Il manifesto esteticoGli italiani dovrebbero tornare i passionari caciaroni che sono sempre stati, dice Costantino della Gherardesca

Nel suo nuovo libro “La religione del lusso”, il conduttore racconta la parabola discendente dell’Italia e del suo popolo: «Riusciamo a importare il peggio: la xenofobia dall’Ungheria, il puritanesimo dagli Stati Uniti: siamo una specie di raccolta del peggio del mondo»

«Come insegnano i capolavori del teatro, il moralismo non conosce lieto fine. Eppure l’Italia sembra non averlo capito». Cerca di spiegarcelo Costantino della Gherardesca, in libreria con “La religione del lusso” (Rizzoli Lizard, illustrazioni di Ciro Fanelli), un «manuale di resistenza» che tra autobiografismo e considerazioni di costume, arte, moda e politica, fa a pezzi con ironia e autoironia i provinciali, sovranisti e antiprogressisti di cui l’Italia è piena, a destra e sinistra. 

Secondo il conduttore dovremo tornare gli italiani caciaroni, passionari, gaudenti, immorali, venduti e disadattati che siamo sempre stati. Dire e fare l’esatto opposto rispetto alle circostanze per non perderci «nella folla di mesti replicanti», comportarci come una «ricca mignotta di Singapore» a Roma – pretendendo di cenare alle 19.30 e fingendo di essere intolleranti all’amatriciana -, e fare l’esatto opposto a Singapore. 

Il manifesto di Costantino della Gherardesca è estetico, sociale, culturale. Gli indignati per professione, quelli che aspettano in grazia una qualsiasi flatulenza mediatica fuori dal coro per far sfoggio di tutta la loro incontenibile in-di-gna-zio-ne sui social, hanno in queste pagine molto materiale per i loro esercizi onanistici. Ma poco importa: «chi sfoggia indignazione non lo fa per portare avanti una qualsivoglia ragion di stato, lo fa per pura vanità».

Mettere al primo posto l’estetica e la comodità ha risvolti economici e politici («l’attivismo politico non è affatto in contraddizione con il glamour»). Innanzitutto, alla larga gli antiprogressisti di ogni colore, quelli che vorrebbero farsi la Torino Lione in calesse. Ma il vero nemico di Costantino Della Gherardesca non scrive in caps lock e non condivide post in cui si inneggia all’affondamento dei barconi, non vive in zone degradate e non fa fatica ad arrivare alla fine del mese: queste persone hanno posizioni politiche volubili, si convincono facilmente. Il nemico più pericoloso è piuttosto «quell’amico che continua a ripeterti da una vita che lui è più a sinistra di te», quello che «non solo ha votato NO al referendum costituzionale del 2016, ma si è anche documentato per farlo».

Non teme che i suoi spettatori la leggano anche?
La qualità che più ammiro delle persone è il coraggio. Il consenso popolare, questa specie di macchina del consenso che si è creata negli ultimi anni, distrugge la creatività, l’arte e l’informazione. Tutto è creato per soddisfare l’esigenza e i gusti – sempre più bacchettoni – del pubblico. Basta guardare l’informazione: la maggior parte dei giornalisti è in cerca di like, di consenso. 

Facciamo qualche nome?
Tutti i giornalisti televisivi. Nel momento in cui tu pratichi le famose false equivalenze, chiamando a parlare di diritti civili e etica il professor Galimberti e Salvini – e questo l’ho visto su La7 – e li metti sullo stesso piano, automaticamente legittimi l’opinione del secondo e gli fai da megafono. I giornalisti televisivi che fanno parlare nei loro studi xenofobi e omofobi sono persone estremamente vanitose, ormai delle celebrities, moralmente molto più colpevoli dei politici che ospitano e dei loro elettori.

Però salva Barbara D’Urso, che anzi nomina Santa di questa sua “religione del lusso”.
Ma non c’è paragone, ha fatto molti meno danni di tutti i giornalisti televisivi messi insieme. È un capro espiatorio criticato da altre persone che fanno televisione istituzionalmente considerata “seria”, ma che non lo è affatto – e parlo soprattutto dei programmi di informazione. 

La D’Urso meglio persino di Milena Gabanelli?
Assolutamente sì, non c’è dubbio, ma che domande mi fa? Ho visto un servizio della Gabanelli in cui svelava con dovizia di particolari che i piumini delle oche venivano strappato ai “poveri animali”: ne nacque tutto un boicottaggio verso i piumini. E ho detto tutto.

Quando è iniziata la metamorfosi puritana e bacchettona italiana?
Chiaramente Tangentopoli. C’è anche una data esatta: 30 aprile 1993, le monetine contro Craxi davanti all’Hotel Raphael, quello è stato l’inizio della fine. E da lì è andata avanti questa specie di menzogna popolare, data in pasto a un popolo di boccaloni. Ho visto Hammamet: non il film, la città. Ho visto il luogo dove Craxi è andato in esilio, ed era veramente modesto. Però è passata l’idea, grazie ai media dell’epoca, che Craxi sarebbe fuggito dall’Italia per vivere nel lusso sfrenato in Tunisia. Quello sarebbe lusso? Non vivrei neanche un giorno in un luogo così disagiato. 

Un po’ di puritanesimo l’abbiamo anche importato dagli Stati Uniti.
Sì, riusciamo a importare il peggio: la xenofobia dall’Ungheria, il puritanesimo dagli Stati Uniti: siamo una specie di raccolta del peggio del mondo.

E ora i picconatori di statue…
Attenzione però, sulla questione delle statue non la penso né come i passionari della giustizia etica, cioè che vadano a tutti i costi rimosse, né come i liberali che le lascerebbero tutte. Premessa: ci fosse una statua del Bernini che glorificasse l’uomo peggiore del mondo, quella andrebbe lasciata, ovviamente. Riguardo alla statua di Montanelli: è un cesso di monumento messo lì nel 2006 dalla giunta Albertini, non è come il quadro di Balthus che qualcuno avrebbe voluto togliere dal Met perché raffigurava una ragazzina giovane seminuda. 

Ma se tirassimo giù tutte le brutte statue ne rimarrebbero ancora meno che se tirassimo giù quelle “controverse”.
Io la penso un po’ alla Henry Kissinger, credo alle contingenze, sono un relativista. Porta Venezia è un po’ la roccaforte del Partito Democratica e di una certa sinistra Lgbt milanese. Se il sindaco Sala fosse più simile a Kissinger, non penserebbe “è giusto o sbagliato rimuoverla?”. La considerazione etica – in una situazione come questa, in cui si parla di simboli – non dovrebbe neanche sfiorarlo. Dovrebbe chiedersi: “cosa mi farà avere più voti?”. E in questa particolare situazione, una statua di quel tipo in quel luogo, non voluta dai residenti, io l’avrei tolta. 

Questo avrebbe scontentato altri milanesi: quelli che leggono, o lavorano in, via Soferino.
La cosa più spiritosa su Indro Montanelli la disse Oriana Fallaci – indipendentemente da come si giudichino le sue idee degli ultimi anni. La Fallaci diceva, e questo è una cosa importante che dovrebbe capire anche la Milano del Corriere: se tu vai venti metri fuori dall’Italia, se vai a Chiasso, nessuno sa chi cazzo è Indro Montanelli. Non stiamo parlando di Robert Fisk.

Ma il mio giudizio sulla statua non ha nulla a che fare con il mio credo personale, non ne faccio una questione etica. Stiamo troppo a pensare a questioni di principio e grandi valori etici quando siamo una nazione con le pezze al culo e dovremmo solo chiederci “cosa dobbiamo fare, costi quel che costi, per ricominciare a fare girare i soldi e guadagnare denaro?”.

Dalla domestica di Cremonini al disegno dell’app Immuni, i problemi dell’Italia sembrano altri, e l’indignazione sembra l’unica lente con siamo in grado di osservare la realtà. Più che un luogo di conciliazione di interessi conflittuali qualcuno vorrebbe trasformare la società in un prolungamento della propria etica individuale.
Ho visto una discussione – seria! – sui media inglesi sull’appropriazione culturale dei capelli in stile afro, che sarebbe inopportuna da parte di un bianco che non può capire storie e drammi di quella moda afroamericana. Questo a quanto pare crea problemi etici molto seri tra le persone in Inghilterra e nell’America liberal. Mi chiedo se le persone che si pongono questi problemi siano realmente informate su quali sono i veri problemi degli Stati Uniti nella guerra economica con la Cina ora che stiamo entrando nella data economy. Io sono apertamente benaltrista: è più importante avere una visione globale sul futuro economico o preoccuparsi delle origini culturali delle treccine?

Queste discussioni nascono dalla comodità in cui viviamo?
Assolutamente sì. Quando sono andato in Ghana a trovare un’amica originaria di quel paese, nessuno si preoccupava del problema dell’appropriazione culturale delle trecce afroamericane. Questo è un tic occidentale di matrice californiana.

Tav, delivery, supermercati H 24: in Italia c’è sempre qualcuno che si oppone al progresso.
Ahimè sì, ci sono sempre questi rompicoglioni. Questo viene ancora da una profonda ignoranza del mondo contemporaneo. I paesi che stanno andando meglio – da Singapore alla Corea del Sud – non mettono freno al progresso e non cercano il consenso popolare per costruire un treno. Ma l’ignoranza è anche della storia. Quando fu inventata l’automobile i lavoratori delle carrozze persero il lavoro, però si adattarono ai cambiamenti: non è che il sindacato dei cocchieri bloccò l’espansione dell’automobile. L’Italia di oggi è piena di autoproclamati sindacalisti dei cocchieri. 

Immagini l’Italia fra 25 anni: avremo capito la direzione da prendere se…?
Se ci apriremo culturalmente verso il resto del mondo. Kissinger ha detto che c’è il pericolo che con il Covid a perderci sia la globalizzazione, gli scambi commerciali, di informazioni, di dati. L’Italia è un paese già estremamente provinciale e questo è il suo più grosso problema, anche a causa dei media, dei famosi programmi di giornalismo televisivo che de facto trattano gossip. 

Ora siamo gli ultimi a poterci permettere la chiusura verso il mondo. Per capire dove deve andare l’Italia bisogna capire dove va il mondo. A Singapore già insegnano ai bambini il linguaggio della programmazione, mandano assistenti sociali a casa degli anziani a insegnare a usare WhatsApp e le applicazioni per comunicare con le famiglie. La vedo dura quindi, anche se noto che molti politici si rendono conto che l’enorme macchina burocratica italiana va snellita. E – altro segnale di speranza – le ricerche ci dicono che i giovanissimi, under 18, hanno un forte interesse verso la cultura asiatica, cioè il centro del mondo in questo secolo.

Nel libro individua un piccolo dettaglio che fa da spia all’irrazionale antiprogressismo italiano: l’avversione per l’aria condizionata.
Quella contro l’aria condizionata è una crociata passatista: gli italiani sono gli unici in tutto il mondo che pensano faccia male. E veniamo presi in giro per questo all’estero. 

Potremmo arruolarla nell’alleanza contro gli stronzi de Linkiesta?
È un’utopia meravigliosa, se il sistema politico italiano diventasse bipartitico, uno per il progresso e l’altro per le città murate, la xenofobia, l’omofobia, tutto contento correrei a votare per il partito progressista. Ma la vedo dura. Dovrebbe esserci una cesura storica molto importante perché si avveri un’utopia di questo tipo e i progressisti riescano a non litigare tra loro.

Entrando nelle case degli italiani con le nuove puntate di “Resta a casa e vinci”, trova lo stesso pauperismo in voga sui media?
Raramente. Ci sono anche gli italiani normali, che la mattina devono alzare la serranda per aprire il negozio, la merceria, la macelleria: sono la stragrande maggioranza, non dimentichiamolo. E loro non sono né dediti al pauperismo né terrorizzati dal progresso, se ne stanno zitti e lavorano. L’italiano medio pensa che il passato era peggio, il presente affronta i problemi e il futuro sarà meglio: il famoso pensiero di matrice cristiana che, ahimè, non è sempre vero, perché il futuro non è servito su un piatto d’argento: bisogna combattere perché sia migliore del passato.

Potesse consegnare le chiavi di palazzo Chigi a qualcuno?
Angela Merkel, senza dubbio.

Dove costruirebbe la sua Hammamet – speriamo non coatta?
Vorrei costruirmi una statua… ehm, no, lapsus. Una casa nello stile di Geoffrey Bawa in Sri Lanka. Ma magari in Kerala, nella punta sud dell’India. Andrei a vivere lì.

E se le costruissero anche una statua?
Inutile: dopo gli elogi a Henry Kissinger ci sarebbe qualche passionaria che la tirerebbe giù.