In smart working da 19 anniA casa non si è mai fatto nulla, ma ci offendiamo se qualcuno ce lo fa notare

Lavorando nel mio appartamento, la maggior parte dei giorni batto una fiacca, ma una fiacca, che nessun ufficio renderebbe possibile: il tempo d’andare a farmi la manicure, e poi a pranzo, e poi a salutare un amico, e la giornata è finita e non ho combinato niente, e domani è un altro giorno e si smarterà

Loic VENANCE / AFP

Parecchio tempo fa, un giorno in cui stavo cercando di convincerlo a incaricarsi in prosa della mia idea che il beppesalismo fosse la malattia senile del veltronismo, Filippo Ceccarelli – il più bravo a scattare polaroid dei politici italiani negli ultimi due secoli – mi rievocò una scena da una Leopolda: Sala che porta, da proiettare di sfondo al suo intervento, immagini in una delle quali mette lietamente un piede dentro la bocca d’un coccodrillo impagliato. 

Questa premessa per dire che non sono esattamente una beppesalista della primissima ora. 

Epperò. 

Epperò c’è di peggio. 

Sul mio desktop c’è una cartellina che raccoglie tutti i modi in cui l’umanità si rallegra, si sovreccita, si riempie la giornata offendendosi. Forse ci avrete fatto caso: è diventato il passatempo principale del nostro tempo, offendersi. Impettirsi. Prendersela. Convincersi che chiunque stia parlando, pure uno non al corrente della mia esistenza, ce l’abbia con me, proprio con me. 

Elenco non esaustivo di cose per cui gli esseri umani con pacchetto dati hanno notificato all’universo il loro essersi offesi negli ultimi giorni. 

I fan di Miriam Leone si sono offesi per una battuta sulle sopracciglia della loro prediletta. 

I giornalisti di Repubblica si sono offesi perché Carlo Calenda li ha pubblicamente redarguiti per sciatterie che lo riguardavano da loro pubblicate. 

Carlo Calenda si è offeso perché se non si offende quindici volte al giorno gli viene il mal di testa. 

Gli spettatori americani si sono offesi perché, scusandosi per un tweet del 2011 (offendersi non va in prescrizione) in cui diceva che non era più politicamente corretto dire «ritardati», ora bisognava dire «asiatici», l’autrice comica Megan Amram si era scusata sì con la comunità asiatica ma non con quella dei disabili. 

Il pubblico d’un influencer sardo s’è offeso perché l’influencer sardo aveva pubblicato un fotomontaggio (un meme, dicono i moderni) che includeva George Floyd. 

L’influencer sardo s’è offeso perché qualcuno ha osato pensare sia razzista (ci sono certamente altri solidi motivi per cui non ho ancora vinto un Nobel, ma non trascurerei il fatto che non me la vedo Toni Morrison a scrivere così tante volte «influencer sardo»). 

Quelli di destra (italiani) si sono offesi perché un cantante (nero, pare sia un dettaglio dirimente) s’è impappinato cantando l’inno. 

Quelli di sinistra (inglesi) si sono offesi perché, mentre le squadre giocavano con magliette sulle quali, al posto dei nomi, era stampato «Black Lives Matter», un ex calciatore (bianco) ha twittato la battuta «scommetto dieci sterline che il primo a segnare sarà Black Lives Matter». 

E tutti, ma proprio tutti gli italiani che mi sono passati davanti sui social media, tutti negli ultimi quattro giorni si sono offesi con Beppe Sala. 

Ho molti amici autori televisivi – che cioè di mestiere, ufficialmente, scrivono quel che va in onda. Sono persone perlopiù colte e spiritose, che fanno programmi perlopiù orrendi. Quasi nessuno di loro ha mai scritto una riga, per una ragione peculiare: in Italia i programmi non sono quasi mai scritti, ma l’autore è comunque una figura indispensabile. Serve acciocché il conduttore (o la conduttrice) non s’accorga di non avere amici. 

Per commentare i fatti del giorno quando arriva in redazione, per spettegolare durante le registrazioni, per andare a cena quando si finisce tardi, per tutto questo al conduttore (alla conduttrice) servono gli autori. È un mestiere ben retribuito, ed è giusto così: fare la dama di compagnia di imperatori minori è un lavoro ben più usurante che scrivere testi. 

Ho lavorato, a un certo punto, per un direttore di giornale che voleva compagnia. Voleva che tutti sempre fossero in redazione a intrattenerlo. Lo ricordo come un periodo sfiancante, in cui pensavo che, se un giorno il piccolo imperatore fossi stata io, avrei pagato la gente perché restasse a casa invece di venire a disturbarmi in ufficio. 

Tuttavia quell’impero non l’ho mai conquistato, non ho ancora cambiato il mondo, e quindi le vite di silenziosa disperazione di molti sono così: uffici in cui farsi vedere, cartellini da timbrare. Lavori in cui il compito precipuo è essere presenti, mansioni che se le svolgi da casa non mi servi a niente. Essere quello che «puoi pure stare a casa, basta che ci degni d’una mail ogni tanto col tuo geniale contributo» è privilegio di pochi. Irritarsi perché non si è quei pochi è come irritarsi per quel mancato Nobel. 

M’insospettisco sempre quando in Italia s’inventa una parola inglese. Una cosa che gli angolofoni dicono in tutt’altro modo, e noi traduciamo in un inglese di fantasia. Da mobbing a smartworking, quest’ultima con prefisso di tutt’altra coolness rispetto all’inquadramento reale della situazione (lavoro che non devi pettinarti prima di cominciare). Tuttavia ormai l’abbiamo inventata e ce la teniamo: nessuno più lavora da casa, tutti sono in smartworking (a Milano, poi, sono tutti “in call”, nessuno più è al telefono). 

Ormai ci siamo convinti che siano questo il progresso e la performance: lavorare da casa. 

Sento che è mio dovere svelarvi la scomoda verità sul tema: lavoro da casa da diciannove anni, e non m’ero mai accorta d’essere un’avanguardia, solo d’essere diventata insofferente alle scarpe; lavoro da casa da diciannove anni, e sono grandemente consapevole che la maggior parte dei giorni batto una fiacca, ma una fiacca, che nessun ufficio renderebbe possibile: il tempo d’andare a farmi la manicure, e poi a pranzo (è per questo che, seppur lavorando da casa, guai se vi levano i buoni pasto), e poi a salutare un amico, e la giornata è finita e non ho combinato niente, e domani è un altro giorno e si smarterà. 

Lavoro da casa da diciannove anni, eppure non ho mai guardato il video di Beppe Sala che dice che basta smartworking, è ora di tornare a lavorare, come De Niro guarda lo specchio in Taxi Driver («Stai parlando con me?») o come Benigni guarda la tv in Johnny Stecchino («Non mi somiglia per niente»); a fare un giro sui social, mi sa che son stata l’unica. 

Quando ancora non lavoravo da casa, Baudo litigava coi dirigenti Rai, e un giorno uno di loro diede un’intervista dicendo che il problema di Pippo Baudo era che lavorava e basta, non pensava ad altro la sera, o nel weekend, non aveva una vita, era malsano, e io pensai che da grande avrei voluto tutti dipendenti malsani; poi sono diventata grande, non ho mai avuto dipendenti, ma ho tutte amiche che al primo moccio del pupo abbandonano l’ufficio, figuriamoci che produttività da casa. 

Lavoro da casa da diciannove anni, ma questi quattro giorni di dolente indignazione perché Sala – avendo plausibilmente constato che ci facciamo le unghie su Zoom invece di lavorare – ha detto che è ora di tornare in ufficio, e come si permette, e cosa ne sa, e a che ora mi sono svegliato io stamattina, e la bambina ha vomitato mentre ero in call, e questi mesi di gestione difficilissima e traumatica (il trauma d’installare Zoom), e non starà mica dicendo che non abbiamo lavorato, e io da casa produco tantissimo, e solo-in-questo-paese si controlla il cartellino timbrato invece dei risultati raggiunti, e che anacronismo pensare che serva stare in un posto per lavorare per quel posto, e ci sta dando dei fannulloni, questi quattro giorni mi hanno sfiancato più che l’idea di andare in ufficio. 

Questi quattro giorni che ho passato a chiedermi come si conciliasse la comune scusa che la didattica a distanza è impossibile perché non si sta concentrati, da casa, con l’idea che da casa si lavori benissimo. 

Questi quattro giorni, due dei quali feriali, che avete passato a indignarvi invece di lavorare, e nessuno che si sia indignato per le scuole dell’obbligo d’un sindaco che registra un video in cui dice «un consiglio me lo sento di dare». 

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