La paghetta non è welfareL’Italia è una repubblica fondata sui bonus

Il nostro Paese è in assoluto tra quelli che elargiscono più incentivi: per le facciate, per le bici, per le mamme e ora per i nonni. E lo faceva anche prima di questa pandemia. Ci sono alcuni vantaggi, ma non possono sostituire la fornitura di veri servizi. Che è ciò che servirebbe davvero

I bonus non esistono. O meglio, la parola in sé non significa granché. Ne sentiamo sempre più parlare: bonus baby-sitter, bonus bebè, (ex) bonus 80 euro, ecobonus, bonus bici, bonus vacanze, bonus mamma domani, bonus nido, bonus cultura, bonus docenti, bonus facciate. E la lista potrebbe continuare, degli sconti e incentivi introdotti dagli ultimi governi. L’ultimo in ordine di tempo è quello soprannominato bonus nonni, dedicato ai parenti non conviventi che si prendono cura dei figli minori di 12 anni quando i genitori sono al lavoro.

Ma dietro al termine – bonus – si nascondono diversi significati e, quindi, diversi obiettivi. «Non si può parlare genericamente di “bonus”» dice a Linkiesta Carlo Cottarelli, «si tratta in realtà di misure di natura diversa». Un bonus può infatti servire a premiare, e quindi incentivare, un comportamento di un singolo ritenuto di beneficio anche per altri – come è l’ecobonus che dovrebbe rendere più efficienti e quindi meno inquinanti le case degli italiani, il bonus facciate o il bonus bici – oppure per permettere di pagare un servizio o l’acquisto di un prodotto che altrimenti i meno abbienti non potrebbero permettersi.

È il caso del bonus vacanze o del bonus cultura per i 18enni. Altrimenti, ed è la terza opzione, i bonus possono essere veri e propri strumenti di welfare: per pagare la baby sitter, l’asilo nido, le spese per la nascita di un bambino. O, ultima possibilità, essere nient’altro che sconti per ridurre la pressione fiscale, come gli 80 euro che furono, dal primo luglio aumentati a 100 ed estesi a una platea più ampia.

In Italia si discute dei bonus da anni: abbiamo coniato anche una nuova patologia per dirlo, la “bonusite” di cui sarebbe malata la politica (e la società) italiana. Durante i governi Renzi prima e Gentiloni poi le opposizioni criticavano l’impiego frequente di sconti fiscali e trasferimenti monetari, ma in realtà con i cambi di maggioranza dal 2018 in poi gli stessi partiti prima minoritari non hanno fatto scelte diverse.

D’altra parte però non si può fare di tutta l’erba un fascio: esistono bonus buoni e bonus cattivi, e molto dipende dal loro obiettivo. Una certezza però la possiamo avere. In Italia li usiamo molto più che in altri paesi. A dirlo è l’Ocse, secondo cui nel 2015 (ultimi dati disponibili) eravamo primi per la quota di spesa sociale distribuita attraverso trasferimenti cash, prima di Grecia, Francia e Austria. Mentre per la spesa elargita con servizi e trasferimenti in natura ci posizionavamo poco sopra la media Ocse, in 17esima posizione.

Ai primi posti? Svezia, Danimarca, Norvegia, Francia, Finlandia, Regno Unito, Germania, Giappone. Insomma, paesi sviluppati in cui il welfare state è più efficiente ed equo rispetto a quello italiano. Certo, questo è vero anche perché sull’Italia grava una delle percentuali più alte al mondo di spesa pubblica destinata alle pensioni, che per natura si prelevano alle poste o si ricevono via bonifico. Ma non è solo per questo.

Secondo la teoria economica, in realtà, i cosiddetti bonus non dovrebbero essere poi così male. In primo luogo lasciano la libertà alle persone su come spendere i soldi ricevuti dallo Stato: in questo modo non si creano distorsioni nelle scelte di consumo, che sono fumo negli occhi per molti economisti. Insomma, la teoria è che sia un danno alla libertà personale e all’efficienza del sistema – affidata agli individui – se grazie al bonus, per esempio, c’è chi compra una bicicletta o un monopattino elettrico piuttosto di uno scooter.

In realtà, però, la maggioranza degli esperti ritiene che lo scopo di alcuni bonus, quelli premianti, sia proprio di cambiare le tendenze di acquisto dei consumatori, per indirizzarle verso prodotti che siano di sollievo per la società (in gergo tecnico si dice che abbiano delle “esternalità positive”) o che almeno non producano danni per gli altri: è il caso dei sussidi per l’acquisto di auto meno inquinanti.

Su una cosa però non c’è dubbio. I bonus, soprattutto quelli di welfare, sono più facili da amministrare ed elargire rispetto all’alternativa di offrire servizi. Distribuire il bonus bebè è più immediato che costruire una rete di asili nido pubblici e privati che garantisca una copertura degna di un paese europeo. E una pubblica amministrazione come quella italiana, che spesso non è in grado di mettere a terra gli investimenti pubblici per rendere possibili i servizi, rende ancora più evidente il vantaggio di varare bonus monetari invece di potenziare le prestazioni pubbliche.

Così la pensa anche Tommaso Nannicini, economista alla Bocconi e ora senatore del Partito democratico: «se faccio una riforma che migliora i servizi ai cittadini il rischio è che gli elettori non se ne accorgano nemmeno, perché la legge non viene trasformata in azioni concrete».

E c’è anche un altro problema, continua Nannicini: «In Italia non siamo abituati a valutare l’esito delle politiche introdotte dal Parlamento. I politici possono così annunciare l’ennesimo bonus, senza preoccuparsi che sia efficace o che venga distribuito anche ai cittadini benestanti che non ne avrebbero bisogno, come nel caso dell’ecobonus. L’unico metro di valutazione della politica rischia di essere sugli annunci quotidiani».

E poi c’è forse il vero motivo per cui in Italia vengono usati così spesso i bonus: i trasferimenti monetari sono elettoralmente validi. Prendiamo il caso più famoso da questo punto di vista, gli 80 euro di Matteo Renzi. Il bonus fu per mesi al centro della comunicazione del governo in fasce e in busta paga i dipendenti trovarono (e trovano ancora oggi) una voce specifica ed evidente per il sussidio. E non è un caso se alcuni economisti, come Silvia Vannutelli, ricercatrice alla Boston University, stanno studiando e dimostrando un legame causale tra il bonus e il voto per il Partito Democratico alle europee del 2014.

I bonus però non hanno solo lati positivi, altrimenti li userebbero tutti in Europa. Uno dei problemi è la giungla di misure e di agevolazioni di cui fanno parte, secondo Cottarelli: «rendono complicato il sistema, sovrapponendosi uno all’altro. Ormai ci serve un commercialista per sapere di quali misure possiamo beneficiare. Vengono introdotti per mostrare che i governi in carica stanno portando a casa qualcosa». E quale è l’alternativa professore? «Decidere le priorità. Senza cercare di gridare più forte degli altri, come fa sempre la politica. Qui manca la strategia».

Eppure il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici assicura che non è una storia solo italiana: «quando lavoravo sul Regno Unito per il Fondo Monetario Internazionale ricordo bene i regalini fiscali annuali di Gordon Brown. Ma quando ho confrontato il cosiddetto decreto rilancio e il Cares Act americano, ho trovato che nel decreto italiano ci sono quattro volte le misure che in quello approvato dal congresso americano. E questo non è un bene».

Inoltre, secondo gli esperti, i bonus possono creare disuguaglianze tra le categorie che ne hanno diritto: per fare un esempio, perché il bonus 80 euro va ai dipendenti e non ai pensionati, che pure pagano le stesse aliquote Irpef? Oppure, perché i lavoratori autonomi sono esclusi da molte prestazioni pubbliche? È il problema di scegliere i beneficiari di un bonus categoria per categoria.

E poi, un bonus è certamente più semplice da varare per il Parlamento, ma – come è stato introdotto – è facile anche cancellarlo e non rinnovarlo. È rischiato di accadere per i 500 euro ai diciottenni, per i bonus alle neomamme, per i benefici fiscali destinati alle imprese dal piano Industria 4.0 (prima aboliti con la legge di bilancio 2019 per essere reintrodotti quattro mesi dopo). La certezza del fisco e del welfare così evapora.

Ma esistono anche i bonus «virtuosi», almeno secondo Nannicini: «l’assegno unico per figli, di cui si sta per discutere in Parlamento a partire dal disegno di legge delega del governo, è un bonus buono: riordina le tante misure esistenti e confuse di oggi». Ma non basterà, come ammette anche l’esecutivo: i soldi possono forse fare la felicità, ma di certo non fanno l’equità e la prosperità di una società (da soli).

Prendiamo il caso delle famiglie: è dimostrato, dalle esperienze degli altri paesi, che costruire asili nido abbia effetti più forti sull’aumento delle nascite, sulle possibilità di lavoro delle mamme e sullo sviluppo educativo dei bambini dei semplici trasferimenti monetari.

L’Italia invece rimane il paese record per soldi elargiti dal welfare. E la pandemia non può che peggiorare la situazione: secondo un calcolo recente di Confesercenti a luglio saranno elargiti 11,5 miliardi di aiuti cash. In una crisi istantanea (per i tempi dell’economia) come quella in cui stiamo entrando, la velocità è tutto e dunque i bonus – tra cassa integrazione e sussidi ad hoc – sono stati probabilmente essenziali in un primo momento. A patto che non ci abituiamo troppo all’andazzo.

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