Maestro del buioCapire i quadri di Georges de La Tour e perché sono così diversi tra loro

Dopo la chiusura forzata dalla pandemia, a Milano ha riaperto la mostra dedicata al pittore lorenese del ’600. Un percorso che ricostruisce la parabola di un artista di cui si sa ancora pochissimo

Maddalena penitente National Gallery of Art Washington D.C.

Di lui non si sa quasi niente. Compare appena in qualche documento ufficiale, i suoi quadri datati sono solo tre (e uno di incerta lettura) e della sua personalità non è dato sapere.

Georges de La Tour è definito “l’artista delle notti” per le sue opere, che rappresentano scenari al buio con luce artificiale. Ma quasi tutta la sua figura, cui è dedicata una importante mostra a Palazzo Reale a Milano, “Georges de La Tour: l’Europa della luce” riaperta dopo i mesi di pandemia, è rimasta nel buio.

Nato a Vic-sur-Seille nel 1593, il pittore della Lorena è stato attivo nella vicina Lunéville, è stato a Parigi, sembra solo per un periodo, ed è morto nel 1652. Poi è stato dimenticato.

Questo ha fatto sì che la sua riscoperta, avvenuta di fatto nel 1915, sia stata, in un certo senso, «una ricostruzione», come spiega la professoressa Francesca Cappelletti, ordinario di Storia dell’Arte dei Paesi Europei all’Università di Ferrara e curatrice della mostra.

Fino a quella data quasi tutte le 40 opere a lui attribuite oggi «erano considerate di altri pittori. Oppure anonime». Su de La Tour «abbiamo un silenzio quasi assoluto delle fonti».

Un autore ricostruito, a partire da indizi, inventari e, soprattutto, con «il metodo filologico», che attinge all’analisi dell’immagine, delle forme, dei lumi. Anche dei dettagli – ad esempio la ghironda, strumento musicale che compare in alcune sue opere, è una caratteristica solo lorenese.

Il risultato è un insieme di opere dall’apparenza disomogenea. «Anche nella mostra del 1972 all’Orangerie, il critico Pierre Rosenberg diceva che i visitatori “escono dicendo che i quadri appartengono a pittori diversi”».

C’è da capirli. Da un lato il tratto realistico, caravaggesco, che si riscontra con “Il suonatore di ghironda con cane”. Dall’altro figure quasi metafisiche, «che ricordano il cubismo», e che si trovano ne “I giocatori di dadi”.

Il suonatore di ghironda con cane Musée du Mont-de-Piété, Bergues

 

I giocatori di dadi Preston Park Museum Stockton-on-Tees UK

Come fanno ad appartenere allo stesso autore – soprattutto se si tratta di un autore su cui ci sono pochissimi riferimenti?

Si procede per congetture, intuizioni e scatti di intellgenza. Uno dei casi più interessanti riguarda le Maddalene, «un gruppo di opere che si fa risalire tra il 1635 e il 1640. Solo perché un documento del 1636 ne descrive una, un quadro lasciato in un convento in attesa di risolvere una questione legata a un pagamento».

È un punto di partenza per disegnare una parabola artistica e stilistica complicata. «I punti fermi sono pochi. Sappiamo che “La negazione di Pietro”, custodito a Nantes, è del 1650, che “San Pietro e il Gallo” è datato 1645».

Il denaro versato, National Art Gallery Leopoli

Ci sarebbe anche “Il denaro versato”, che però «è di incerta lettura. Si riesce a scorgere solo un “16…”. Pensavamo in questi mesi, prima della pandemia, di fare degli ingrandimenti per capire meglio». Si aspetterà. In linea di massima, sembra appartenere a un periodo più antico, «ancora influenzato da Caravaggio».

A conti fatti, il percorso artistico di de La Tour si delinea partendo da una fase più realistica, di «aspra armonia», dove prevale il dettaglio, la figura intera, e il chiaroscuro è ancora da sviluppare, seguita da una lenta evoluzione verso uno stile – se così si può dire – più astratto, in cui tutto viene bilanciato sui giochi di luce notturna.

Questo spiega la sensazione di disomogeneità provata dai visitatori della mostra del ’72 – e forse anche da qualcuno che ha potuto vedere quella milanese.

In tutto questo, va ricordato, c’è il problema delle attribuzioni, delle scelte, delle selezioni. «E quello dei dipinti che non sono stati ancora ritrovati, ma di cui possediamo citazioni dei documenti. Un esempio sono “Gli apostoli di Albi”, di cui finora disponiamo solo di copie».

L’evoluzione pittorica di de La Tour, insomma, è di difficile definizione. «Non conoscendo nulla della sua vita, è anche complicato stabilire le influenze, gli incontri».

Giobbe deriso dalla moglie, Musée départemental d’Art ancien et contemporain Epinal

Per esempio: ha fatto davvero un viaggio in Italia, come si potrebbe giudicare dalle influenze caravaggesche? «O piuttosto ha guardato ad altri modelli, come Gerrit Honthorst, il Gherardo delle Notti, che dopo le esperienze italiane torna a Utrecht nel 1620? Questo porterebbe a delineare una geografia diversa della sua ispirazione, più lontana dall’Italia – spesso caldeggiata per ragioni patriottiche – e più nordica».

Come tanti altri maestri post-caravaggeschi, («pensiamo a Orazio Gentileschi, per esempio)», anche de La Tour procede col tempo a staccarsi dai modelli iniziali, fino a definire uno stile personale.

Lui va «come altri contemporanei verso la scena notturna, su cui impara a sperimentare. Perché rappresentare la notte, per gli artisti, era la sfida più grande, l’impresa più difficile».

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