I sommersi e i salvatiOrmai a difendere lo Stato di diritto siamo rimasti in pochi, e con poca voce

La manifestazione contro il rifinanziamento alla guardia costiera libica: un modo per provare a colmare il vuoto di un esecutivo e di un’opinione pubblica che, con la complicità del Partito democratico, sembrano aver dimenticato i motivi per cui una democrazia si definisce tale

Mahmud TURKIA / AFP

«Qualcuno mi ha detto: “Ma come, il voto sui finanziamenti alla guardia costiera libica c’è stato dieci giorni fa, e voi manifestate adesso?”. Gli ho risposto: “Ma no, non siamo in ritardo, siamo in anticipo sulla prossima”». Ascanio Celestini, giustamente, se la cava con una battuta. Con un’altra battuta qualcuno meno costruttivo potrebbe rispondergli che comunque non c’è motivo di preoccuparsi, perché il ritardo accumulato è ben superiore ai dieci giorni. 

E certo non poteva colmarlo una manifestazione indetta il 27 luglio, lanciata da un appello di Luigi Manconi e Roberto Saviano, «I sommersi e i salvati», per chiedere a Italia ed Europa di smettere di finanziare i torturatori. Posizione che nell’Italia di oggi risulta essere, incredibilmente, minoritaria. Anzi, meno che minoritaria, almeno se misurata sul metro dei rapporti di forza parlamentari, per non parlare della sua presenza sui mezzi di comunicazione (va un po’ meglio giusto su Twitter). 

La minoranza di chi si è opposto al voto sul rifinanziamento della cosiddetta guardia costiera libica, perché gli uomini della guardia costiera libica, come dice Emma Bonino, non sono altro che «i trafficanti di ieri con una divisa nuova».

Ma non si tratta solo di questo. Il fatto è che a opporsi con fermezza e coerenza alla progressiva erosione di ogni più elementare principio dello Stato di diritto — sulla Libia, sui decreti sicurezza, sulla chiusura dei porti — è oggi una minoranza debole, isolata e divisa, come ricordano le ironie di Bonino sulle esitazioni di Matteo Renzi e Italia viva dinanzi al voto di giovedì in Senato a proposito dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per il caso Open Arms. Ma lo stesso si potrebbe dire per le posizioni analoghe spesso manifestate in merito da Carlo Calenda. 

O per tutte le difficoltà, chiamiamole così, incontrate finora dal Pd nei suoi timidi tentativi di modificare i decreti sicurezza («Quando si dice che c’è un accordo per cambiarli ma si farà a settembre, la notizia non è che c’è l’accordo, ma che non si fa niente neanche questa volta», dice Matteo Orfini).

Di fronte ai tanti rappresentanti delle ong presenti Bonino ricorda l’esito della lunga campagna di criminalizzazione di chi salva vite in mare (anche questo, non a caso, un pezzo fondamentale del modello Orbán), campagne politiche e giornalistiche che hanno ispirato inchieste giudiziarie vere e proprie, sfociate in nessuna condanna, nessun rinvio a giudizio, niente di niente. Ma nessuno ricorda con precisione quali politici, quali partiti, quali network politico-editoriali l’abbiano lanciata, quella campagna, e forse è meglio così.

 

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