Uomini straordinari cercansiQuest’Italia indecisa ricorda il clima del ’93. Ma allora c’era Ciampi, non Conte

Come allora, anche oggi la politica è indebolita, il Parlamento appare svuotato e il Paese disorientato. Il presidente del Consiglio fa il minimo, mentre al Paese servirebbe qualcuno che sappia raccogliere la sfida di costruire davvero il futuro

Giuseppe Conte a Villa Pamphilj

In questo primo scorcio post-pandemia già si respira un’aria molle, un che di sospeso, come se una grande incertezza avvolgesse tutti gli attori politici e sociali, in attesa di un solleone che calmi un po’ un Paese ancora sotto shock per i tremendi mesi trascorsi in casa.

Non è un bel clima. Ricorda un altro momento in cui l’Italia era frastornata. Erano i primi anni Novanta.

Dopo la crisi di quella che Pietro Scoppola chiamò “la Repubblica dei partiti”, squassata da Tangentopoli e dal crollo degli assetti pre-1989, l’Italia ebbe la fortuna di poter disporre di alcuni uomini eccezionali.

Queste personalità – Carlo Azeglio Ciampi è la figura principale ma vanno ricordati anche riformisti come Gino Giugni, Giuliano Amato, Bruno Trentin, Luigi Spaventa, Lepoldo Elia, Piero Barucci, Alfredo Reichlin – negli anni ‘92-‘93 supplirono alla debolezza della politica costruendo nuovi strumenti politici e decisionali, rafforzando l’idea della concertazione che già nel decennio precedente (con il povero Ezio Tarantelli, ucciso per questo dalle Brigate Rosse) aveva dato significativi frutti seppure scontando un mare di polemiche con l’allora Partito comunista e una grave rottura sindacale.

Sul piano storico si può ben dire che il metodo concertativo che portò all’accordo del ’92 (governo Amato) e poi a quello del ’93 (governo Ciampi) fu tra le poche cose positive per l’Italia fra la Prima e la Seconda repubblica; e infatti il suo abbandono, negli anni del berlusconismo, fu fra i fattori di debolezza del sistema, come si vide in occasione della grande crisi iniziata nel 2007.

Per molti aspetti oggi siamo nelle condizioni di allora. La debolezza della politica è sotto gli occhi di tutti: abbiamo un Parlamento sempre più pallido simulacro del motore della democrazia, ridotto troppo spesso a un grande talk show dove vince chi la spara più grossa o chi innalza cartelli o esce dall’aula, un Parlamento nel quale i partiti riformisti sono minoranza, predomina un anti-partito come M5s, ed è forte una destra tendenzialmente reazionaria.

E abbiamo un governo specchio di questa debolezza, figlio di un’alchimia consumata appunto in un Parlamento simbolo di una fase «morbosa», avrebbe detto Gramsci, cioè priva di un chiaro senso storico, senza poter far riferimento su partiti popolari e esperienze intellettualmente ricche.

E come nei primi anni Novanta, un’analoga fase morbosa e di stallo, anche oggi la politica dovrebbe fare da levatrice di un nuovo incontro fra le grandi forze sociali e economiche del Paese e non rinchiudersi nell’arzigigolo dei piccoli giochi di potere e di sopravvivenza, personale e di ceto politico, nei bizantinismi di quello che è stato chiamato “presentismo”.

E cercare di irrobustire il sistema anche al di fuori del perimetro di un Parlamento scarsamente protagonista soprattutto a causa di una destra distruttiva.

Ricordiamo en passant quella stagione.

Nel ’93, cioè in piena agonia dei tradizionali partiti di governo, Ciampi e i suoi ministri misero la Confindustria di Luigi Abete, forse il più politico di tutti i leader di viale dell’Astronomia, intorno allo stesso tavolo dei tre sindacati allora guidati da Bruno Trentin, Sergio D’Antoni e Pietro Larizza.

Sulla scia del difficile accordo dell’anno precedente (accordo drammaticamente firmato «per il Paese» anche da Trentin contro il parere della sua Cgil, tanto che dopo la firma rassegnò le dimissioni), la strada era aperta per un nuovo accordo.

Alla fine di una lunga trattativa, che coinvolse 30 sigle, si giunse all’accordo del 23 luglio che politicamente associava le parti sociali alla politica economica del dopo-Maastricht, razionalizzava lo scenario del conflitto sociale, istituiva il famoso “secondo livello” di contrattazione e soprattutto stabiliva una nuova architettura istituzionale così che il ministro del lavoro Giugni poté parlare di «Carta Costituzionale delle relazioni industriali».

Certo, ci volevano uomini della statura di Ciampi e Trentin per fare operazioni di quella portata. Oggi abbiamo Giuseppe Conte e Maurizio Landini, che paiono piuttosto inclini a mantenere un certo status quo, seppure migliorando di volta in volta questo o quell’aspetto invece di cercare di recuperare appieno un ruolo nazionale di governo dei processi reali.

La Cisl si trova meglio – Annamaria Furlan ha chiesto un nuovo patto fondato appunto sulla concertazione – perché ha alle spalle una lunga elaborazione «neocorporativa» (espressione in questo caso non polemica, come invece viene interpretata dalla Cgil).

Da questo punto di vista sta facendo discutere la «democrazia negoziale» di Carlo Bonomi, una formula che non sembra escludere i partiti o il governo dal diritto-dovere di decidere, ma anzi si pone il problema di aiutare il decisore politico e anche, se è il caso, di arginare eventuali «pieni poteri», traduzione paapetista del modello Orbán che tanto piace alla coppia Meloni&Salvini.

In fin dei conti, esauritasi la fase della disintermediazione renziana (che era comunque un tentativo di ritorno in auge della politica), ecco che l’Italia piegata dal Covid può trovare una strada proprio valorizzando i corpi intermedi e contemporaneamente la politica con la “p” maiuscola.

Bonomi ha lanciato una sfida anche alla sua Confindustria cercando di proiettarla in un disegno di riconversione generale del Paese, anche se molti osservatori si sono invece soffermati sulle richieste negoziali avanzate a Villa Pamphilj, ed è un fatto che la sua discesa in campo ha segnato una novità con cui fare i conti.

Quella parte della sinistra che ha sempre bisogno di bersagli comprensibilmente annusa uno scontro sociale, i cui contorni sono tuttora sfuggenti e che – speriamo – non assumano caratteristiche intolleranti se non violente, ignorando l’imperativo indicato con chiarezza dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco sulla necessità di elevare la produttività del Paese a ritmi mai visti prima: un obiettivo irraggiungibile senza l’intesa fra le parti sociali e una seria regia del governo.

Vedremo chi saprà raccogliere la sfida. Ma qui si gioca, non il futuro di Conte o di Bonomi, ma dell’Italia. Come nel 1993.

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