AfrofobiaRazzismo, aggressioni e insulti. Che cosa vuol dire avere la pelle nera in Europa

Negli ultimi anni in Portogallo, Belgio, Germania e Francia ci sono stati casi simili a quello di George Floyd. Almeno un terzo degli europei neri ha subito un’aggressione tra il 2013 e il 2018. E anche in Italia si viene trattati in modo diverso

Afp

Migliaia di europei in questi giorni protestano contro il razzismo degli Stati Uniti. Una parte lo fa forse dimenticandosi dei suoi concittadini che ogni giorno nel Continente sono discriminati per il colore della pelle, un’altra parte perché lo sa fin troppo bene. Battute infelici di amici e sconosciuti, sguardi ostili, offese per strada, affitti negati, opportunità di lavoro perse o mai avute. E addirittura, aggressioni da parte della polizia. Come è accaduto a Cláudia Simões, cittadina portoghese nata in Angola, che il 19 gennaio è stata arrestata in modo violento da un agente della Polícia de Segurança Pública. 

La donna si trovava intorno alle 20 alla fermata dell’autobus di Amadora, un comune nella periferia nord di Lisbona quando dopo un litigio con un autista è stata fermata, faccia a terra, per oltre sette minuti dall’agente Carlos Canha.

Sappiamo questo grazie a un video registrato da un passante e diffuso una settimana dopo in cui si vede il poliziotto tenere Simões a terra per svariati minuti, non permettendole di respirare correttamente. «Si è seduto sopra di me, nella zona lombare, premendomi contro il pavimento, immobilizzandomi e soffocandomi», ha scritto la donna in una lettera di tre pagine inviate alle redazioni portoghesi

La donna afferma che due ore dopo l’agente e altri due poliziotti l’hanno aggredita mentre era in macchina, insultandola:«Grida ora figlia di puttana, negra, scimmia, sei spazzatura, merda».

Secondo il direttore nazionale della Psp non c’è stata alcuna anomalia nell’arresto ma un referto dell’ospedale Fernando Fonseca di Amadora prova che la donna ricoverata alle 22 ha subito una «lesione cerebrale con trauma alla faccia: edema, ematoma e ferite multiple sul viso». Una prova sufficiente per il pubblico ministero che ha aperto un’indagine contro l’agente. 

Questo di tre mesi fa è uno degli esempi più estremi del razzismo nel Paese. Come il 5 febbraio del 2015 quando 17 agenti hanno torturato sei giovani portoghesi di origine capoverdiana, che abitano nel Cova da Moura, un quartiere soprannominato il Bronx di Lisbona.   Il problema non è solo del Portogallo. Episodi simili sono stati documentati in Belgio, Germania e Francia.

Francia
Nel luglio del 2016 a Parigi Adama Traoré è morto il giorno del suo 24esimo compleanno in circostanze poco chiare sotto la custodia degli agenti che lo avevano arrestato poche ore prima assieme al fratello nel sobborgo di Beaumont-sur-Oise. La polizia ha prima parlato di problemi al cuore, poi di infezioni, ma un referto chiesto dalla famiglia ha provato che Traoré è morto di asfissia. 

Sono tanti i francesi che protestano nelle piazze comparando la sua morte a quella di George Floyd. Euronews riporta un dato dell’organizzazione non governativa, La Police Assassine” (“La polizia uccide”) secondo cui circa 100 persone sono state uccise dalla polizia francese tra il 2005 e il 2015, la maggior parte di origine araba e africana, 

Il 4 giugno in una lettera aperta a FranceInter la scrittrice e regista Virginie Despentes ha denunciato il razzismo e la sua negazione in Francia: l’ultima volta che si sono rifiutati di servirmi sulla terrazza, ero con un arabo.«L’ultima volta che mi hanno chiesto i miei documenti, ero con un arabo. L’ultima volta che la persona che stavo aspettando ha quasi perso il treno perché era stato fermato dalla polizia alla stazione, era nero».

Belgio
Molti giornali in Belgio hanno denunciato i controlli brutali di alcuni agenti di polizia contro i cittadini di origine marocchina. Delle perquisizioni condotte spesso con l’aiuto di cani poliziotto non lasciati sempre al guinzaglio. Il 19enne Adil, cittadino belga di origine marocchina è morto ad Anderlecht il 10 aprile del 2020 nel tentativo di scappare da un controllo degli agenti ed è stato investito da una seconda volante. 

Il 20 agosto del 2019 un’altra volante della polizia, questa volta a Bruxelles aveva ucciso il 17enne Mehdi Bouda in fuga. Nel gennaio 2015 il 19 enne Abdelamine Benchik, sempre di origine marocchina, ha dovuto amputare una gamba dopo essere stato colpito da una volante della polizia. Pochi giorni dopo alcuni agenti hanno pubblicato dei post su Facebook commenti del tipo: «Di cosa si sta lamentando?», «Nel suo paese, gli avrebbero tagliato le mani» e «La prossima volta rallenterà».

Germania
In Germania ci sono decine di casi di ragazzi di origine africana morti sotto la custodia cautelare della polizia dopo torture psicologiche o in circostanze poco chiarite. Almeno in quattro di questi casi si tratta di persone morte in cella. Il più noto è  il 37enne Oury Jalloh. originario della Sierra Leone che secondo la polizia si è dato alle fiamme nel 2005 nella sua cella nel commissariato di Dessau. Nel 2019 un medico legale ha scoperto che l’uomo era stato massicciamente maltrattato poco prima della sua morte. 

Due anni fa il 26enne curdo siriana Amad Ahmad si è bruciato nella sua cella a Kleve. Era stato arrestato ingiustamente per errore perché aveva in comune la data di nascita con il ricercato dalla polizia. Nonostante il procuratore distrettuale avesse informato gli agenti settimane prima della morte Amad era ancora in carcere.

Un terzo degli europei con pelle nera ha subito aggressioni
Secondo il rapporto “Essere neri nell’Ue” dell’agenzia europea per i diritti umani (Fra) quasi un terzo degli europei di origine africana ha subito molestie razziste almeno una volta dal 2013 al 2018. Sei su dieci delle vittime di abusi da parte della polizia non denuncia perché hanno paura delle ripercussioni o perché pensano che nulla cambi. 

I nostri dati mostrano chiaramente che le molestie razziste, la violenza e la profilazione etnica sono all’ordine del giorno», spiega un portavoce del Fra a Linkiesta «Ma ci sono enormi differenze tra i paesi dell’Unione europea. Mentre in alcuni paesi, il 20% degli intervistati è stato molestato, in altri è oltre il 60%». Questo perché in altri paesi europei le tensioni razziste sono verso altre etnie come i rom o i sinti.

La profilazione etnica da parte della polizia
Anche il Consiglio d’Europa ha denunciato «l’uso da parte della polizia, senza giustificazione obiettiva e ragionevole, di motivi quali razza, colore, lingue, religione, nazionalità o origine nazionale o etnica nelle attività di controllo, sorveglianza o indagine». I giovani di origine araba e africana hanno venti volte più probabilità di essere fermati e perquisiti rispetto a qualsiasi altro gruppo maschile. 

Regno Unito
La polizia del Regno Unito ha l’obbligo per legge di pubblicare i dati sulle pratiche di arresto. Secondo le statistiche tra il 2017 e il 2018 in Inghilterra e Galles persone con la pelle nera avevano nove volte e mezzo in più il rischio di essere fermati dagli agenti rispetto ai bianchi. 

Il Guardian ha riportato una serie di casi simile a quello della morte di George Floyd nel Regno Unito. Come Jimmy Mubenga, morto nel 2010 in circostanze poco chiare nell’aeroporto londinese di Heathrow mentre era trattenuto da tre ufficiali dell’immigrazione. Il 20enne Rashan Chares è morto nel 2017 in quartiere del nord est di Londra soffocando con in bocca un mix di caffeina e paracetamolo mentre era trattenuto da un agente di polizia. 

La situazione in Italia
Non tutte le forme di razzismo sono brutali come quella che ha portato alla morte di George Floyfd. Ce ne sono alcune più subdole che come una tortura cinese, goccia dopo goccia, scavano nella psiche delle persone. Com’è essere cittadini italiani ed essere discriminati per il colore della propria pelle?  

Pochi giorni Aram, una ragazza torinese, ha denunciato su Instagram un’aggressione che ha subito nel 2017 sull’autobus con un signore che l’ha insultata chiamandola “Troia” e l’ha picchiata, dandole dei calci: «Mi ha detto che rubo il lavoro, che dovrei tornare nel mio paese».

La storia di Aram è quella di tante altre ragazze italiane di origine africana o araba che vivono la discriminazione da quando sono piccole. «Sono cresciuta in un paesino di provincia di cinquemila abitanti, all’inizio degli anni Duemila. Eravamo l’unica famiglia non italiana e il primo anno di elementari è stato un incubo. A scuola mi dicevano frasi del tipo:”Non ti do la mano perché la mia mamma mi dice che mi passi le malattie”. Per questi e altri episodi come il fango tirato in faccia, ho dovuto cambiare scuola» racconta Jessica, 24enne italiana di genitori congolesi.  

Ha un brutto ricordo anche delle medie e del liceo perché le discriminazioni sono arrivate anche dai compagni di classe e professori. «Una volta ho chiesto di non partecipare a una gita. Il mio prof di allora disse davanti a tutti: “Si sa che i figli degli stranieri non hanno soldi per andare in gita”. Una doccia fredda. Per fortuna i miei genitori mi hanno sempre difesa andando di persona a protestare a scuola per denunciare questi comportamenti scorretti».

Finita la scuola, iniziano i problemi al lavoro: «Mi hanno assunto in uno studio di avvocati. I primi mesi i soci più anziani nemmeno mi rivolgevano parola. Ho scoperto che facevano così perché si stupivano che le risorse umane potessero aver scelto una ragazza dalla pelle nera», racconta Jessica, per fortuna gli episodi così non accadono tutti i giorni, forse anche perché lavoro per un’azienda straniera. Ma un po’ di settimane fa per strada un tizio ha urlato a un mio amico “Lascia stare quella negra di merda e trovati un’italiana. Quando subisci una cosa del genere pensi” perché mi devo sentire in difetto? Perché devo essere discriminata se ho un po’ pi di melanina in corpo?». 

Si arriva così al paradosso che ci si sente più a casa in Francia che in Italia. «La differenza la noto in metropolitana. Quando la prendo in una città italiana mi guardano tutti come se fossi un alieno. In Francia invece è bellissimo: non mi calcola nessuno. Quando sono a Parigi, mi sento giusta. Anzi, normale. Sicuro non sento le frasi del tipo “Guarda quella nera lì”. Oppure: “ah, ma parla italiano?” Per non parlare di quando mi chiedono il permesso di soggiorno dopo che ho mostrato il mio passaporto italiano. È un peccato perché subisco episodi di razzismo in Italia, il mio Paese. E io in Congo nemmeno ci sono mai stata», racconta Jessica. 

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