Internazionale Il cibo è politico?

Un cuoco nero ha scelto di cucinare nel Minnesota bianco e contadino, un’ex cameriera testimonia il razzismo diffuso nell’industria ristorativa, due autrici si raccontano e spiegano perché vogliono migliorare l’approccio alla cucina degli altri. E poi: la risposta alla domanda su chi deve salvare i ristoranti

On Politics – From the Desk of Alicia Kennedy, 6 luglio

Prima di leggere questo pezzo se qualcuno mi avesse chiesto di descrivere l’approccio ai temi gastronomici di Alicia Kennedy avrei risposto, ingenuamente, che ha un taglio molto politico. Se in senso lato l’affermazione può essere considerata veritiera, ciò nondimeno vale la pena approfondire la questione attraverso le sue parole, perché a quel punto potremmo cogliere un po’ di sfumature e, soprattutto, farci un’idea più articolata e compiuta del dibattito su cibo e politica (o sul cibo politico) a livello globale. Kennedy sottolinea infatti come l’affermazione “il cibo è politico”, oggi sulla bocca di tutti o quasi, rischi di celare un approccio superficiale, di facciata, di coloro insomma che si accontentano di sventolare due o tre nozioni di giustizia sociale senza ragionare su cos’è lo spazio politico e senza avere la minima consapevolezza di come il legame tra cibo e politica si manifesti nel mondo. C’è poi un altro dato, tutto statunitense: la quasi automatica etichettatura degli scrittori gastronomici non bianchi come “politici”, anche se di fatto molti di loro non scrivono mai di politica. Questa riflessione, inevitabilmente condizionata dal grandissimo risalto ottenuto da movimenti come Black Lives Matter e #MeToo  nel contesto dei media gastronomici statunitensi, ha il pregio di mettere a nudo le ipocrisie di questo mondo, che troppo spesso si accontenta di vivacchiare intorno al lifestyle e raramente prende posizione in maniera forte, se non altro per mettere in discussione qualche tassello dell’imponente edificio su cui si regge lo status quo. In questo senso il caso dell’Italia, come di molti altri paesi non anglosassoni, è davvero emblematico. Anche per questo motivo qui di seguito troverete una serie di articoli che, da punti di vista e con approcci differenti, mettono in evidenza il lato politico della riflessione sul cibo.

Two Chefs Moved to Rural Minnesota to Expand on Their Mission of Racial Justice – The New York Times, 7 luglio

La storia raccontata da Brett Anderson in questo articolo è davvero ricca di spunti gastronomico-politici. Parla di Mateo Mackbee, un cuoco nero, e della sua compagna (bianca) Erin Lucas, che da Minneapolis si sono trasferiti in una piccola cittadina (7.000 abitanti) del Minnesota centrale per aprire una serie di attività: una panetteria, un ristorante, e una fattoria figlia di un progetto di inclusività sociale. La spinta allo spostamento viene dalla voglia di testimoniare con la propria esperienza e la propria cucina la possibilità di una convivenza pacifica, rispettosa e arricchente: St. Joseph, così come molte altre cittadine del posto, sono infatti località bianche al 90% (o giù di lì), con problemi di discriminazione razziale evidenti e radicati.

I’m Through Being Silent About the Restaurant Industry’s Racism – Eater, 8 luglio

Lauren Allen, consulente di marketing nel mondo dell’ospitalità gastronomica, ha alle spalle numerose esperienze lavorative come cameriera, e tantissime cose da dire in qualità di donna nera occupata nel settore della ristorazione. I tanti articoli-testimonianza comparsi su Eater nella sezione Eater Voices, che ospita cuochi, scrittori e ristoratori in qualità di insider che raccontano l’orizzonte in cui si trovano immersi, sono la cartina di tornasole di quanto sia pressante la necessità di discutere di sessismo, razzismo e condizioni di lavoro in ambito gastronomico e mediatico-gastronomico. Non è un caso che nessuno degli autori interpellati parli di cibo a basta.

Vallery Lomas and Ruby Tandoh on New Cookbooks and Old Food Media – Taste, 7 luglio

Vallery Lomas e Ruby Tandoh hanno qualcosa in comune: entrambe hanno partecipato al programma televisivo Great Baking Show, la prima negli Stati Uniti, la seconda in Gran Bretagna. Ed entrambe ne sono uscite con discreto successo, iniziando una carriera come scrittrici gastronomiche e autrici di libri. Qui Taste le ha messe di fronte (si fa per dire, il dialogo si è tenuto su Zoom da un capo all’altro dell’oceano Atlantico), e ne è uscito un dialogo di straordinaria ricchezza, su un ampio ventaglio di argomenti. C’è il tema del successo, quello della veste aspirazionale di buona parte dell’editoria culinaria, quello del razzismo e dei media gastronomici. Ma soprattutto c’è una riflessione da un lato molto settoriale, ma dall’altro, al tempo stesso, di respiro amplissimo. Per il versante più propriamente politico, visto che siamo in tema, basti considerare queste parole di Tandoh: «alla fine della giornata ognuno di noi deve pagare le sue bollette. Ed è difficile bilanciare questa cosa con l’idealismo che ci caratterizza in quanto scrittori gastronomici. Siamo tutti così perfezionisti, e a tutti noi importa tantissimo di ciò che stiamo facendo, vogliamo rendere migliore per il prossimo il cucinare, ma dobbiamo anche confrontarci con la realtà, con il fatto che dobbiamo essere in grado di pagare l’affitto, ed è una strana posizione in cui trovarsi.  È strano, non saprei come spiegarlo, trovo sia un ragionamento: come posso rendere migliore per il prossimo il cibo in generale? Io vorrei davvero demolire l’elitismo e questa idea che per mangiare bene devi guadagnare un sacco di soldi.  E devo fare tutto ciò all’interno di questo orizzonte rigidamente capitalista, che mi sembra una barriera enorme rispetto a moltissime conversazioni che vorremmo avere».

What can we do to save the restaurant industry? Why is it ours to save? – San Francisco Chronicle, 6 luglio

Qui Soleil Ho prova a rispondere a una domanda che negli Stati Uniti, dove il coronavirus sta continuando a circolare un po’ ovunque, si sono posti in molti: chi deve salvare l’industria della ristorazione? Tocca ai clienti, che devono tornare a cena fuori? O alle istituzioni, che dovrebbero supportare le attività commerciali più colpite? La sua risposta va in questa seconda direzione, anche perché, e questo lo chiarisce molto bene, non si può chiedere a un’impresa gastronomico-ristorativa di scegliere tra la sopravvivenza economica dei propri dipendenti e la loro salute: «questo è un dilemma morale disumano e una montatura completamente capitalista».

Gelateria Popolare chiude a Torino: essere inclusivi è propaganda? – Dissapore, 8 luglio

Sempre per rimanere nel filone cibo e politica sbarchiamo un attimo in Italia, paese che, rispetto a quanto succede altrove, è generalmente molto poco incline a dibattere di temi gastronomici con sguardo critico-politico. Questo articolo di Valentina Dirindin racconta una vicenda fresca di questi giorni, che ha visto la chiusura – con coda polemica – di Gelateria Popolare a Torino, un locale che era diventato molto più che una semplice (e buona) gelateria. A leggere il resoconto, sembra quasi che mettere insieme cibo e politica qui da noi non sia ben accetto sia se si parla di locali, sia se si parla di media gastronomici.

La receta de un rebelde con causa – El Paìs, 5 luglio

Mateo Sancho Cardiel racconta il presente di Flynn McGarry, il cuoco prodigio newyorchese che ha aperto il suo primo ristorante all’età di dodici anni e che oggi si appresta a compierne ventidue. E anche qui c’è un lato politico che vale la pena sviscerare, visto che la scelta è stata quella di costruire un locale molto piccolo in cui proporre un’esperienza gastronomica unica, rispettando però ritmi e condizioni di lavoro sostenibili.

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