chi lo gestirà e chi emetterà i titoli per finanziarlo con risorse comuni (obbligazioni europee come quelle del Mes, della Bei e quelle per Sure)? Un’altra istituzione ad hoc simil-Mes, sotto controllo dei parlamenti nazionali, o direttamente la Commissione europea sotto la supervisione del Parlamento, come vorrebbe chi vuole più Europa?

Di Maio il populista non spiega quale sia la sua idea per avere più Europa durante e dopo la pandemia. Non illustra una sua conversione politica in favore dell’integrazione europea, semplicemente fa la questua: chiede, anzi, pretende più soldi, e basta. La sua agenda è portare l’Italia lontana da Bruxelles e sempre più vicina a Pechino, di cui si è ormai fatto esplicito ambasciatore; e/o Mosca.

Noi federalisti siamo insoddisfatti e continueremo a batterci per avere più Europa, non perché vogliamo “più soldi” ma perché vogliamo più Governo europeo, anche sulla sanità, sul fisco e sull’economia; meno finta sovranità nazionale e più sovranità, politica ed economica, condivisa nell’Unione europea. Attenti però, come siamo sempre stati, a evitare che la nostra passione per un’Unione più forte, venga usata da coloro per i quali l’Europa di oggi, di cui fanno la caricatura, è il vero intralcio a disegni nazionalpopulisti di fuoriuscita dalla democrazia liberale.

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Linkiesta Paper Estate 2020