ParliamoneAnche l’Italia deve smettere di ignorare i crimini commessi in Africa, dice Maaza Mengiste

Secondo l’autrice del romanzo “The Shadow King”, di origini etiope ma da anni residente a New York, la polemica sulla statua di Montanelli ha avuto il merito di riportare alla luce un passato scomodo su cui si è sempre preferito sorvolare

da Wikimedia Commons

È cresciuta in mezzo ai racconti della guerra. Storie su come Mussolini avesse deciso di invadere l’Etiopia, il suo Paese. E i racconti sulla resistenza, eroica quanto inaspettata, del popolo etiope, quando nessuno si aspettava che l’Italia ne sarebbe uscita sconfitta.

«Sono cose che mi hanno forgiato, mi hanno riempito di orgoglio. Persone male armate che, all’improvviso, si sono trovate ad affrontare un esercito più forte e meglio equipaggiato di loro».

Anche per questo Maaza Mengiste, scrittrice di origini etiopi ma da anni stabilita negli Stati Uniti, ha deciso di ambientare in quel periodo il suo ultimo romanzo, “The Shadow King”. È andata a ripescare una storia di donne soldato, che scelsero di combattere – e non solo di assistere e curare i militari – andando in prima linea.

Una di queste, scoprirà quando la stesura era quasi completa, era una sua bisnonna. «Prima ancora di scrivere il mio primo libro [“Lo sguardo del leone”, in Italia edito da Neri Pozza] sapevo che ne avrei fatto uno su quegli avvenimenti. Ma ero consapevole che sarebbe servito fare molto lavoro di ricerca per ricostruire il contesto. E così è stato».

Anche perché la guerra tra Italia ed Etiopia non è stata solo un episodio del colonialismo italiano, ma, secondo alcuni storici, «ha posto le basi per il posizionamento nella Seconda Guerra Mondiale». Fu l’ultima guerra coloniale, quella più anacronistica e il punto di svolta per un avvicinamento dell’Italia alla Germania.

Documentarsi non è stato facile. «Sono venuta in Italia, ho studiato italiano apposta per leggere i documenti. Ma quelli che rinvenivo negli archivi storici erano già stati manipolati all’epoca. Raccontavano la prospettiva dei generali, mentivano sulle cifre: come potevo fidarmi?».

La prima soluzione, allora, è stata chiedere alle persone. Amici, conoscenti, e non solo. «Ma c’era molto silenzio. I loro nonni che avevano combattuto non amavano parlare di quel periodo. A volte non raccontarono niente». Molti di loro, però, avevano scritto diverse cose, anche in modo involontario. Lettere, messaggi, cartoline.

«Fu quando andai in Calabria che, per la prima volta, un uomo dal pubblico si alzò e mi raccontò di suo padre. “Era un pilota. E ha sganciato il gas sui suoi connazionali”, diceva piangendo. “Potrà mai perdonarmi?”, chiedeva. E io risposi che l’unico modo per farlo era, prima di tutto, quello di parlarne».

Perché in Italia si è fatto poco. Si è scelto di dimenticare, «o meglio di rimuovere, un pezzo di storia». Quell’uomo poi le diede una cassa piena di lettere e documenti del padre. «Da quel momento ho capito cosa cercare. Mi sono mossa per mercatini delle pulci a Roma, in Abruzzo, a Trieste. Avevo trovato anche qualcuno specializzato che mi aiutava, procurando vecchi documenti. “Sono oggetti che le famiglie si sono ritrovate in casa e che non vogliono più tenere”, spiegava. E questa è rimozione».

Testi storici, in realtà, non mancano. «Però non ci sono film. Uno dei miei preferiti è “La battaglia di Algeri”, di Gillo Pontecorvo, che parla della liberazione degli algerini dal dominio francese. Ogni volta che lo vedevo mi chiedevo: ma ne avrà fatto anche uno altrettanto potente sulla lotta tra italiani ed etiopi? La risposta è no. I film sul tema sono pochissimi».

Uno dei prossimi potrebbe essere proprio tratto dal suo libro: la regista Kasi Lemmons, già autrice di “Harriet” si è detta interessata. La Atlas Entertainment, la casa di produzione di Charles Roven – quella dei supereroi Dc, per capirsi – sta già sviluppando il progetto.

Forse “The Shadow King”, con la sua epopea sulle donne che hanno resistito all’invasione italiana, finirà sugli schermi. E forse si comincerà a parlarne in maniera più approfondita.

In realtà qualcosa si è già visto, sulla scia delle proteste americane e in relazione alla statua dedicata al giornalista Indro Montanelli a Milano.

È stata innalzata per ricordare il luogo in cui fu gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1977, ma ora alcuni propongono di rimuoverla (o abbatterla), in virtù delle sue idee, le posizioni politiche e il passato nella guerra africana. In particolare per l’episodio di madamato (raccontato da lui stesso) che è finito al centro del dibattito.

«Ho avuto occasione di leggere molti dei suoi scritti, che contengono molte manipolazioni sui temi che conoscevo bene. Ho studiato anche per poterli contestare sulla base di fatti oggettivi, riconosciuti, e non solo perché ne conoscevo una versione diversa».

E la statua? «Per me si può tirare giù. Così come il sacrario a Rodolfo Graziani ad Affile, nel Lazio. E si parla di un personaggio violento, responsabile di repressioni, con metodi durissimi, che fu anche collaborazionista. Colpì gli africani e anche gli italiani, cioè i suoi stessi connazionali». Certo, «mi rendo conto che si tratta di un dibattito che suscita tensioni, ma va fatto. È arrivata l’ora».

Forse aiuta l’influsso americano, anche se manifestazioni e proteste erano già avvenute, senza però lasciare tracce significative. «Stavolta mi sembra diverso. Sono azioni dirette, pensate. Non si tratta solo di sostenere il movimento di Black Lives Matter. Stavolta si chiede un cambiamento vero, mirato. Con proposte precise. Ad esempio spostare i fondi dalla polizia, armata fino ai denti, e utilizzarli per istruzione e iniziative sociali, è un cambiamento. A Minneapolis si sono impegnati a farlo, a New York è stata già presa qualche decisione in questa direzione».

A suo avviso «potrebbe essere questo uno dei primi effetti del coronavirus e della quarantena. Restando chiusa, bloccata, ferma, la gente ha avuto occasione di riflettere. E il desiderio di cambiamento si è accresciuto».

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