Storia di una vocazioneLa passione di mio fratello, che volle diventare pilota per toccare il cielo

Anni di studio matto, impegno e dedizione, così ha coronato il sogno di far parte alla razza di chi sceglie di volare. Anche a costo della vita. Lo racconta Filippo Nassetti in “Molte aquile ho visto in volo” (Baldini + Castoldi)

David GANNON / AFP

Purtroppo. Con questa parola, scritta tra virgolette, Alberto manifestò il suo desiderio. Ma, purtroppo (ancora), anche il suo destino.

Le puntò sull’avverbio per rimarcare la virata improvvisa che intendeva dare al suo avvenire. Un cambio di direzione che, poi, ne segnerà anche l’epilogo a Tolosa, nel sud della Francia.

Lì, come Antoine de Saint-Exupéry mezzo secolo prima, troverà la morte in uno schianto d’ali pochi giorni prima di festeggiare i ventotto anni.

In una decina di righe condensò quella passione, affatto adolescenziale, ma feroce e ponderata, che non poteva vincere. Iniziò come un anelito, informe e smagato, per trasformarsi in un progetto estremamente razionale.

Il volo, in fondo, nella storia dell’uomo, da Icaro in poi, rappresenta questo, il punto d’incontro tra la suggestione folle di ascendere sopra le nuvole a dispetto del primo comandamento in natura, la gravità, e lo studio ingegneristico delle leggi della fisica.

E, anche per chi ne fa la propria vita, i piloti, segna la congiunzione fra una vocazione, quasi irrazionale, annunciata con calligrafia incerta nei temi di scuola, e una ferrea determinazione per superare severe selezioni e un addestramento che non conosce interruzione, dal primo brivido di decollo all’ultimo attrito di atterraggio.

Scrisse con il garbo di chi non intendeva ferire i sentimenti paterni, rammaricandosi di sviare dal tracciato che stava portando in quegli anni nostro padre a girare il mondo per l’americana Ibm.

Eravamo nel 1981, il periodo dell’espansione dei calcolatori, del mainframe, dei primi personal computer e l’informatica, certo, affascinava Alberto e la sua indole razionale, ma non lo seduceva. Non avevamo amici o familiari impiegati nell’aviazione, né civile né militare, cui chiedere consiglio. Ma Alberto si era già avviato sulla sua via di rullaggio.

Ti dono questo disco anche se so che è ben poca cosa in confronto ai sacrifici che hai affrontato per causa mia. Ti ringrazio per avermi capito e aiutato con le parole e con i fatti.

Sappi che anche i tuoi «no» sono serviti a educarmi e non preoccuparti di negarmi cose che io vorrei, perché saprò capire le tue motivazioni e vedere le cose anche dal tuo punto di vista. Grazie anche per avermi lasciato scegliere la scuola che più mi interessa.

So che in un certo senso ti ho dato un dispiacere e che avresti preferito se mi fossi diplomato in informatica, anziché in navigazione aerea. Ma ho pensato molto prima di parlarti e «purtroppo» ho constatato che fare il pilota è la mia più grande aspirazione. Scusami e tanti auguri.

Quale primo di quattro figli, su Alberto erano riposte alte aspettative da parte dei nostri genitori. E lui, sin dalla infanzia, si mostrò consapevole di un ruolo da capobranco, cui toccava tracciare la strada ai tre in scia.

Il Francesco Baracca di Forlì non era una scelta comoda, logisticamente, per chi, come noi, abitava a Ozzano dell’Emilia, nella periferia bolognese.

Settanta chilometri, due ore di tragitto, zaino in spalla, alternando un tratto in corriera, poi il treno e infine un autobus.

Del resto erano solo tre gli istituti tecnici aeronautici statali in Italia, oltre a quello romagnolo dedicato all’asso dell’aviazione dal cavallino rampante, c’erano il Francesco De Pinedo a Roma e l’Arturo Ferrarin a Catania.

L’urgenza di uscire dall’uovo non si poteva però sopprimere. Era l’istinto naturale a guidare il becco al picchiettio sul guscio.

Un bisogno insopprimibile, lo descrive oggi mia sorella Antonella, più piccola di Alberto di un solo anno: «Era come se fosse partito per un viaggio che aspettava da tempo. Si è buttato a capofitto nello studio e non c’era niente in grado di fermarlo. Doveva diventare pilota! La mattina si alzava prestissimo e tornava a casa nel pomeriggio tardi, non pranzavamo mai insieme, e studiava, studiava e studiava…».

L’anno successivo, a primavera, in famiglia si iniziò a progettare una nuova vita al di là dell’Atlantico. Mio padre Diego, in quel periodo, era infatti alla guida di un gruppo di specialisti all’interno del laboratorio di sviluppo software di Ibm Italia per l’ideazione di prodotti e servizi per grandi aziende.

«Al centro del nostro lavoro c’è l’uomo, non il calcolatore», affermava in un publiredazionale Ibm, pubblicato sui principali periodici del tempo, da «Epoca» a «Panorama», che lo mostrava, con un pennarello in mano, davanti a uno schema di flusso.

Arrivò così la proposta di trasferimento dalla sede di Bologna direttamente all’headquarter di Atlanta – città sede di altre grandi corporation di dimensioni globali come Coca-Cola, Cnn, Ups, AT&T, Delta Air Lines – con una permanenza minima di un paio d’anni.

Insieme a mia madre, passarono diversi giorni nella capitale della Georgia a selezionare una possibile residenza e le scuole per noi figli.

Per Alberto, in particolare, si interessarono a una Flight School, in uno stato dalla solida tradizione nell’aviazione. Lo scenario del trasferimento svanì però in fretta come si era presentato, per cambi improvvisi sul progetto su cui avrebbe dovuto lavorare mio padre.

L’estate che seguì era quella dell’Italia campione del mondo, che guardammo vincere a Monghidoro, il paese noto per aver dato i natali a Gianni Morandi. Passammo la serata a sventolare il tricolore per le vie della cittadina sui colli bolognesi.

Ad Alberto, in realtà, le imprese di Paolo Rossi non suscitavano grande emozione. Non mostrava passione per il calcio, solo una timida preferenza per la squadra rossoblù di casa e a me, che facevo l’album delle figurine Panini, chiedeva sempre lo scudetto del Bologna FC per affiggerlo sulle prime pagine del diario di scuola.

Quell’estate per lui rappresentò, invece, l’occasione per approfondire le conoscenze di volo che aveva iniziato ad apprendere al De Pinedo partecipando a un corso dell’Aeronautica Militare rivolto a studenti delle scuole superiori.

Cinque giorni sul litorale romagnolo, a Cervia, di “cultura aeronautica” per conoscere da vicino il mondo militare e le opportunità dell’Arma Azzurra.

Dal primo giorno, Alberto strinse amicizia con un altro ragazzo bolognese, dai lunghi capelli ricci e una spiccata simpatia: Gianandrea Gaiani, oggi uno dei massimi esperti di politica militare e direttore della rivista «Analisi Difesa».

In mezzo a tutti i partecipanti si riconobbero subito, nonostante i tre anni di differenza, in un periodo della vita in cui ogni giro intorno al sole ha un maggior peso specifico nelle relazioni interpersonali.

Lo rintraccio al telefono, nella sua casa di San Giovanni in Persiceto, poco distante da Bologna, in uno dei rari momenti in cui non è in giro per il mondo.

«Alberto aveva una maturità sorprendente per la sua età», mi racconta. «Eravamo ragazzi con tanti sogni nella testa e nel cuore e la cosa bella, ripensandoci oggi, è che quei sogni li abbiamo realizzati davvero, diavolo. Entrambi attratti dagli aerei, lui per l’amore per il volo, io per il mio interesse verso il mondo militare. Dopo qualche anno ci siamo ritrovati, lui pilota Alitalia e io reporter di guerra».

Insieme, Alberto e Gianandrea, trascorsero cinque giorni nella caserma dell’8° stormo (oggi sciolto), con la voglia di apprendere quante più cose possibile. A distinguerli, dal resto dei partecipanti, era l’interesse concreto per le macchine volanti.

La maggior parte dei ragazzi viveva invece la settimana aeronautica come una scampagnata scolastica infischiandosene delle comuni regole militari: gli orari della sveglia, del rancio, del silenzio.

Una notte irruppe un sergente che portò giù sul piazzale due camerate intere di ospiti per redarguirli e richiamarli a un comportamento consono all’ambiente militare.

«Ma dove vi credete di essere? Questa è una caserma…» Gianandrea e Alberto, fumando una sigaretta, si gustarono la scena dalla finestra. Poi, guardando con un po’ di commiserazione questi ragazzi così immaturi, si dissero: «Be’, visto che oramai ci hanno svegliato, andiamo a farci la barba, così domani mattina siamo un pezzo avanti…»

Il corso non prevedeva solo teoria, ma anche l’assaggio dell’aria con tre voli pratici sul monomotore quadriposto Siai-Marchetti s208m, velivolo comunemente utilizzato per l’addestramento di giovani piloti. Il piano di volo consisteva in un passaggio sulle colline romagnole tra Rimini e Ravenna e, a seguire, un’escursione sull’Adriatico.

Gianandrea ne ha un ricordo ancora limpido. «Si vedeva che Alberto frequentava l’Istituto aeronautico. Era preparato sulle materie teoriche e aveva una naturale abilità nella prova pratica. Io lo scrutavo cercando di rubargli qualche segreto».

Fu quello l’inizio di una lunga amicizia, mai interrotta, arricchita da tanti episodi di spensieratezza giovanile e di aspirazioni professionali che prendevano forma: dalle scampagnate in Riviera a tacchinare ragazze, alle arrampicate sulle Alpi, fino alle escursioni in Lambretta verso il Passo della Raticosa, il valico sull’appennino tosco-emiliano lungo la strada della Futa, celebre per la linea gotica durante la seconda guerra mondiale.

Con Alberto seguivamo orgogliosi i progressi professionali di Gianandrea, quando iniziò ad apparire in tv su un’emittente toscana e a commentare eventi di politica estera dialogando con gli ascoltatori.

Una sera lo sorprendemmo, chiamandolo in diretta e divertendoci a vedere il suo volto trattenuto, ma imperturbabile. Risate che poi condividemmo alla fine della trasmissione. Al termine del corso, chiuso con ottimi voti, i due amici ricevettero dall’Aeronautica, oltre all’attestato, il tipico foulard arancione da allievo pilota.

Quello di Gianandrea oggi accarezza il mogano del feretro di Alberto nella cappella di famiglia a Sarteano, nella campagna senese, tra la Val d’Orcia e la Val di Chiana.

 

da “Molte aquile ho visto in volo”, di Filippo Nassetti, Baldini + Castoldi, 2020, 15 euro

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