I pregiudizi contro l’economia di mercatoPerché agli intellettuali non piace il capitalismo?

Nel suo libro “La forza del capitalismo: un viaggio nella storia recente di cinque continenti” tradotto e pubblicato in Italia da Ibl Libri 2020, Rainer Zitelmann ragiona sull’avversione nei confronti dell’attuale sistema economico e sull’invidia sociale che provoca chi riesce ad avere successo

Nonostante dopo il collasso dei sistemi socialisti in tutto il mondo, alla fine degli anni Ottanta, in molti abbiano riconosciuto la superiorità dell’economia di mercato, un certo sentimento anticapitalista non solo è sopravvissuto in maniera più o meno latente, ma ha persino acquistato nuovo vigore con lo scoppio della crisi finanziaria del 2008. Nello specifico, l’anticapitalismo è diventato nuovamente la vulgata degli intellettuali in fatto d’economia – come dimostrato, ad esempio, dal plauso generale riscosso da Piketty con Il capitale nel XXI secolo. Tuttavia, questi più recenti sviluppi altro non sono che la manifestazione di una ben più longeva e tradizionale avversione dell’intellighenzia nei confronti del capitalismo.

Gli intellettuali e il capitalismo: costrutti teorici vs emersione spontanea

Ciò che sfugge alla comprensione di parecchi intellettuali è che il capitalismo è, per sua natura, un ordine economico che emerge e si sviluppa in maniera spontanea. Diversamente dal socialismo, il capitalismo non è il prodotto di una scuola di pensiero che mira ad imporsi sulla realtà, ed il libero mercato nasce dal basso anziché essere comandato per decreto da una qualche autorità. 

Possiamo paragonare l’evoluzione storica del capitalismo a quella delle lingue naturali, che si sono sviluppate stratificandosi nel tempo attraverso processi spontanei e non pianificati. Molto diversa è stata invece la sorte dell’esperanto, una lingua creata a tavolino nel 1887: esiste oramai da più di 130 anni, e senza per questo aver raggiunto neanche lontanamente il livello di diffusione globale sperato dai suoi ideatori. Sotto questo aspetto, alcune caratteristiche del socialismo sono assimilabili a quelle di una lingua artificiale, in quanto anche in questo caso si tratta di un sistema concepito da intellettuali.

Una volta afferrata questa differenza fondamentale tra il capitalismo, come sistema che si evolve spontaneamente, ed il socialismo, quale costrutto teorico, il motivo per il quale molti intellettuali preferiscono il socialismo – qualunque sia la sua forma – appare ovvio. Dal momento che la loro sussistenza dipende dalla propria capacità di concepire e comunicare le idee, non sorprende che essi si ritrovino molto più in sintonia con un sistema economico artificialmente costruito anziché con uno che permette il verificarsi di evoluzioni spontanee “impreviste”: l’idea che le economie funzionino meglio in assenza di interventi diretti è, per molti intellettuali, semplicemente inconcepibile.

Tuttavia, per rispondere alla domanda fondamentale sul perché l’anticapitalismo sia così diffuso tra gli intellettuali, bisogna innanzitutto rendersi conto che questi rappresentano nei fatti un’élite, o quantomeno una comunità che si autodefinisce come depositaria della coscienza morale della società. Le loro visioni anticapitaliste si alimentano sul risentimento e sulla loro opposizione all’élite imprenditoriale. Sotto questo aspetto, tale rivalità consiste essenzialmente in questo: una competizione tra due diverse élite per aggiudicarsi un ruolo di prestigio nella società contemporanea. 

Dal punto di vista degli intellettuali, se un più elevato grado di istruzione non garantisce automaticamente una posizione privilegiata o un reddito più alto, è dunque l’economia di mercato ad essere ingiusta, poiché permette che un simile squilibrio si verifichi. 

Ciò che porta gli intellettuali ad assumere un atteggiamento di generale scetticismo nei confronti di un ordine economico basato sulla competizione è quindi, in buona sostanza, il fatto di vivere all’interno di un sistema competitivo che conferisce il primo premio in denaro sempre agli altri, cioè un sistema in cui persino il proprietario di un’azienda di medie dimensioni arriva a percepire redditi più elevati e a possedere livelli di ricchezza maggiori rispetto ad un professore ordinario di filosofia. 

Orgoglio, pregiudizio e la presunta supremazia dell’apprendimento esplicito

Comprensibilmente, gli intellettuali tendono ad identificare l’acquisizione della conoscenza con l’istruzione accademica e lo studio sui libri. La psicologia usa il termine “conoscenza esplicita” per riferirsi a questo tipo di sapere, che è per l’appunto acquisito attraverso l’“apprendimento esplicito”. 

Tuttavia, vi è un altro tipo di conoscenza, cioè la “conoscenza tacita”, che si raggiunge tramite un processo di “apprendimento implicito”. Sebbene molti intellettuali non sembrino essere consci della sua esistenza, quest’ultima è di gran lunga più originaria ed è spesso uno strumento più potente, oltre a rappresentare, come mostrano gli studi nel campo dell’imprenditorialità, la via scelta dalla maggior parte degli imprenditori nella ricerca del sapere. 

Nel 1966, con il suo La conoscenza inespressa, il filosofo britannico d’origine ungherese Michael Polanyi coniò il concetto di “conoscenza tacita”, successivamente diventato famoso come “paradosso di Polanyi”: «noi sappiamo più di quanto sappiamo dire». In altre parole, l’apprendimento non necessariamente è il frutto di un’acquisizione sistematica e scientemente perseguita del sapere, piuttosto è spesso il risultato di processi d’apprendimento implicito del tutto inconsci. 

Lo stesso punto era stato precedentemente enfatizzato anche dal premio Nobel Friedrich August von Hayek. La differenza tra apprendimento implicito ed esplicito sta nel fatto che i risultati del primo sono difficili o impossibili da dimostrare sotto forma di certificati o di titoli accademici: secondo gli standard di un intellettuale, un imprenditore che non possegga una vasta cultura letteraria o un percorso di studi brillante non avrebbe quindi alcun titolo qualificante che possa essere paragonabile ad un dottorato o ad un elenco di pubblicazioni scientifiche.

Il cruccio degli intellettuali sta insomma nel non riuscire a farsi una ragione del fatto che qualcuno dotato di un “intelletto inferiore”, e magari senza neanche una laurea, finisca comunque col guadagnare molto più di loro e vivere in una casa molto più grande. 

Essi si sentono essenzialmente offesi nel loro senso di “giustizia”, e riscattati dalla convinzione che ciò debba essere colpa di un malfunzionamento del capitalismo o dell’economia di mercato, che deve pertanto essere “riparato” attraverso una redistribuzione massiccia della ricchezza. 

Gli intellettuali trovano così consolazione nell’idea che per quanto non gli sia possibile abbattere in toto lo spietato sistema capitalista, essi possono almeno in parte correggerlo spogliando i ricchi di parte dei loro “immeritati guadagni”.

L’anticapitalismo degli intellettuali ha raggiunto questa forza solo perché le élite del mondo degli affari sono state finora incapaci di produrre una risposta adeguata sul piano intellettuale. 

Alcuni degli esponenti dell’intellighenzia capitalista – fatta di economisti come Ludwig von Mises, Hayek e Milton Friedman, ma anche da scrittori come Ayn Rand – si sono lanciati nella mischia e hanno tentato di portare avanti la lotta che la stessa élite imprenditoriale sembra non voler o non aver i mezzi per combattere, sia pure per mancanza di coraggio, di padronanza della dialettica o risorse intellettuali.

Comunque sia, è un dato di fatto che tali esponenti, in quanto sostenitori del capitalismo, siano sempre stati considerati come degli alieni. Dalla loro stessa comunità.

* Questo articolo si basa sui contenuti del capitolo 10 (“Perché agli intellettuali non piace il capitalismo?”) del recente libro di Rainer Zitelmann, La forza del capitalismo: un viaggio nella storia recente di cinque continenti (IBL Libri 2020).

Traduzione dall’inglese di Veronica Cancelliere

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