Antidoto al covid-19La gara tra Stati Uniti e Unione europea per accaparrarsi prima il vaccino

Dopo aver provato a far trasferire in America la società biofarmaceutica tedesca CureVac e aver cercato una prelazione sulle consegne della multinazionale francese Sanofi, il governo Trump ha fatto incetta di scorte di Remdesivir. La Commissione europea ha risposto approvando i tempi record l’uso del farmaco anti Ebola, ma non basterà

Afp

Non è (ancora) una guerra alla luce del sole, almeno finché le curve epidemiologiche del vecchio continente resteranno in discesa, ma Stati Uniti ed Unione Europea corrono nella stessa gara al vaccino. Di fronte a stock limitati, scommettere sulle scorte future rappresenta un’assicurazione sulla vita, se in autunno ci sarà una seconda ondata dopo la tregua estiva.

In questa geopolitica della profilassi va ricordato che le due sponde dell’Atlantico vivono fasi diverse. I Paesi europei hanno riaperto i confini (tra gli esclusi proprio gli statunitensi), mentre l’America è travolta da contagi di ritorno fuori controllo. I nuovi casi sono in salita in 37 Stati su 50, in particolare – ma non solo – al Sud. In California, il governatore Gavin Newsom ha annullato i festeggiamenti del 4 luglio.

Prevedendo il peggio già a marzo, l’amministrazione Trump aveva offerto alla CureVac, società biofarmaceutica tedesca con sede a Tubinga che sviluppa terapie basate sull’RNA messaggero, di trasferire la ricerca del vaccino anti coronavirus negli Stati Uniti per far avere agli americani l’accesso esclusivo agli eventuali risultati.  Il presidente aveva addirittura messo sul piatto 1 miliardo di dollari per acquistare il brevetto. 

Con un atto di sovranismo europeo la Commissione europea ha offerto un prestito di 80 milioni di euro a CureVac per rimanere dov’era proprio, nella stessa settimana in cui al cimitero di Bergamo sfilava la processione di camion dell’esercito, durante il calvario di una città che non sapeva più dove seppellire i morti.  

A metà maggio Washington ci riprova “comprandosi” il diritto di prelazione per ricevere la prima consegna del vaccino al covid-19 su cui sta lavorando la multinazionale francese Sanofi. Il ceo della società, Paul Hudson, aveva dichiarato che quando sarà prodotto, il gruppo servirà «prima agli Stati Uniti» il vaccino perché «hanno investito di più per proteggere la popolazione».

Memoria corta. Nell’ultimo decennio, Parigi aveva finanziato la ricerca della multinazionale con più di dieci milioni di euro. Poi arriva il dietrofront:  la Sanofi promette che si sarà il vaccino anche per il Vecchio Continente a patto che cl’Unione Europea si mostri «altrettanto efficace» nel finanziare la sua ricerca.  

Anche per questo la Commissione era corsa ai riparti e a inizio maggio ha lanciato il Coronavirus Global Response: una raccolta fondi mondiale che in poche ore ha raggiunto l’obiettivo minimo: 7,5 miliardi di euro. Ora è arrivata a 9,8 miliardi. Soldi per finanziare la ricerca e ottenere diagnosi e trattamenti contro il coronavirus con una filosofia globale e meno egoistica: il vaccino accessibile negli stessi tempi a tutti i Paesi partecipanti. Non a caso il grande assente maratona beneficia sono gli Stati Uniti. 

Quando la Commissione europea ha varato un piano per l’acquisto preventivo di dosi, con fondi d’emergenza da 2,4 mila miliardi di euro, ha dovuto rivolgersi a progetti di ricerca che non fossero basati esclusivamente negli Usa, perché la Casa Bianca non autorizzerà vendite oltremare finché non riterrà d’aver coperto totalmente il fabbisogno interno. All’isolazionismo trumpiano sfuggono, fortunatamente, i colossi con stabilimenti nell’eurozona.  

Un’altra prova, muscolare, dello strapotere americano è l’esclusiva sul remdesivir: gli Usa incamereranno l’intera produzione mondiale del farmaco di giugno e il 90% di quella di luglio. Un monopolio su una terapia, approvata a maggio dalla FDA statunitense e più di recente dall’Ema europea. Una fiala costa 309 dollari, un ciclo di cure 2 mila e trecento. I primi riscontri sull’efficacia salvavita del trattamento sono contrastanti, ma se l’Europa volesse procurarsi – o confezionare – l’antivirale sarebbe costretta a mettersi in fila. 

Ecco perché la Commissione europea ha autorizzato in tempi record l’uso del medicinale Remdesivir per il trattamento contro il Covid-19. Normalmente ci vogliono due mesi per passare dalla domanda all’autorizzazione. Bruxelles ci ha messo solo una settimana dopo la raccomandazione dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema).

Tra i due litiganti si inserisce il Regno Unito, formalmente fuori dall’Unione europea ma non così sicura che gli Stati Uniti la includeranno tra i primi beneficiari del vaccino.  Washington s’è garantita un terzo del primo milione di dosi del vaccino sperimentale sviluppato dall’università di Oxford e in via di produzione da AstraZeneca. Un’operazione da 1,2 miliardi di dollari, affiancata da accordi simili con Johnson & Johnson (J&J) e Moderna. Praticamente un’ipoteca su tutti i principali laboratori in corsa che ha sollevato preoccupazioni: se le superpotenze si «comprano» la cura, che ne sarà del resto del mondo?

Non a caso, il governo inglese ha avviato colloqui per partecipare allo schema europeo, perché riconosce quanto il potere negoziale del blocco sia più incisivo del suo, come singolo Stato. L’invito è stato spedito agli inglesi in virtù del patto di recesso della Brexit, un testo che copre anche il 2020. L’Ue sta trattando con J&J, Londra porterebbe in dote AstraZeneca, che il mese scorso ha firmato per fornire 400 milioni di dosi a Italia, Francia, Germania e Paesi Bassi. Se confermata, l’alleanza sanitaria con Bruxelles sarà un significativo banco di prova del legame strategico e possibile dopo il divorzio fra l’Oltremanica e la terraferma.  

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