Dedicato a Elaine’sLà, dove cenavano Woody Allen, Tennessee Williams e Simone de Beauvoir

La storia quasi mitologica di un locale in cui artisti, attori e intellettuali cenavano insieme, discutevano, spettegolavano, si ubriacavano dibattendo di cinema, politica, amori, tradimenti, baseball e letteratura

«Keaton e io […] ci rivedevamo la a sera, qualche volta cenavamo a casa ma più spesso andavamo a una partita dei Knicks o a teatro, e poi mangiavamo da Elaine’s, dove non si andava solo per il cibo.
Il conto era scandaloso, ma era il ritrovo più à la page di Manhattan, che brulicava di gente interessante. Con il tempo diventai amico di Elaine e per un decennio cenai sempre lì. Era possibile incrociare Fellini, Kennedy, Mailer, Tennessee Williams, Antonioni, Carol Channing, Michael Caine, Mary McCarthy, George Steinbrenner, Helen Frankenthaler, David Hockney, Robert Altman e Nora Ephron, solo per citarne alcuni. Fu lì che conobbi Simone de Beauvoir, Gore Vidal e Roman Polanski».

Woody Allen nel suo memoir A proposito di niente, edito da La nave di Teseo, dedica diversi passaggi a quel ristorante all’angolo tra la 2nd Avenue e l’88esima strada, che dal 1963, per più di quarant’anni, ha accolto a braccia aperte il mondo delle lettere e del cinema, newyorchese e non. Ma oltre all’autobiografia ci sono anche Manhattan, Misterioso omicidio a Manhattan e Celebrity, tutte pellicole che contengono scene – quella più famosa, la prima di Manhattan, dove Isaac (Allen) accompagnato da Tracy (Mariel Hemingway) è a cena insieme a una coppia di amici il cui matrimonio è in crisi – ambientate da Elaine’s, per il regista ormai diventata una sorta di seconda casa.

«Si andava lì per l’atmosfera», prosegue Allen. «Un ambiente pulito e ben illuminato – soprattutto ben illuminato. E i prezzi erano come la roulette. Il lunedì sera gli spaghetti con le vongole costavano venticinque sacchi. Il martedì potevano costarne venti o trenta. Se eri uno che contava nel mondo dell’arte, del giornalismo, della politica o dello sport e non sapevi dove andare all’una di notte, andavi da Elaine’s, c’era la coda davanti al bancone, vedevi tanta gente che conoscevi e altra che non conoscevi ancora, ma che eri felice finalmente di incontrare. Keaton e io potevamo cenare con Tony Roberts, Michael Murphy, Jean Doumanian e il suo compagno, e poi andavamo a casa a piedi. All’epoca New York di notte era pericolosa, e riuscire ad arrivare sani e salvi era sempre emozionante».

Elaine’s era uno di quei rari ristoranti la cui fama e longevità si basavano sul fatto che la proprietaria si trovasse sempre lì e si prendesse costantemente cura dei suoi ospiti fedeli e regolari. Poche persone hanno mai avuto da ridire sullo stesso (e nemmeno troppo memorabile) cibo italo-americano che veniva servito, eppure il ristorante era pieno zeppo ogni sera della settimana, pullulante di autori famosi, politici, musicisti, registi e star del cinema che si riunivano attorno alla sua istrionica titolare. Michael M. Thomas, che ha riempito pagine e pagine con le sue rubriche a proposito di New York, l’adorava: «La trovavo divertente, era autentica. Elaine aveva imparato l’arte di leccare i piedi alla gente insultandola. In un certo senso è stata la Toots Shor dell’universo letterario».

Credits: pagina Facebook

La storia di Elaine Kaufman, figlia di ebrei russi nata a Manhattan nel 1929 e cresciuta prima nel Queens, poi nel Bronx, è quella di una vera e propria leggenda newyorkese. Dopo una serie di lavoretti – tra i quali figura pure l’estetista notturna – Kaufman nel 1959 apre insieme al suo compagno dell’epoca, Alfredo Viazzi, il suo primo ristorante, Portofino, nel Greenwich Village. Qui iniziano ad arrivare attori della scena Off-Broadway, scrittori e artisti affamati, attratti dal cibo italiano a buon mercato: Elaine li nutriva, in tutti i sensi, anche se non erano in grado di pagare, e continuava finché non avrebbero potuto farlo. Quattro anni più tardi, con un divorzio alle spalle e grazie a un finanziatore che le presta 10mila dollari, prende in affitto due stanze nell’Upper East Side che prima alloggiavano un caffè ungherese, in una parte del quartiere chiamata Yorkville, un tempo abitata da immigrati dell’Europa dell’Est, ungheresi, tedeschi ed ebrei che parlavano yiddish. Assume un cuoco italiano e, quando alcuni dei ‘suoi’ spiantanti scrittori – Gay Talese, David Halberstam, Tom Wolfe – cominciano ad avere successo, nessuno la tradisce per mete più eleganti e meno chiassose, anzi. Non solo seguitano ad andare da lei, ma le portano il codazzo di amici, adulatori, giornalisti, editori e compagnia cantante che intanto gli si era assiepato intorno.
La cricca letteraria di Elaine’s ha inevitabilmente attirato altre celebrità dalle varie arti, come Mikhail Baryshnikov, sorpreso una sera a ballare un pas de trois insieme a Rudolf Nureyev e una sedia nella sala da pranzo. La notte del 2000, dopo che gli Yankees hanno battuto i Mets nelle World Series, a George Steinbrenner (uno dei principali proprietari e soci degli Yankees) venne sbattuta la porta in faccia perché il locale era già pieno di gente che celebrava la vittoria. Non si lasciava intimidire, Elaine Kaufman, manco da Norman Mailer: si racconta che il tanto temuto scrittore e la ristoratrice ebbero un acceso litigio, conclusosi con una lettera in cui Mailer giurò che non avrebbe mai più rimesso piede da Elaine’s. Kaufman allora prese un pennarello, scarabocchiò sulle pagine della discordia la parola «BORING» in stampatello e gli rispedì la missiva. Qualche sera dopo, Norman Mailer si ripresentò al suo solito tavolo.

Tema spinoso, i tavoli. O, meglio, tema spinoso prenotare un buon tavolo da Elaine’s: non era facile – anzi, era un’impresa – se non si era qualcuno e se non si aveva un qualche contatto o raccomandazione. L’esperienza acquisiva un senso soltanto se ci si riusciva ad accomodare nella sala d’ingresso, preferibilmente vicino a un tavolo dell’intellighenzia dal quale Elaine passava e al quale si fermava: in caso contrario, perché dannarsi? Che senso aveva andarci, per «starsene seduti in Siberia»? Elaine’s non era per tutti, ed Elaine Kaufman manco voleva che lo fosse: lei difendeva la privacy dei suoi ospiti con le unghie e coi denti, dando parecchio filo da torcere ai fotografi assiepati all’esterno. Lo ricorda Adam Scull, ex fotografo del New York Post: «Elaine era prepotente, chiassosa, tostissima, non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno, reporter compresi. Ci teneva quasi sempre fuori, per strada ad aspettare, mentre artisti del calibro di Woody Allen, Robert De Niro e altri famosi continuavano a tornare a cena sera dopo sera. Elaine’s era la meta ideale principalmente perché autori e attori venivano rumorosamente protetti da Elaine: ‘Fanculo i fotografi’, la sentivo ripetere in continuazione, occasionalmente permettendo a pochi eletti di entrare uno alla volta. Elaine Kaufman era la decana dei ristoratori protettivi, non ha mai ceduto».

È da Elaine’s che avviene l’incontro decisivo tra Woody Allen e Mia Farrow, che avrebbe cambiato per sempre la vita dello stesso Allen, nel bene ma pure nel male. «Anni dopo rividi Mia Farrow da Elaine’s. Era accompagnata da Michael Caine, passò al mio tavolo per salutarmi, si sedette altrove e io tornai ai miei tortellini. I tortellini erano una delle poche cose mangiabili che offriva Elaine’s, sempre che non si pretendesse che sapessero di qualcosa. Spesso dicevo a Elaine che neanche i sopravvissuti delle Ande avrebbero toccato quello che aveva nel menu». Michael Caine, un altro habitué, un altro mattatore: si racconta che, se qualcuno chiedeva indicazioni per il bagno, la risposta d’ordinanza di Elaine fosse puntualmente «A destra di Michael Caine». Ancora, da Elaine’s Frank Sinatra si rifiutò di stringere la mano a Mario Puzo, l’autore de Il Padrino; l’editorialista del New York Post Steve Dunleavy prese a pugni sul naso il produttore musicale Phil Spector; Norman Mailer improvvisò diversi incontri di wrestling contro Jerry Leiber, paroliere di un Elvis Presley agli esordi. Per decenni, ciò che accadeva da Elaine’s non solo non è mai rimasto da Elaine’s, ma spesso si è fatto strada sulle pagine di giornali, riviste e libri. Un’epoca lontana, quasi mitologica, in cui artisti, attori e intellettuali in genere – indipendentemente dalle proprie posizioni, che oggi sarebbero capaci di scatenare una guerra d’opinione – cenavano insieme, discutevano, spettegolavano, si ubriacavano dibattendo di cinema, politica, amori, tradimenti, baseball e letteratura. Un’epoca lontana che, inutile sottolinearlo, vista da qui fa venire una nostalgia maledetta.

Dopo la morte di Elaine nel 2010, a ottantuno anni, Diane Becker, sua socia nonché erede designata, l’anno successivo prende una decisione triste, ma doverosa: Elaine’s avrebbe chiuso, perché «la verità è che non esiste Elaine’s senza Elaine». «Sono distrutto», ha ammesso Woody Allen una volta appresa la notizia, «perché era un posto unico, davvero come nessun altro posto a New York; era un posto che potrei descrivere all’infinito, ma bisognava essere lì per apprezzarlo. Era un luogo favoloso dove andare ogni sera: e io ci sono andato ogni sera per anni, anni e anni. Era come una seconda casa per molte, molte persone». Il suo lascito, però, non è andato perduto: oltre all’autobiografia e ai già citati film di Allen, restano pellicole (Il buongiorno del mattino, Affari d’oro), serie tv (The Looming Tower) e una canzone di Billy Joel, che recita una cosa come «Sono tutti rimasti colpiti dal tuo vestito Halston, e dalle persone che conoscevi da Elaine’s». La canzone s’intitola Big Shot, e fu scritta per l’allora moglie di Mick Jagger, Bianca: a quanto pare, Billy aveva cenato con la coppia, e – rimasto assai colpito dalla signora Jagger – decise di dedicarle quello che sarebbe diventato un singolo di successo nel 1979. Facile indovinare dove avvenne la famosa cena, talmente facile che non staremo nemmeno a specificarlo.

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