Il conto salato del CovidIstat: da febbraio bruciati oltre mezzo milione di posti di lavoro

Rispetto a marzo e aprile, la diminuzione dell’occupazione è più contenuta. Allarmante il dato sugli inattivi: sono quasi 900mila in più. E a restare a casa sono soprattutto quelli con un contratto a termine: 318mila in meno in tre mesi. E gli under 50, tra i quali di registrano 387mila occupati in meno

Oltre mezzo milione di posti di lavoro andati persi da febbraio a maggio. È questo il conto salato del Covid-19 registrato dall’Istat nell’ultimo report sull’occupazione. Rispetto ad aprile, il calo degli occupati a maggio, mese delle prime riaperture dopo il lockdown, continua ma a ritmo meno sostenuto (-84mila unità in un mese). Mentre tornano a crescere le persone in cerca di lavoro (i disoccupati sono 307mila in più) a fronte di un calo netto degli inattivi (-229mila).

Ma a restare a casa, con il blocco dei licenziamenti, sono ancora soprattutto i lavoratori a termine vittime dei mancati rinnovi: 318mila in meno in tre mesi. Oltre ai lavoratori più giovani: al di sotto dei 50 anni i posti di lavoro bruciati sono 387mila dall’inizio del lockdown.

Rispetto al trimestre precedente pre-Covid, nei tre mesi di emergenza sanitaria l’occupazione cala dell’1,6%, con 381mila posti di lavoro in meno. I disoccupati sono 533mila in meno, ma è solo una illusione ottica. Perché di pari passo crescono gli inattivi, quelli che non hanno un lavoro e hanno smesso di cercarlo: da marzo a maggio l’Istat ne conta 880mila in più. Facendo salire il saldo annuale alla cifra allarmante di 1 milione 140mila in più.

A maggio, il calo dell’occupazione riguarda ancora soprattutto le donne: quelle che hanno perso il lavoro sono 65mila, a fronte di 19mila occupati in meno tra gli uomini. Ma nella componente femminile si registra una impennata della disoccupazione (+227mila, pari a un aumento del 31,3%), con un calo forte (-158mila) dell’inattività: segno che le donne, che più avevano subito gli effetti del lockdown, davanti alle riaperture progressive di maggio si sono messe subito alla ricerca di un lavoro. Senza trovarlo. E lo stesso è successo nella fascia più giovane (15-24 anni), dove si registra la crescita più sostenuta della disoccupazione (+2%, arrivando al 23,5%).

La perdita di posti di lavoro prosegue senza arrestarsi tra i dipendenti a termine, nonostante la deroga ai paletti del decreto dignità. Su 84mila posti di lavoro in meno a maggio, 79mila sono rapporti a tempo. In tre mesi, l’Istat ne conta 318mila in meno. Un tonfo di quasi 600mila (592mila) in un anno. Significativa la crescita contemporanea di 6mila lavoratori autonomi in più a maggio, dopo mesi di segni meno, che fa sospettare che dietro le nuove partite Iva possa nascondersi una “trasformazione” dei contratti a termine.

Il buco dell’occupazione continua ad allargarsi solo nelle fasce più giovani, dove si contano 101mila posti di lavoro in meno in un mese, 387mila dall’inizio dell’emergenza Covid. Con un picco tra i 35 e i 49 anni: 179mila posti di lavoro bruciati in tre mesi. E se l’occupazione cresce solo oltre i 50 anni, nelle fasce d’età più basse a maggio si registra una impennata dei disoccupati (+263mila), ma a fronte di oltre 750mila inattivi in più in tre mesi.

Come prevedibile, con la progressiva riapertura delle fabbriche e delle attività commerciali, a maggio l’Istat registra una crescita delle ore lavorate rispetto ad aprile. Il numero di ore pro capite è pari a 29,6, in crescita rispetto alle 25,5 e 22 ore dei due mesi precedenti.

Va ricordato, però, che i dati Istat non tengono contro dei circa 8 milioni di lavoratori in cassa integrazione, considerati come occupati nelle statistiche ufficiali. A maggio l’Inps ha autorizzato 849,2 milioni di ore di cassa con causale Covid 19, in linea con quelle di aprile.

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