Il paese realeSalvini e la fenomenologia dello spirito italiano ospite della trasmissione di Barbara D’Urso

Mentre sui nostri divani ci poniamo sofisticati problemi di appropriazione culturale e di microaggressioni, il capo della Lega parla al paese là fuori, quello che conosce padre Pio e capisce il presepe

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Tenendo conto del fatto che Sole a catinelle superò i cinquanta milioni d’incasso, è probabile che il 2013 sia stato l’anno in cui l’intellettuale milanese ha visto per la prima volta com’era fatta l’Italia.

Quello era il film in cui Checco Zalone portava il figlio in vacanza in Molise, e il Molise della nonna di Zalone era identico a come ricordo il Molise di mia nonna: comò orrendi e molti santini di padre Pio. Il paese reale.

Cinque anni dopo, Giuseppe Conte, ospite di Bruno Vespa, avrebbe tirato fuori di tasca una medaglietta di padre Pio. In Molise (dove avevano da poco perdonato Zalone, colpevole d’appropriazione culturale) probabilmente apprezzarono. La gente che piace, però, quasi tutta sussultò sul divano: ma chi è questo buzzurro retrogrado.

Quasi tutta; i felici pochi che avevano capito che il Molise è la nostra Dixville Notch (la località del New Hampshire che per prima dà i risultati elettorali, e sempre sono quelli che poi seguiranno nel resto della nazione), loro lo videro e dissero ai figli: «Questo ce lo teniamo al governo finché non sei grande». (Felici pochi sono quelli che, invece di domandarsi se il paese reale esista, si sono da un pezzo risposti di sì: certo che esiste, esiste e fa schifo).

Domenica, mentre Matteo Salvini, ospite di Barbara D’Urso, veniva interrogato sulla flat tax da Fausto Leali ed esortato a parlare ai giovani da Elenoire Casalegno, la gente che piace si piccava d’ignorarlo e di leggere invece il New York Times.

C’era un articolo sui grossi guai di Condé Nast, più famoso editore patinato del mondo (quelli di Vogue e di Vanity Fair, per capirci), accusato di non essere abbastanza multiculturale. Molti i gravissimi esempi elencati: il direttore che si è licenziato dopo che è stata trovata, sull’Instagram di sua moglie, una foto della coppia sotto la quale ella aveva osato atteggiarsi a portoricana scrivendo «boricua» (il «paisà» dei portoricani: gravissima appropriazione culturale, perdinci); la riunione di otto giornalisti solo tre dei quali erano neri; ma soprattutto il dirigente che ha regalato a una segretaria, la cui prosa gli pareva traballante, un manuale di stile, e la segretaria l’ha reputata una «microaggressione» (il sostantivo creato per far sembrare qualcosa che t’infastidisce soggettivamente una cosa oggettivamente grave).

Non ho niente contro le analfabete che lavorano nell’editoria, ne conosco tante e a tutte farebbe un gran bene un manuale di stile (ammesso che capissero cosa c’è scritto); non ne ho mai regalato uno perché sono meno generosa del dirigente Condé Nast, ma almeno a essere tirchie non ci s’inguaia venendo accusati d’aver umiliato la segretaria nera (va però detto che le analfabete che conosco io sono tutte bianche, e mitomani: si sentono tutte divine prosatrici, non c’è microaggressione che possa scalfire la loro autostima).

Mentre nella società signorile di massa si sfogliava il New York Times, dalla D’Urso c’era Costantino della Gherardesca che – in quota gente che piace, e in una specie di parodia chic del bamboccione di Natale in casa Cupiello, quello di «’o presepio nun me piace» – spiegava a Salvini che il presepio non è importante, non è un tema culturale attuale, non è rilevante mentre l’economia va a rotoli; e che, in un mondo ideale, ci sarebbe la libera circolazione degli individui, e se arrivasse uno dal Ghana più bravo di lui a condurre (di lui Costantino, non di lui Salvini) sarebbe giusto dargli il suo posto.

La milanese che piace che abita in me si è distratta. Mi sono messa a pensare alla prima volta che vidi Louis C.K. a teatro, era il 2012 e lui aveva trovato quella formula geniale che è «Certo che, però forse». Con la scusa di quella formula – in cui la premessa era la frase socialmente accettabile, e la conclusione era l’indicibile – diceva certe cose che oggi lo fucilerebbero alle spalle. Una di esse era: «Certo che gli immigrati ti rubano il lavoro, ma forse, se qualcuno che non ha contatti, non ha soldi, neanche sa parlare la tua lingua ti ruba il lavoro, forse fai cagare».

Quando ho ritrovato la concentrazione, Salvini aveva già detto a Costantino che era «sicuramente probabile» il ghanese ipotetico fosse un conduttore migliore di lui, e anche negli errori egli è paese reale: nessuno, tra l’elettorato che non piace ma pesa, avrà pensato «O “sicuramente”, o “probabile”, deciditi».

Sono dovuta andare a cercare la risposta sul presepe in mezzo agli altri video della puntata, tra «Eleonora Giorgi chiede scusa ad Asia Argento» e «Morgan: Asia Argento mi picchiava mentre dormivo». Ho superato le correnti gravitazionali e Barbara D’Urso vestita come il divano d’un privé di Las Vegas, e ho trovato la risposta di Salvini, così perfetta per la remota provincia non frequentata dai nostri divani milanesi che il New York Times ne chiederebbe le dimissioni, e mia nonna nell’entroterra molisano risorgerebbe per andare a votarlo, scandalizzando quell’atea à la page vocata alla minoranza di sua nipote: «Se poi dirsi cattolici e cristiani significa essere retrogradi, io sono orgogliosamente cattolico e cristiano: rispettando tutti gli altri, ma l’Italia è questo».

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