FuturimetroChe cosa ci lascerà l’epoca del coronavirus?

Il ritorno agli orti e altre buone pratiche gastronomiche che forse erediteremo da questo periodo: più cibo locale, più empatia per i braccianti, e i conti da fare con il sistema italiano degli allevamenti intensivi. Gli articoli degli altri

Gardens Have Pulled America Out of Some of Its Darkest Times. We Need Another Revival – Mother Jones, 29 maggio

In questo longform Tom Philpott ricostruisce la storia degli orti (di guerra, urbani…) negli Stati Uniti, dimostrando come a più riprese il Paese si sia rivolto alla coltivazione diffusa di piccoli appezzamenti di terra per affrontare momenti difficili. Ovviamente il racconto è legato alla situazione presente, che vede da qualche anno una certa diffusione di orti negli spazi abbandonati delle città e iniziative agricole solidali, e che deve fare i conti con una politica, rappresentata a livello federale dall’amministrazione Trump, che elargisce sussidi ai grandi gruppi dell’agroindustria e lascia ai margini tutte queste iniziative nate dal basso. Al di là del dipinto idilliaco e di tutte le considerazioni che potremmo fare sui limiti di scala che un ritorno di massa agli orti comporterebbe, resta il fatto che riflettere sullo sviluppo demografico delle nostre società, che tendono a concentrare popolazioni sempre più numerose nei conglomerati urbani con il conseguente abbandono delle campagne, è oggi più urgente che mai. Che siano città verdi e/o città diffuse, con una densità abitativa più limitata di quella attuale, è indubbio che la voce di chi critica tale modello di sviluppo si stia facendo via via più forte. Nella speranza che le istituzioni abbiano abbastanza orecchie per ascoltare.

How Fostering Empathy for the People Who Feed Us Could Change Our Food System – Civil Eats, 3 giugno

Ci siamo ripetuti a lungo, e alcuni ancora lo stanno facendo, che dalla pandemia saremmo usciti migliori, una convinzione che con il passare delle settimane si è fatta via via più debole, fino a convincerci che forse ne saremmo usciti addirittura peggiori. Ci sono tuttavia almeno un paio di questioni, parlando di cibo e di filiera alimentare, che potrebbero essersi sedimentate nelle nostre coscienze, e che se così fosse contribuirebbero a dare il la a un percorso di cambiamento che lascia qualche piccola speranza. Sono due questioni che tratta anche Simran Sethi in questo articolo ben scritto e ben argomentato: si tratta del mangiare locale e dell’empatia per i lavoratori che gravitano nel mondo gastronomico, braccianti in primis (ma non solo). Il lockdown forzato ci ha infatti obbligati a riscoprire il valore del rifornirsi di cibo presso i produttori locali, spezzando le catene spesso oppressive delle filiere lunghe, costruite sull’efficienza economica, sull’abbattimento dei prezzi alla fonte e sulla demolizione dei diritti dei lavoratori (per non parlare delle conseguenze sulla qualità dei cibi così commercializzati). Se anche dopo il lockdown continueremo a comprare dai produttori vicino a casa vorrà dire che un primo piccolo risultato lo avremo raggiunto. In tutto questo rimane però fondamentale proprio il tema delle condizioni di lavoro nella filiera agroalimentare: bisogna continuare a sensibilizzare, a coltivare l’empatia, a far vedere i volti di coloro, spesso migranti, spesso sottopagati, spesso privi di potere contrattuale, che raccolgono la frutta, allevano il bestiame, mungono il latte e seminano i pomodori. In parte in queste settimane lo abbiamo fatto di più e meglio: non possiamo smettere di farlo nelle prossime.

Your Kitchen Can Be as Well Stocked as Restaurants Now – The New York Times, 2 giugno

A conferma di quanto scrive Simran Sethi nell’articolo precedente, qui Pete Wells e Jennifer Steinhauer raccontano come con la chiusura dei ristoranti e la clausura domestica molte attività produttive della filiera alimentare abbiano scoperto le potenzialità dell’home delivery. Con risultati spesso da panacea, ma anche con piccole storie di successo che stanno portando molti agricoltori, allevatori, pescatori, cuochi etc. a considerare di dare continuità alle consegne a casa. Da un lato la clientela scopre un modo diverso di fare la spesa e di cucinare, più simile a quello di un ristorante che prepara, imbusta e stocca cibo che può durare per dei giorni, dall’altro i produttori imparano a coltivare un rapporto non mediato con la clientela locale, ricco di risvolti interessanti anche in termini di costruzione di una comunità di consumatori fidelizzati.

In Italia si mangia meno carne ma gli allevamenti diventano più grandi – Internazionale, 3 giugno
Il solito documentato articolo di Stefano Liberti commenta la notizia secondo cui in Italia si consuma meno carne (soprattutto meno carne rossa), scegliendo la chiave di lettura della sostenibilità. Stanno infatti crescendo, in contemporanea, le dimensioni degli allevamenti, sempre più grandi, sempre più intensivi. A riprova di un mondo, quello del consumo alimentare, che si fonda sulle contraddizioni e su forbici che si fanno via via più ampie: da una parte c’è chi ha scarso potere d’acquisto e beneficia di un’offerta di carne a prezzi molto bassi, e dall’altra coloro che inseguono modelli di consumo etici potendoseli permettere. In mezzo ora ci si è messa la UE, a quanto pare, che con il progetto “From farm to fork” intende dare un volto più sostenibile a tutta la filiera, restituendo all’allevamento il suo giusto ruolo in un’economia circolare, «in cui gli animali siano cresciuti nel rispetto del loro benessere e dell’ambiente circostante, e non considerati semplici macchine per produrre la maggior quantità di carne nel minor spazio possibile».

Normal for Whom? – Eater, 3 giugno

A Los Angeles la riapertura dei ristoranti dopo il lockdown totale sta avvenendo in mezzo alle proteste per l’uccisione di George Floyd. Mentre i manifestanti vengono “accolti” da lacrimogeni e manganellate, i locali, a volte assaliti e saccheggiati, lottano per tornare a una specie di normalità. Ma che normalità è questa?

All the Ways Not To Waste Your Citrus Peels – The New Yorker, 30 maggio

La firma di Tamar Adler e le pagine del New Yorker bastano a dare prestigio e autorevolezza a questo pezzo sul riuso delle bucce degli agrumi.

Come fare il caffè con la moka perfetto – Dissapore, 1 giugno

Per chiudere, un caffè con la moka. Ma come andrebbe fatto sul serio, con i suggerimenti di Stefania Pompele.

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