Verso un nuovo governoDiavoli rossi, Re Magi e Quattro Stagioni: in Belgio la politica si fa à la carte

L’esecutivo di Sophie Wilmès doveva rimanere in carica solo per gli affari correnti, poi è arrivato il coronavirus a stravolgere i piani. Mentre in Parlamento l’affollata Camera dei rappresentanti eletta con il proporzionale è un caleidoscopio di sigle, lingue, personaggi, fazioni e alleanze che si fanno e disfano: le possibili soluzioni per la prossima coalizione alla guida sono innumerevoli

AFP PHOTO/ JOHN THYS JOHN THYS / AFP

Il litorale di Ostenda non è quello di Milano Marittima, ma adesso l’esecutivo di Sophie Wilmès – prima donna premier del Belgio – potrebbe finire per diventare un governo balneare. Stremato dalla gestione della pandemia e senza un vero sostegno parlamentare (appena 38 deputati su 150), il governo, in precedenza in carica solo per gli affari correnti, a marzo aveva ottenuto l’appoggio di nove partiti proprio per far fronte alla crisi del covid-19 (che ha dato al Paese la poco invidiabile medaglia d’argento del rapporto fra morti e popolazione, alle spalle di San Marino).

Un mandato pieno ma circoscritto, arrivato 454 giorni dopo le elezioni: sei mesi per gestire la fase più critica della pandemia e l’impegno di tornare di fronte al Parlamento a settembre per rimettere l’incarico.

Eletta con il proporzionale, l’affollata Camera dei rappresentanti belga è un caleidoscopio di sigle, lingue, personaggi, fazioni e alleanze che si fanno e disfano: un menu variopinto dove ce n’è per tutti i gusti e si può ordinare à la carte; una confusionaria tavolozza di colori su cui sperimentare la migliore combinazione governativa che abbia anche il favore dei numeri. Un esercizio che non annoia i belgi e neppure le loro teste coronate.

«Il Paese ha bisogno di un governo deciso e stabile», ha ricordato in chiusura del suo discorso del 21 luglio, festa nazionale in Belgio, Sua Maestà Filippo: segnale inequivocabile dell’impazienza reale per il protrarsi dell’impasse. E ora che la situazione dei contagi torna a preoccupare (+69 per cento in una settimana e allerta arancione nella cartina mondiale del coronavirus) e il governo riprende a serrare i ranghi delle misure di sicurezza, anche lo scenario politico sembra in rapida evoluzione.

Sullo sfondo, i nuovi provvedimenti in vigore da oggi prevedono non più dieci ma cinque contatti stabili che ciascuno potrà frequentare, mentre le città agiscono in ordine sparso: Anversa imponendo il coprifuoco notturno, mentre a Bruxelles l’obbligo di indossare la mascherina nelle strade commerciali e nei luoghi più frequentati traccia una paradossale mappa della caccia al tesoro fra le vie della capitale.

Con l’estate alle porte e la scadenza del mandato di Wilmès all’orizzonte, il sovrano ha deciso di riprendere in mano la crisi politica e di convocare al Palazzo Reale di Bruxelles i leader dei partiti arrivati nelle due prime posizioni alle elezioni del 26 maggio 2019: divisi dalla lingua, ma vincitori condannati – loro malgrado – a una coabitazione senza la quale un governo per il Belgio proprio non si materializza.

Da una parte, i nazionalisti fiamminghi dell’N-Va, la Nieuwe-Vlaamse Alliantie, che con 25 seggi è il maggiore gruppo parlamentare in Aula; dall’altra, il Partito socialista (Ps) francofono, che arrivò primo in Vallonia e nella regione di Bruxelles capitale e ha oggi 20 eletti. Il re fa sul serio, ma la responsabilità politica è tutta in capo alle due formazioni e, anzitutto, ai rispettivi capi politici: Bart De Wever, sindaco di Anversa, per l’N-Va, e Paul Magnette, ex governatore vallone e oggi sindaco di Charleroi, per il Partito socialista.

Sono loro i “préformateurs” del governo che dovranno condurre un dialogo sotto traccia (ma lo faranno in francese o in neerlandese?) per formare un esecutivo con un’agenda condivisa – dal sociale alla riforma dello Stato, fino alla giustizia -, forte di una diffusa rappresentatività del Paese e delle sue due principali comunità linguistiche, e poi riferire al monarca.

Magnette – che ha avuto il suo momento di gloria continentale nel 2016, quando galvanizzò gli anti-liberisti mettendo in un primo momento il veto alla ratifica del Ceta, l’accordo di libero scambio dell’Unione europea con il Canada – aveva rifiutato sinora l’ipotesi di un’alleanza con l’N-Va, ma in un video postato sui social parla di ricerca di un programma comune, pur senza mai nominare il promesso sposo.

Un matrimonio impensabile, insomma, su cui il re gioca adesso a carte scoperte e che la stampa ha ribattezzato “Diables Rouges”: diavoli gli uni (i nazionalisti che nessuno vuole, ma senza i quali non si fa un governo), rossi, perlomeno fuori, gli altri.

Ma Diavoli Rossi sono anche i giocatori della nazionale di calcio belga, che nella sua corsa ai Mondiali del 2018 in Russia si classificò terza, arrendendosi solo alle semifinali e di fronte ai cugini francesi che si sarebbero poi aggiudicati la Coppa: più messaggio di unità nazionale di così non si può.

Tutto il mondo è Paese (soprattutto quelli in cui eserciti di premier e allenatori della nazionale si fanno le ossa ai tavoli del bar).

L’asse inedito fra destra del Nord e sinistra del Sud è il perno attorno a cui costruire una reale – seppur litigiosa – maggioranza parlamentare da allargare ad altre forze, sino ad arrivare a 80 seggi su 150. Alla finestra sono infatti i “re magi” – ed ecco che finiamo proiettati nella dimensione fiabesca della politica belga -, tessitori di insperate intese che attendono gli sviluppi del negoziato federale N-Va/Ps.

Non portatori di oro, incenso e mirra, ma di un piccolo bottino parlamentare (quei famosi 38 che sostengono il governo Wilmès) che contribuirebbe a puntellare la nuova maggioranza. Sono i presidenti del Mouvement Réformateur (Mr – liberali francofoni -, è il partito di Wilmès, del presidente del Consiglio europeo ed ex premier belga Charles Michel e del commissario europeo Didier Reynders), di Open Vld (liberali fiamminghi) e di Cd&V (cristiano-democratici fiamminghi): a metà giugno avevano provato a coinvolgere in un governo la Sp.a (che è una città termale in Vallonia, ma anche l’acronimo dei socialisti delle Fiandre – 9 seggi -), insieme a N-Va e centristi francofoni del cdH per mettere su una maggioranza composita che – pur coinvolgendo i cugini fiamminghi – tenesse fuori dal governo il Ps.

Secondo il copione di parenti serpenti (in Belgio avvalorato dall’imponente divisione linguistica che taglia in due il Paese – in tre, in realtà, se si considera la piccola comunità germanofona a nord-est), l’Sp.a non avrebbe escluso a priori la coalizione “Arizona”.

La fantasia non manca di certo nella patria di surrealisti e fumettisti e per battezzare questo ampio fronte, oggi finito nel congelatore, s’era pensato alla bandiera dell’Arizona, fatta di arancione, blu, rosso e giallo, dai colori delle forze coinvolte.

Eppure, poiché al di qua e al di là della frontiera linguistica il denominatore comune si trova in seno alle famiglie politiche, un’altra opzione à la carte sarebbe (stata) la coalizione Quattro Stagioni, tributo ad Antonio Vivaldi: alleanza fra socialisti, liberali, cristiano-democratici e (novità di questa opzione) Verdi, il cui consenso in Belgio è in costante crescita, come altrove nell’Europa continentale, dalla Germania alla Francia passando per il Lussemburgo.

Forte di una teorica maggioranza relativa, rimane sul tavolo come piano B, ma un tale governo sarebbe parecchio sbilanciato a favore dei francofoni, marginalizzando in blocco i rappresentanti dei fiamminghi.

Tra le altre coalizioni possibili ma non probabili anche la “svedese” – blu dei liberali, giallo dei nazionalisti fiamminghi e croce dei cristiano-democratici, come la bandiera del Paese scandinavo -, che ha governato il Belgio con Michel fino a dicembre 2018, quando l’N-Va lasciò la maggioranza e fece cadere l’esecutivo in disaccordo per il sì al Global compact sulle migrazioni.

Conventio ad excludendum, invece, nei confronti del Vlaams belang: secondo partito delle Fiandre (ma per i sondaggi sarebbe adesso balzato al primo posto), in Parlamento ha 18 seggi e, con la sua agenda separatista e ultraconservatrice, è ancora più a destra dell’N-Va. Il suo leader, il 33enne Tom Van Grieken, si muove sulle orme di Matteo Salvini (anche quelle di danza: su TikTok si fa ritrarre mentre a tempo di musica dice sì all’indipendenza delle Fiandre e no a un Belgio unito).

E Sophie Wilmès? La regola che nulla è più definitivo del provvisorio potrebbe stavolta subire un’eccezione. Anche la premier in carica, del resto, ha qualche grattacapo di fronte a un menu, stavolta quello delle salse – sono quasi 30 – da mettere sulle patatine della storica friterie di place Jourdan, nel cuore del quartiere europeo, dove si è recata con il collega lussemburghese Xavier Bettel durante una pausa della maratona negoziale del Consiglio europeo della settimana scorsa su bilancio pluriennale e Recovery fund. Sauce andalouse per lei, samuraï per lui.

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