Gasdotto sì, gasdotto noSul Nord Stream 2, la Germania è accerchiata da Stati Uniti e Russia

Con le due nuove linee di approvvigionamento energetico Berlino potrebbe affrontare con più tranquillità la transizione energetica che punta a un utilizzo del 95 per cento di fonti rinnovabili entro il 2050. Ma sia in patria sia dall’esterno arrivano pressioni di ogni tipo: Washington e Mosca hanno in ballo grandi interessi economici e geopolitici, e la classe politica nazionale ha gioco facile a strumentalizzare l’argomento in ogni discussione

Tobias SCHWARZ / AFP

Esiste una singola questione in cui si concentrano aspetti enormi ed estremamente complessi come l’indipendenza energetica di un bel pezzo d’Europa, le dinamiche di influenza geopolitica sul continente e i rapporti fra blocchi, il problema della sostenibilità ambientale, le relazioni pericolose fra politica e mondo degli affari: ed è riassumibile in due parolette inglesi più un numero, “Nord Stream 2” – la seconda linea del gasdotto che collega direttamente Russia e Germania.

Per capire meglio perché si tratti di un tema così delicato, però, giova ripercorrere brevemente la storia della prima linea, Nord Stream.

Nord Stream è il nome dei 1200 chilometri di gasdotto che collegano la cittadina russa di Vyborg, nei pressi del confine con la Finlandia, e quella tedesca di Greifswald, all’estremo nord del Meclemburgo e affacciata sul Mar Baltico; 1200 chilometri in cui scorrono ogni anno dal novembre 2011 quasi 55 miliardi di metri cubi di gas, che contribuiscono in maniera rilevante all’approvvigionamento energetico della Germania – uno dei primi importatori al mondo di gas naturale.

Un’opera colossale la cui storia inizia nel 1997, quando parte il progetto, e i cui motori principali non sono solamente le compagnie che sviluppano i piani (la russa Gazprom e la finlandese Neste), ma soprattutto le leadership politiche dei due paesi collegati dal gasdotto, Russia e Germania. Leadership il cui ruolo diventerà sempre più importante man mano che il progetto va avanti.

Le due forze motrici non erano infatti ancora in carica al momento dell’avvio: nel 1997 in Russia c’era ancora Eltsin, e la Germania era ancora di Helmut Kohl, per quanto nella fase ormai finale della sua parabola. Sono invece i nomi dei due successori ad essere legati a doppio filo al progetto: Vladimir Putin dal lato orientale, e Gerhard Schröder da quello tedesco.

Fin da subito il piano del gasdotto desta preoccupazioni, in primo luogo nei Paesi baltici ed est europei: la linea collega direttamente Russia e Germania, bypassando le zone che tradizionalmente dovevano essere attraversate per infrastrutture di questo tipo, e quindi sottrae forza ai governi di quei Paesi, che non possono più minacciare di interrompere il flusso di gas e di lasciare così mezza Europa a secco. Non è però solo una questione di interessi nazionali: proprio questo ridimensionamento di potere ha una conseguenza importante sul piano geopolitico, perché a questo punto è la Russia ad avere direttamente in pugno un bel pezzo del destino energetico del continente.

Ci sono poi i potenziali rischi ambientali: un’opera di questa magnitudine non può che avere un enorme impatto su un ecosistema tendenzialmente chiuso come quello del Mar Baltico, e forti riserve sono espresse anche dalla Svezia, che vorrebbe venissero presentati dei tracciati alternativi, possibilmente un po’ più distanti dalle sue coste.

Tutte questioni che rimangono aperte al momento dell’inaugurazione del gasdotto, nel novembre del 2011, e che diventano se possibile ancora più pressanti quando entra in cantiere la seconda linea, Nord Stream 2 – che in realtà ad essere precisi consiste delle linee 3 e 4, visto che le prime due sono parte di Nord Stream.

Il progetto prevede appunto la costruzione di altre due linee, per aumentare la capacità annuale di gas trasportato fino a 110 miliardi di metri cubi, praticamente raddoppiando la quantità disponibile. Potenzialmente, una provvidenziale boccata d’ossigeno – o meglio, di gas naturale – per la Germania, che potrebbe affrontare con un po’ più di tranquillità il suo Energiewende, la sua transizione energetica incentrata sul progressivo abbandono dei combustibili fossili e sull’obiettivo del 95 per cento dell’energia proveniente da fonti rinnovabili da raggiungere entro il 2050.

Il problema, però, è che il contesto è diventato ancora più complicato per i tedeschi, sia all’estero che in patria.

I rapporti con la Russia a livello continentale sono infatti diventati sempre più difficili: laddove la posizione più diffusa rispetto a Mosca è di una sostanziale rigidità, ad esempio sul tema delle sanzioni, la ricorrente ambiguità tedesca in merito è probabilmente comprensibile dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico, ma certo non aiuta la causa di una politica estera comune ai Paesi dell’Unione.

Da un lato Angela Merkel continua a escludere una rimozione o anche solo un ridimensionamento delle sanzioni, dall’altro il governo tedesco è da sempre uno dei principali sponsor di Nord Stream 2, visto come un’opera dalla rilevanza esclusivamente commerciale negandone gli aspetti indirettamente politici.

Per di più, un ulteriore attore è entrato prepotentemente su questo palco, con più forza rispetto al passato: gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump sembra infatti decisa a contrastare l’ascesa dell’influenza russa in maniera molto aggressiva, arrivando addirittura a minacciare sanzioni economiche nei confronti degli investitori coinvolti nel progetto.

Una dura presa di posizione che potrebbe indicare uno scatto di livello nello scontro fra i due Paesi, e che alcuni osservatori collegano al tentativo americano di incrementare le proprie esportazioni di gas naturale: accertarsi che Nord Stream 2 non entri in funzione, pur ormai pronto secondo le stime al 94 per cento, garantirebbe agli Stati Uniti di ridurre il peso russo in Europa e di aumentare il proprio.

Anche dal punto di vista interno tedesco la questione Nord Stream 2 è tutt’altro che semplice. Il sostegno al progetto non è in discussione, ma negli anni c’è stata abbondanza di dichiarazioni controverse e sottili distinguo da parte anche di esponenti di primo piano, tutte mosse chiaramente intese per il dibattito pubblico interno alla Germania e motivate da ragioni di posizionamento politico.

Non sono mancati ad esempio gli attacchi a Gerhard Schröder, paladino di Nord Stream e tifoso entusiasta di Nord Stream 2: l’ex Cancelliere socialdemocratico è infatti da alcuni anni nei CdA di Gazprom, azionista di maggioranza (51 per cento) del consorzio che gestisce il gasdotto, e di Rosneft, compagnia petrolifera russa direttamente controllata da Mosca. Circostanze che hanno spinto molti ad accusare Schröeder di fare lobbying in presenza di un enorme conflitto di interessi.

Anche altre figure di vertice del Partito socialdemocratico tedesco si sono spese molto in favore del gasdotto, come ad esempio l’ex ministro degli Esteri e leader del partito Sigmar Gabriel, che un paio di anni fa arrivava addirittura a chiedere di mettere in discussioni le sanzioni contro la Russia; dalle parti dei cristianodemocratici, invece, si sono levate alcune voci critiche del progetto, come quella di Norbert Röttgen, presidente della Commissione Affari Esteri del Bundestag e attualmente in corsa per la guida dei cristiano-democratici, con poche chance di successo in verità.

Poco prima delle elezioni del settembre 2017, Röttgen aveva lasciato intendere che l’atteggiamento del nuovo governo nei confronti del gasdotto sarebbe potuto cambiare, diventando meno favorevole rispetto al passato.

Ma come detto si è sempre trattato essenzialmente di tattica interna: probabilmente durante le trattative che hanno portato alla nascita del quarto governo Merkel si è discusso della questione, ma è piuttosto significativo che nel documento firmato dai leader di Cdu e Esp che costituisce la base dell’attuale Grosse Koalition le parole “Nord Stream 2” non compaiano neanche una volta.

Un segnale della cruciale importanza del gasdotto per la Germania, e del fatto che il suo completamento e la sua entrata in funzione debbano assolutamente andare in porto, no matter what.

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