Je t’aime, moi non plusL’Italia continua a scherzare col fuoco sui fondi europei, ma non conviene a nessuno

Visto da Bruxelles il gioco di sponda italiano sul Meccanismo europeo di stabilità è inutile. Roma sarà il principale beneficiario del piano della Commissione. Bizantinismi e furbizie non aiutano e rischiano di rovinare tutto

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Il primo appuntamento a livello di capi di Stato e di governo sul Recovery Fund, derubricato da Charles Michel a «chiaccherata informale» per consentire a Conte di non contarsi in Parlamento sul Meccanismo europeo di stabilità e trasformare la “comunicazione” tradizionalmente seguita dall’adozione di mozioni di indirizzo in “informativa” senza conseguenze, ha seguito il copione previsto.

Ciascun leader ha recitato la sua parte in commedia, mettendo i paletti di un negoziato complesso e ancora ricco di punti interrogativi.

Visto da Bruxelles, il gioco di sponda italiano sul Mes e non solo, è tuttavia desolante e pone l’Italia in una situazione di non poco imbarazzo. È pacifico infatti, agli occhi di tutti, che i nuovi fondi europei avranno il nostro paese come principale beneficiario e che sono stati concepiti, anche se vi è incertezza sull’ammontare globale, con criteri di ripartizione ben precisi.

Da poter spendere nel 2020:

a) Programma Sure, per sostenere lo sforzo straordinario degli ammortizzatori sociali dei paesi membri;
b) Programma prestiti Bei: a favore delle Pmi che più hanno sofferto della crisi
c) Crediti Mes: per sostenere le spese sanitarie, dirette e indirette, nonché le misure di prevenzione che si sono rese necessarie per l’emergenza coronavirus

Dal 2021 (per i tempi necessari alle ratifiche nazionali):

d) Recovery Fund (o Next Generation Ue) propriamente detto, per programmi di ripresa economica principalmente sui due grandi assi della riconversione “verde” e della digitalizzazione identificati dalla Commissione europea come priorità del nuovo ciclo di bilancio Ue 2021-2027.

In pratica ogni grande settore ha una sua collocazione e il riammodernamento delle nostre strutture sanitarie, la messa a regime degli edifici scolastici e degli ambienti di lavoro per adattarli alle misure di protezione anti pandemica eccetera sono contemplati alla casella “Mes”, con buona pace non solo di Salvini e Meloni, ma anche di quella parte dei Cinquestelle (e non solo) che ancora gigioneggia, incurante del messaggio devastante che trasmette all’esterno.

Se si pensa che i primi tre fondi, già operativi, dispongono congiuntamente di una potenza di fuoco di 540 miliardi, cosa deve pensare qualcuno che vede le cose dal di fuori e non sa che si tratta, nel nostro caso, di un mero gioco di Palazzo? Che se l’Italia non ha bisogno dei 37 miliardi del Mes la situazione non è poi così grave, può fare a meno anche degli altri fondi, o quantomeno di una loro parte.

Non a caso il premier olandese Rutte, sostenendo che non c’è fretta per giungere a un accordo e che prima è importante che i paesi beneficiari del Recovery Fund «mettano la loro casa in ordine, per non doverlo usare di nuovo», ha usato strumentalmente l’argomento «da quanto mi risulta il pacchetto di misure già approvate è ancora intatto».

Bene ha fatto, non a caso, il capo dello Stato a ricordare a Conte, alla vigilia del Vertice, che «servono risposte rapide sui fondi europei». I bizantinismi e le furbizie non aiutano, e rischiano di compromettere la “messa in sicurezza” della proposta von der Leyen.

Anche perché gli altri paesi non stanno a guardare e chi entra Papa spesso esce cardinale. La nostra è già la posizione negoziale più difficile, perché, appunto, effettuiamo la corsa in testa, per così dire, mentre in tanti provano a tirare la coperta a proprio vantaggio.

È quello del resto che è emerso anche nel corso della riunione del Consiglio europeo, dove ciascuno ha difeso il suo “particulare”, i “tirchi” (Austria, Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia) opponendosi al Fondo per lucrare innanzitutto sulla loro rendita di posizione nell’intero bilancio Ue, dove puntano a mantenere il bonus che defalca annualmente il loro contributo, i paesi dell’Est a chiedere un riequilibrio delle risorse a loro favore, ed altri magari a fare melina sperando in qualche contropartita.

Più che il presidente del Consiglio europeo, chiamato a elaborare una proposta finale, sarà Angela Merkel a dover tirare le castagne dal fuoco alla metà di luglio, dopo che la Germania si insedierà alla presidenza semestrale del Consiglio Ue. Ben prima di allora, ognuno dovrà squadernare le sue carte.

Guai se il governo dovesse tenere il bluff fino alla fine e anteporre la chiusura del negoziato sul Recovery Fund alla richiesta di utilizzo dei fondi disponibili, Mes incluso. Oltre che incomprensibile, alla luce dell’impatto della crisi coronavirus sull’economia nazionale, perseguire in questa strategia potrebbe costarci molto caro.

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