Dissidenti di successoViaggio nell’Intellectual Dark Web, dove i nemici della cancel culture diventano idoli

Dallo psicologo Jordan Peterson alla femminista anti #MeToo Camille Paglia: una galassia di accademici “rinnegati” dalle istituzioni che contestano l’ideologia mainstream, procurandosi un seguito enorme

Il professore e psichiatra Jordan Peterson

Tra membri dell’Intellectual dark web ci si riconosce al volo. Basta che uno citi Jordan Peterson, nomini il podcast di Ben Shapiro o parli della marjiuana di Joe Rogan. L’altro capirà subito: «L’ho visto anch’io quel video». «Adori Peterson?». «Sì, ma preferisco Sam Harris». Parte lo scambio di nomi, forse l’inizio di una lunga amicizia, sicuro un’intesa tra membri di una consorteria digitale che si sono appena ritrovati.

Loro c’erano da ben prima di J.K. Rowling, ben prima della lettera dei 150, ben prima delle dimissioni di Bari Weiss dal New York Times: i cavalieri dell’Intellectual Dark Web. Gli intellettuali più influenti dell’online (o gli influencer più intellettuali, a piacimento).

Quelli che da ormai tre anni stanno intrattenendo milioni di giovani occidentali con i loro ragionamenti lunghi ore postati su Youtube o su Spotify.

C’è il conservatore antiTrump, Ben Shapiro, il cui podcast è scaricato da 15 milioni di persone al mese; il neuroscienziato Sam Harris, ascoltassimo con il suo podcast Waking Up; le femministe (critiche sul #Metoo) Christina Hoff Sommers e Camille Paglia; l’ex lottatore di Mma Joe Rogan, soprannominato “il Walter Cronkite della nostra generazione”. E lo psicologo clinico Jordan Peterson, di gran lunga il più famoso al mondo.

Il nome Intellectual dark web nasce dalla battuta di uno dei suoi membri, il matematico Eric Weinstein, ma viene reso popolare da un’inchiesta del New York Times (firmata proprio da Bari Weiss), che raccoglie una ventina di intellettuali diversissimi tra loro per tesi, ideologie e battaglie, ma accomunati da alcune caratteristiche identitarie.

In ordine: sfidano quello che considerano il pensiero dominante; hanno un carisma e una capacità divulgativa sopra la media; sono stati in qualche modo “rinnegati” o allontanati dalle istituzioni accademiche o intellettuali di cui facevano parte; hanno portato i loro contenuti su piattaforme video (Youtube) e audio (Spotify).

Il loro essere “dark” o “underground” è semplice: li si scopre per caso, tra un video correlato e l’altro, imbattendosi nel discorso di uno, e poi saltando a quello dell’altro.

Chiunque si perda tra i loro filmati (sì, esiste anche il binge-watching “intellettuale”) sente ragionamenti diversissimi tra loro, ma supportati da alcune credenze comuni, che costituiscono l’infrastruttura dell’Intellectual dark web.

Le ha elencate il New York Times, e sono le stesse alla base delle polemiche che hanno preceduto la lettera dei 150 intellettuali di Harper’s Magazine. Uno: la politica dell’identità è un’ideologia tossica che sta distruggendo la società americana. Due: è inutile negarlo, ci sono fondamentali differenze biologiche fra uomini e donne. Tre: la libertà di parola è sotto assedio.

Il più famoso di loro è Jordan Peterson: un canadese con la voce di Marge Simpson, un’attitudine agli scontri epici, e una storia che riassume e anticipa quella degli altri protagonisti dell’Intellectual dark web.

Il fenomeno Peterson nasce nel 2016, quando lui annuncia che non rispetterà la legge antidiscriminazione in discussione al parlamento canadese, secondo la quale bisogna usare obbligatoriamente i pronomi desiderati dalle persone transgender.

Nel giro di pochi mesi, Youtube si riempie coi suoi video. Ci sono le compilation dei suoi scontri verbali divisi per anno, manco fossero i gol di Messi.

E ci sono le sue lezioni, molte delle quali postate da lui sul suo canale da 2 milioni di iscritti. Sono pillole di psicologia sotto i 10 minuti dai titoli furbissimi per una fruizione web. Come smettere di procrastinare, Perché le persone sono infelici, Come farsi rispettare senza diventare un bullo, Come affrontare la depressione, Il vero significato del matrimonio.

Lo psicologo sa vendersi meglio di tutti i suoi colleghi. Parla d’amore, di lavoro, di sesso e matrimonio, ma parte sempre da un concetto, ritenuto da molti estremamente conservatore: siamo nel caos, siamo nella merda, torniamo a cercare l’ordine. Torniamo alle vecchie verità, oscurate dalla moderna cultura liberale.

Da abile comunicatore si incunea con le sue tesi nei dibattiti su fatti d’attualità (il #MeToo su tutti) e riesce a raccontare la sua versione sui tormenti dell’uomo moderno destrutturando i personaggi più pop.

Cita Peter Pan per invitare i suoi studenti a smetterla di fare i bambini: «All’inizio lui rifiuta Wendy, che è la moderna donna borghese in cerca di marito e figli. E continua ad andare da Campanellino, che è una fata pornografica».

Indica Homer Simpson come modello esemplare di uomo di famiglia: «In ogni puntata fa un casino, si strugge per risolverlo e alla fine sacrifica qualcosa di se stesso per fare del bene alla sua famiglia. È un pazzo, ma un pazzo sempre orientato ad aiutare sua moglie e i suoi figli».

Le sue posizioni gli procurano le critiche e le controargomentazioni di molte associazioni e altri intellettuali che si battono per i diritti di tutti.

A essere più contestate sono le sue teorie sulle quote rosa («Mettiamole anche tra i muratori e i carcerati…»), su Trump («Il prodotto dell’eccessiva spinta alla femminilizzazione degli uomini, che per contrappasso si sono interessati a un’ideologia fascista»), sull’Occidente («Ha perso la fede nella mascolinità», sulla negazione della supremazia dei bianchi («Una bugia neomarxista») e soprattutto sulla negazione del patriarcato.

Lui, e soprattutto i suoi fan, continua a postare i video dei suoi discorsi su Youtube. Poco prima di cadere in una depressione da cui ancora non è uscito (al momento pare imbottito di psicofarmaci e lontano dalla scena) si era pure aperto una piattaforma sua: “Thinkspot”, un social network per pochi, per discutere in modo del mondo, ma loggandosi con nome e cognome.

È forse questo, il cambiamento strutturale che viene fuori scorrendo i numeri dei protagonisti dell’Intellectual dark web: nessuno di loro è legato a una media company. Nessuno collabora in modo regolare con testate tradizionali cartacee o televisive.

Ognuno di loro ha creato il suo personaggio e il suo pubblico sfruttando canali personali e verticali all’interno di piattaforme preesistenti, che fossero Spotify o Youtube. Sono editori, collaboratori e pubblicitari di se stessi. Molto intellectual, molto web, ormai poco dark.

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