Il male dentroL’ammazzamento rituale e la chiusura della mente americana

Fra un presidente pazzo ma democraticamente eletto, gli omicidi degli afroamericani e la violenza che imperversa nelle strade, gli Stati Uniti sono diventati il luogo di concentrazione di tutta l’assurdità e lo spavento del mondo

ALEX WONG / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / GETTY IMAGES VIA AFP

Il problema è che gli Stati Uniti non sono Hong Kong. Tutte le volte che c’è stato seriamente da protestare non hanno mai neanche lontanamente dimostrato la tenuta che hanno laggiù, la persistenza, la tenacia di porre una questione come improrogabile. Hanno acceso dei fuochi e poi hanno lasciato che si spegnessero, lasciando dietro ceneri volatili e cattiva propaganda.

E così facendo le cose, nel loro fatale, ossessivo ripetersi diventano sempre, ogni volta, un po’ peggio. Chi ha scritto di queste cose negli ultimi vent’anni, lo sa: le due piaghe bibliche dell’America contemporanea sono integre e tendono a ingrandirsi, anziché contrarsi.

Parliamo della demente circolazione delle armi – con annessa cultura della violenza e con la matematica conseguenza dei massacri che punteggiano le indolenti cronache nazionali, indifferenti a un fenomeno ritenuto effetto collaterale del proprio ordinamento – e, parallelamente, del deflagrare della violenza della Polizia nei confronti degli afroamericani, a saldo di una frattura mai sanata, che assume dimensioni diaboliche allorché vede le sue radici annodarsi alla follia legalizzata della schiavismo, della deportazione, dello sfruttamento, della acquisizione nell’ambito del proprio secolare sistema sociale del principio della subalternità, del dominio e, inconcepibilmente, del possesso delle anime altrui.

Se cavalcando un fulmine si schizza dai mercati di carne di Charleston agli spiazzi desolati della Minneapolis d’oggi, la sensazione è di caos morale, disordine e confusione psicologico, ancor di più di una collettiva rimozione, di un’incapacità di distinguere, con rabbia e sincerità, tra ciò che si dice e ciò che veramente si pensa: i corpi neri e le persone che vi abitano sono una variabile di cui la discrezionalità del braccio dei bianchi, antichi carcerieri, può disporre a secondo dei suoi umori, non rispettando comandamenti, regole e nemmeno compromessi.

Un bianco, un certo tipo di bianco che obbedisce al tramandarsi d’una mentalità non scritta ma palpabile, sospesa, condivisa, trasmessa, può fare quel che vuole, spingersi fino a punti non definiti, nel fare a un nero ciò che le pulsioni lo spingono a fare. Non esiste confine, ma esiste una sceneggiatura genericamente riadattabile alla miriade di casi accaduti, anno dopo anno.

Secondo il più bieco canovaccio, tutto nasce dall’insorgere del pretesto, dal trovarsi di un qualcuno senza nome e per lo più senza macchie gravi, nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Poi il crescendo di una violenza che non è mai un fiotto secco, ma piuttosto un cadenzato incedere, un gonfiarsi del bubbone.

Infine la tragedia: un morto per terra, il pigro accadere delle procedure, la coperta sul cadavere e su quel poco di turbolenza emotiva che di norma circondano la scena del delitto. Perché quasi sempre qualcuno c’è, vede, mormora parole di farfugliata riprovazione, ma nessuno seriamente interviene. La macellazione avviene in silenziose mattinate o in storditi pomeriggi, con la regolare ritmicità di una replica de I Miserabili. Un altro capretto viene catturato e sacrificato. I membri della sua stessa razza non possono che raccomandare ai figli di attenersi scrupolosamente ai moniti, ovvero di sottomettersi, sottomettersi, sottomettersi, neanche per un attimo pensare a resistere, se non si vuole entrare in quel lungo elenco – nomi, non più corpi.

L’ammazzamento rituale avviene di solito nell’indifferenza che ribadisce la dominazione, che schiaccia il collo di una razza sotto il piede di un’altra. Il marciume americano è questo: non c’è peccato, non c’è castigo, non c’è pentimento, non c’è redenzione – c’è solo ripetizione, sommessa riprovazione, convivenza con l’inevitabilità del fatto che questi siamo noi, non tutti, ma tanti, perché su queste basi si è generata la nazione.

Il male è dentro, non è estirpabile. Si può pregare e fare buone azioni. Ma non si può cambiare la propria natura, se si è stati educati in questa appartenenza. Talvolta esplode la protesta, identica ai quattro angoli dell’America, dalla LA di Rodney King alla Ferguson di Michael Brown, dalla Florida di Trayvon Martin alla Minneapolis di George Floyd.

La rivolta è coreografata, avvolta dai fuochi, da vetri rotti, corpi sudati, grida e bagliori, neri e bianchi che reggono cartelli, maneggiano bastoni, sfasciano saracinesche, saccheggiano empori, e aspettano. Aspettano che la rappresentazione flagrante dell’orrore inspiegabile appena commesso, venga magnificato dalla virulenza televisiva di quella reazione, che non vuole essere organica, logica o dibattimentale, ma vuole sono essere minacciosa, disperata, vuole devastare e spaventare, vuole dire al mondo «Ma non vedete? Come fate a tacere? Come fate a convivere con la vostra coscienza, davanti a questo scempio?».

A quel punto, sempre e ogni volta, la sceneggiatura si ripete e anche il più volenteroso dei cronisti eviterebbe volentieri di riscrivere il solito articolo. Che sia stato un massacro senza senso con una dozzina di innocenti stesi nel loro sangue perché un impiegato licenziato ha cercato risarcimento, o che un nero sia stato brutalizzato e terminato senza un brandello di motivazione per la decisione istintiva di farlo di un agente di Polizia, prodotta senza nemmeno premeditazione ma per la regola degli uomini che governa quella nazione, mentre monta la rivolta la cura prova a transitare attraverso le parole, che come non mai, dimostrano la loro subalternità al cospetto delle immagini, suonando vuote, inutili, retoriche, ridondanti, grondando ipocrisia, codardia, arroganza, assenza.

Non solo quelle di un presidente ormai oltre il confine della pazzia, eppure democraticamente eletto (quell’uomo, va sempre ripetuto, è stato coscientemente scelto dagli elettori per guidare una nazione che cova dentro di sé queste infezioni), ma anche le parole di chi declama che la denuncia deve avere seguito, che l’ingiustizia va sanata, che le giuste ragioni della ribellione devono trovare soddisfazione prima che chi protesta superi il lecito, facendo sprofondare la protesta nel torto.

Bla, bla, bla. L’America ha avuto Obama e le sue invocazioni, punteggiate in otto gracili anni d’un tentativo di riconciliazione mai vagamente realizzato. Oggi è obnubilata e inerme di fronte a una condizione di instabilità che non sa affrontare, singhiozza constatando come l’agognato individualismo sia impotente nel labirinto della modernità, vagheggia di padri fondatori mentre osserva impotente i dati della disoccupazione.

I neri muoiono ammazzati dalla Polizia e decimati dal virus, in una primavera di scontento durante la quale gridano «Giustizia!», menano le mani, corrono a perdifiato, cercano vendetta, invocano comprensione, e se non è così allora si dà fuoco alle città. Intanto il sistema si è ricomposto, ha ripreso il minimo assetto necessario, sia pure in presenza del Presidente che blatera follie, scrive di cani assatanati che morderanno i rivoltosi, vomita spudoratezze, come il più abbandonato dei sovrani in disgrazia.

Le fiamme divampano, i commissariati bruciano, le stitiche concessioni vengono promulgate “a condizione”, manganelli e fucili si ammassano, il messaggio che s’inturgidisce è «adesso basta! Vi abbiamo fatto pazziare, adesso andate a casa! Non faceteci arrabbiare veramente!».

Si affollano la guardia nazionale e l’esercito, le autoblinde e le autopompe: la rabbia dei riots nelle città americane ondeggia, non conosce la coerenza e la pazienza di Hong Kong, non viene da una riflessione ma da uno strepito, si agita come una bandiera sbattuta dal vento, si rafforza dell’iniquità, s’indebolisce nella stanchezza, mostra di non avere speranza.

Ci vorrebbe un grande pessimista come Faulkner per descrivere l’America nello spaventoso cul-de-sac del 2020. Una buia strada senza uscita, in cui è penetrata da sola, vittima dei suoi errori, dell’impresentabile spirito di autoassoluzione, di una tensione all’onnipotenza che solo ora, di fronte allo schiumare dei disastri che le ricoprono il corpo, raccontano il finale d’una storia che ormai s’aggira nella palude dei deliri.

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