Pensieri a confrontoDialogo tra Keynes e Hayek, avvenuto davvero (o quasi)

Dell’economista britannico padre della macroeconomia si parla tanto, a volte si straparla. Luciano Canova fa un po’ di chiarezza: “Quando l’oceano si arrabbia” (Egea) è un racconto divertito di un gigante del pensiero, delle sue idee e delle sue stranezze

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HO / INTERNATIONAL MONETARY FUND / AFP

Estate del 1942, è una notte scura a Cambridge. Da lontano le guglie della cappella del King’s College, slanciate verso l’alto, sembrano sentinelle che scrutano il cielo in cerca di bombardieri tedeschi.

È buio, a stento si riconoscono le forme e questo, per lo meno, renderà le cose più difficili ai piloti della Luftwaffe. Ci avviciniamo piano e finalmente i contorni di due uomini cominciano a delinearsi: sono entrambi molto alti. Quello che lo è di più tra i due ha anche un principio di gobba.

La scena è surreale ma i due tengono in mano un badile e una ramazza: sono John Maynard Keynes, il grande economista ormai sessantenne, e Friedrich Hayek, di vent’anni più giovane, il grande rivale e padre del liberalismo economico.

Quella notte sono entrambi di turno, come quasi ogni studente e professore dell’antico ateneo in quel periodo, per proteggere Cambridge dalle possibili incursioni dell’aviazione tedesca, impegnata nei cosiddetti «Baedecker bombings», bombardamenti a tappeto che hanno come obiettivo il patrimonio artistico-culturale britannico, da Exeter a Bath, per vendicare la distruzione di Lubecca.

Cambridge rappresenta un ghiotto bocconcino e sono tutti in allerta: ramazze e badili sono armi utili perché pare che, con le bombe incendiarie, se si riesce a buttarle giù dal tetto prima che prendano fuoco, si possano limitare i danni.

«Maynard, hai paura?»

«Beh, insomma, a sessant’anni su un tetto di notte non è proprio una festa col punch, eh. Però almeno possiamo farci compagnia. E magari discutere un po’».

Lo sguardo si accende di un barlume mentre indirizza un’occhiata all’amico austriaco.

«Posso chiederti una cosa, Friedrich?»

«Certo», l’accento tedesco era ancora molto marcato in Hayek.

«Perché non hai mai recensito la Teoria generale? E sì che di ami te ne ho buttati parecchi; mi manca un po’ quel botta e risposta sul ring, sai?»

Hayek guarda il cielo e trascorre parecchio tempo, interminabili secondi, prima che la risposta arrivi:

«Il fatto è…», nuova pausa, «che parliamo di cose diverse». Keynes sorride sornione. «E dai, lo sanno tutti che non sopporti le mie idee in economia.» «Questo non ha bisogno di molte conferme, in effetti. Ma oltre al libro su cui sto lavorando, mi sto rendendo conto che proprio non affrontiamo lo stesso problema».

Keynes incalza: «In che senso?».

«Non è tanto l’opportunità che lo Stato intervenga per modificare le attività di un mercato, è proprio il modo in cui guardiamo alle cose che non può arrivare a sintesi».

Keynes impugna la scopa e si fa sempre più attento: «Tu hai questo sguardo complessivo sull’economia a volerne controllare gli squilibri; io sono più pessimista e dico che ci sono troppe variabili in grado di influenzare i possibili scenari. L’umore delle persone, l’incertezza della vita quotidiana, variazioni impercettibili dei comportamenti che non possiamo prevedere e che non vale la pena nemmeno di turbare. L’essere umano è un mistero e tutto ciò che vediamo in economia sono i prezzi e il loro segnale: se non possiamo prevedere la scelta di una singola persona che decide di andare a comperare il pane, come possiamo pretendere che un governo alteri l’equilibrio del sistema?».

Maynard sbuffa e incalza, quasi sollevandosi da terra con tutta la sua figura imponente: «Noi abbiamo il dovere di agire, di fare, di intervenire. Come posso stare a guardare una persona che perde il lavoro e spiegarle che, se aspetta pazientemente le forze autoregolatrici del mercato, prima o poi quest’ultimo arriverà a una nuova situazione di equilibrio che, tra l’altro, magari lo escluderà definitivamente dal gioco? Friedrich, il tuo è un impianto teorico in cui manca una cosa fondamentale: il coraggio».

Guarda in alto e prosegue: «Se solo potessi essere un’aquila che scorge tutti gli aerei tedeschi, in questo momento; gli obiettivi e il quartier generale; le vie di fuga e le traiettorie possibili. Allora sì che manderei i nostri all’attacco. Se ci pensi, c’è un sacco di gente inoperosa qui in università: in quattro e quattr’otto possiamo trasformarla in un esercito».

Hayek scuote il capo: «E invece no, perché poi magari il pilota che deve partire all’attacco ha la febbre e deve ritardare il suo blitz. Oppure per un disguido non arriva la benzina ai bombardieri e, quando la contraerea si fionderà sull’obiettivo, troverà che lì dove ci dovrebbe essere il nemico ci sono soltanto buio e i grilli che friniscono. No, Maynard, lasciami dire: tutto quello che possiamo fare è lasciare che le cose facciano il loro corso dando a ciascuno la libertà di seguire il proprio interesse».

Keynes d’improvviso guarda la scopa che ha in mano e chiosa sorridendo: «Ma tu guarda, forse è il caso che ci scam-biamo le armi, che dici? Tu hai il badile e permettimi, ho il diritto d’autore sullo scavare buche».

I due si scambiano gli attrezzi e Hayek ricambia la battuta, cominciando a spazzare il tetto: «Esattamente. E per me tutto ciò che può fare un economista è togliere un po’ di polvere per lasciare libero il campo».

Fischietta e se ne va. Keynes lo guarda allontanarsi.Lasciamoli così, lungo una traiettoria divergente.

In effetti forse è il modo giusto di studiare sia John Maynard Keynes sia Friedrich Hayek, tra i più grandi economisti del ventesimo secolo, destinati, più o meno consapevolmente, a segnare l’evoluzione del pensiero economico e delle politiche pubbliche per i decenni a venire.

Quello che avete letto, seppur romanzato, è un episodio nelle biografie dei due personaggi davvero avvenuto: nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, infatti, Keynes e Hayek si trovarono insieme a Cambridge e furono sicuramente coinvolti nei turni di guardia per proteggere il complesso universitario.

Da questo breve aneddoto, ci tengo a scriverlo, è bene evincere un importante corollario: per truce che possa essere una battaglia culturale, come effettivamente fu quella tra i due economisti, non è detto che in termini di relazioni personali la cosa debba per forza tradursi nel reciproco disprezzo.

Keynes e Hayek avevano un approccio alla vita pubblica e allo studio dell’economia radicalmente diverso; si scontrarono, anche pesantemente, nelle aule universitarie come sulle riviste scientifiche; ebbero adepti e seguaci che, poi, ingaggiarono una guerra a oltranza per gran parte del secolo scorso.

Eppure i due erano e rimasero amici. Ci sono molti scambi di lettere tra loro, c’è una frequentazione piuttosto assidua.

Sul finire della vita di Maynard, quando Hayek pubblica il saggio “The Road to Serfdom” (La via della schiavitù), che lo proietta nell’olimpo dei bestseller, vi scrive proprio che Keynes e la moglie Lidija sono suoi amici preziosi.

A me questa cosa piace assai, perché in tempi di interazione sospettosa, di scambi violenti sui social, di blasting e hate speech che popolano Twitter, Facebook e qualsivoglia canale online, il garbo e l’eleganza dei due non guastano.

Il che non esclude colpi anche parecchio bassi; continue allusioni o rimandi piccati: non se le mandano a dire, Keynes e Hayek, ma separano la relazione professionale dal ring universitario.

Si può rimanere credibili senza per forza darsi dei somari, insomma.

Quello di Keynes e Hayek è un bell’esempio e su questo mi taccio, per ora.

 

da “Quando l’oceano si arrabbia. Keynes per chi non l’ha mai letto”, di Luciano Canova, Egea, 2020, 15 euro

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Linkiesta Paper Estate 2020