Lungimiranza epidemiologicaBreve storia di un asintomatico lombardo considerato un “appestato” dagli svizzeri

Dopo la riapertura delle frontiere, gli italiani che si spostano tra i cantoni continuano a essere visti come portatori del virus. Ma la discriminazione, a ben guardare, forse è giustificata dalla fuga generale verso nord nel weekend in cui Conte ha decretato il primo lockdown

Svizzera
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Cacciato senza colpa a febbraio, come gli anarchici di Addio Lugano bella, dopo tre mesi e mezzo di galera lombarda (galera minuscolo, e con una sola elle), ora che hanno riaperto le frontiere sono riuscito a baciare nuovamente la mia “terra d’asilo”, l’Engadina cara a Nietzsche e a Hermann Hesse, che avevo lasciato bianca e ritrovo verdissima.

Sono luoghi a me familiari, ma mi sembra di essere il David Bowie de L’uomo che cadde sulla Terra, un alieno piovuto da qualche pianeta extrasolare. Qui nessuno porta la mascherina, neanche alla Coop, nemmeno i camerieri nei ristoranti: del resto nei Grigioni contagi e decessi sono praticamente azzerati, anche se non mancano i focolai in altre parti della Confederazione. Se incroci qualcuno col bavaglio, puoi scommettere che è italiano. Vedi cantieri ovunque, lavorano tutti come matti, rifanno strade e ponti (invece di dare 600 euro a testa per stare a casa, il governo di Berna ha finanziato le imprese per ripartire).

E fino a una settimana fa (non ditelo all’Azzolina) sui sentieri sfrecciavano ragazzini in mountain bike con la cartella in spalla: immagini a cui in Italia non siamo più abituati. Le scuole dell’obbligo hanno riaperto l’11 maggio, fino al 19 giugno, e il nuovo anno scolastico comincia il 17 agosto. Obbligo di distanziamento per gli insegnanti, ma non per gli studenti: tanto, dicono qui, è impossibile tenere distanti i ragazzi.

Insomma, un’altra galassia. E tutto questo senza bisogno di task force, di conferenze stampa quotidiane o di “stati generali”. E senza eccedere in pattugliamenti e autocertificazioni, anche se, come straniero, ti bombardano di messaggini con le “raccomandazioni dell’Ufficio federale della sanità pubblica” (a proposito: chi gli avrà dato il mio numero di cellulare?).

Per ripigliarmi dallo spaesamento, sto leggendo un interessante libro di Roberto Roveda e Michele Pellegrini, Il confine settentrionale. Austria e Svizzera alle porte d’Italia (Oltre edizioni), che ripercorre secoli di guerre religiose e di contese territoriali tra i popoli al di qua e al di là delle Alpi. In pratica, scopriamo che non c’è stato un singolo momento della storia, dall’impero Carolingio a Napoleone fino alle dispute recenti sui frontalieri, senza qualche scazzo tra svizzeri e lombardi. E i Grigioni sono stati spesso l’epicentro della tensione.

Una delle pagine più cruente è il “Sacro macello di Valtellina” del luglio 1620, quando i cattolici di Tirano, Teglio e Sondrio, istigati dagli spagnoli, insorgono contro i funzionari retici di fede protestante. Vogliono scuotersi di dosso il “giogo grigione” e liberarsi dei conterranei convertiti alla Riforma, visti come traditori della patria e privilegiati nei rapporti con l’amministrazione.

Non è solo una questione di libertà religiosa. Dato che gli eretici in genere si rifiutano di abiurare, vengono massacrati senza tanti complimenti, le loro case bruciate e i loro beni confiscati. Le vittime, in soli quindici giorni, sono quattrocento o forse seicento. Segue rappresaglia da parte svizzera, con gli evangelici che bruciano le chiese cattoliche (la cosiddetta Kelchkrieg, la guerra dei calici), l’invasione spagnola della Valtellina e un conflitto che durerà diciannove lunghi anni.

Oggi le divisioni non sono più di carattere teologico, ma epidemiologico. E tuttavia i grigionesi ti accolgono suppergiù con la cordialità che i loro antenati protestanti potevano riservare a un arciprete di Sondrio o a un inviato del Cardinal Borromeo. Tu, innocente, laicissimo fuoruscito del Ducato di Fontana.

Non potendo bruciarti la casa (i tempi sono cambiati, e loro sono persone miti e civili), ti tengono alla larga come un appestato. Nei rifugi, se ti vedono con la mascherina o ti sentono parlare italiano, cambiano tavolo. Sui sentieri, si paralizzano o arretrano, con gli occhi lampeggianti come un termo-scanner. E hai l’impressione che ti disegnino sulla maglia una specie di “lettera scarlatta. Dove la A sta per Asintomatico, ma non del genere sfigato alla Zangrillo, che non ti attacca niente. Un Asintomatico tendenza Crisanti, con carica virale bella tosta, da cui è bene difendersi. Proprio come da uno scismatico ai tempi delle guerre di religione.

Bisogna ammettere che qualche ragione ce l’hanno: nel famoso weekend dell’8 marzo, quando Conte stava per annunciare la “zona arancione” in Lombardia, sono sciamate qui torme di milanesi, bergamaschi e bresciani. E al picco della pandemia, mentre gli svizzeri se ne stavano disciplinatamente barricati in casa, vedevi in giro comitive di nostri connazionali over 65 con un bel campionario di patologie pregresse e attrezzatura da escursione, e più volte la polizia è dovuta intervenire (su denuncia dei locali), comminando multe da centinaia di franchi.

Gli assembramenti, infatti, erano “fortemente sconsigliati” da Berna, e qui “sconsigliare fortemente” equivale a vietare, in Italia è solo un auspicio da commissario della protezione civile, un flatus vocis di cui ti puoi fare tranquillamente un baffo. Infatti siamo un modello per l’Europa. Non oso pensare cosa succederà tra una settimana, con il primo esodo di luglio dei padani accaldati. Potrebbe scoppiare un nuovo “macello”. Non quello sacro della Valtellina: un macello più profano, tipo Renania-Vestfalia.

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