Autunno caldoLa nuova battaglia del Parlamento europeo per cambiare il budget comunitario

Gli eurodeputati sono scontenti dell’accordo raggiunto dai 27 lader degli Stati membri. Per cambiarlo, le Commissioni parlamentari dovranno riunirsi per proporre delle modifiche al Consiglio. Il risultato va raggiunto entro ottobre o novembre, il momento del voto nell’emiciclo

Afp

Come Giuseppe Conte alle camere di Roma, anche i presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione Europea, Charles Michel e Ursula von der Leyen hanno riferito al proprio Parlamento l’accordo raggiunto sul NextGenerationEU e sul budget dell’Ue per i prossimi sette anni. Per loro, però, nessuna parata trionfale: gli applausi sono stati timidi e gli elogi accompagnati da feroci critiche e più o meno velate minacce di far saltare il banco. L’emiciclo di Bruxelles, infatti, non è soddisfatto del nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (Qfp) dell’Unione per il 2012-2027, come dimostra la risoluzione finale votata a larga maggioranza dalla camera: 465 voti favorevoli (il 68%), 150 contrari e 67 astenuti.

Una sessione arroventata
Che il clima fra le istituzioni europee sia al momento pesante lo si capisce già dai discorsi di Michel e von der Leyen. Il presidente del Consiglio Europeo parla di «momento storico» perché per la prima volta l’Unione ha intrapreso un investimento economico collettivo e garantito che «il mondo post-Covid non sarà più lo stesso». La numero uno della Commissione gli fa sì eco sul «passo storico», ma senza nascondere il disappunto per le «dolorose decisioni prese su alcuni programmi essenziali» e definendo il Qfp «una pillola amara da ingoiare».

Se tra Consiglio e Commissione la valutazione dell’accordo non coincide, appena prendono la parola i capigruppo delle famiglie politiche europee, si alza il livello della critica. Ognuno di loro ha una rimostranza da fare ai capi di Stato e di governo e l’elogio della concordia fra le nazioni dura il tempo di poche frasi di rito: il leader dei Popolari Manfred Weber si congratula ma esige una road map precisa, la socialista Iratxe García Pérez chiede di finanziare di più i programmi di ricerca e sviluppo, il liberale rumeno Dacian Cioloș, guida di Renew Europe, punta il dito contro la mancanza di un meccanismo che vincoli l’erogazione dei fondi al rispetto dello Stato di diritto.

E poi ci sono i Verdi, che lamentano i tagli ai programmi sanitari e un Green New Deal annacquato (il loro leader Philippe Lamberts apostrofa come «tirchi» i leader dei Paesi frugali e «pseudo-democrati» quelli di Polonia e Ungheria), mentre dai conservatori di Ecr si protesta soprattutto per le sforbiciate sull’agricoltura e i sovranisti dei vari Paesi contestano l’escalation di ingerenza comunitaria nelle ricette economiche nazionali.

Molti degli interventi dei deputati in plenaria, comunque, sono segnati dall’equilibrismo: i rappresentanti di partiti al governo nei rispettivi Paesi Membri hanno la necessità di esaltare il risultato raggiunto dai loro presidenti, ma al tempo stesso di rendere manifeste le istanze del Parlamento.

È il caso ad esempio dei socialisti spagnoli del PSOE, prodighi di complimenti per Pedro Sánchez, o del Movimento 5 Stelle, con il vice-presidente del Parlamento Fabio Massimo Castaldo che addirittura si sdoppia: «Da italiano ringrazio di vero cuore il nostro premier Conte per aver ribattuto con tenacia e coraggio ai mercanteggiamenti al ribasso dei frugali. Ma da europeo vi dico che se fosse stato il Parlamento europeo a decidere, e non un anacronistico organo intergovernativo ostaggio di ricatti elettorali, oggi noi avremmo molto più di 750 miliardi».

Cosa succederà ora
Il voto della plenaria del 23 luglio è naturale conseguenza delle posizioni espresse nel dibattito. Pur riconoscendo l’accordo sul Recovery Fund come «mossa storica per l’Ue», il testo della risoluzione deplora i «consistenti tagli apportati alle sovvenzioni» e la mancanza di coinvolgimento democratico nella governance del fondo straordinario.

Le critiche più aspre sono però riservate al Qfp, con i suoi tagli che «mineranno le basi di una ripresa sostenibile e resiliente». Contestando il bilancio pluriennale, il Parlamento affila le armi per il negoziato. Secondo il diritto comunitario, infatti, il Qfp deve essere approvato dall’emiciclo prima di entrare in vigore: fino a che ciò non accade, si procede in esercizio provvisorio con il budget dei sette anni precedenti.

Al momento del voto, la camera può solo approvare o respingere in blocco l’intero pacchetto: diventa quindi fondamentale il confronto che Consiglio e Parlamento hanno prima di questo momento, in cui sostanzialmente le Commissioni parlamentari suggeriscono delle modifiche che rendano più “digeribile” il quadro complessivo.

Come dichiarato dal Presidente David Sassoli, la votazione avverrà in autunno (probabilmente nelle sessioni plenarie di ottobre o novembre) e il negoziato inter-istituzionale partirà a settembre, ma non si annuncia semplice. «Vi offriamo l’estate per ripensare alle vostre priorità», ha incalzato i leader nazionali, compreso quello del suo Paese, il verde olandese Bas Eickhout.

Per molti osservatori di Bruxelles è una fortuna la coincidenza con la presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione Europea, ma le capacità negoziali di Angela Merkel e dei suoi ministri non sono garanzia di successo. È anche, ma non solo, una questione di soldi. Al Parlamento stanno stretti i 1.074 miliardi di euro previsti per il 2021-2027, che costringono a decurtare programmi per la salute, l’ambiente e i giovani, così come poco graditi sono i rebates, gli sconti a determinati Paesi contributori netti dell’Unione.

Un nodo cruciale è però pure quello relativo allo Stato di diritto, dove è facilmente prevedibile un muro contro muro. Il Parlamento ne fa una questione di principio, guidato in questa battaglia da socialisti, liberali e Verdi; il Consiglio non può esporsi troppo perché troverebbe la netta opposizione interna di Polonia e Ungheria, le dirette interessate dagli ammonimenti dell’emiciclo e dalle procedure di infrazione della Commissione.

Le prospettive politiche nel Parlamento
«Si è modificato l’asse politico del Parlamento» spiega un advisor di un gruppo politico che preferisce restare anonimo. Il nuovo fronte che ha votato questa risoluzione è più ampio e spostato a sinistra rispetto a quelli che avevano sostenuto quelle per reagire alla pandemia e stabilire un piano di recupero, ma anche rispetto alla stessa maggioranza che approvò la Commissione a fine 2019, quando i Verdi si astennero e la sinistra radicale votò contro.

Se il negoziato sarà soddisfacente per il Parlamento, può essere che anche la Commissione assuma un orientamento più progressista nel resto della legislatura. Per gli equilibri dei partiti italiani era scontato l’appoggio di Partito Democratico e Forza Italia, meno quello del Movimento 5 Stelle, che ha votato compatto con la maggioranza.

Si sono astenuti invece i rappresentanti di Lega e Fratelli d’Italia, marcando comunque una differenza rispetto ai gruppi politici di appartenenza: tutti gli altri deputati di Identità e Democrazia si sono espressi contro la risoluzione, così come la maggior parte degli appartenenti a Ecr, con in testa i polacchi contrari a sollevare questioni sullo Stato di diritto.Ma al di là delle divisioni politiche, il rischio concreto per gli eurodeputati è trasversale ed emerge più che dalla sessione plenaria, dalla CoP, la Conferenza dei capigruppo andata in scena alla vigilia del dibattito.

La pressione, anche dell’opinione pubblica, per accettare un compromesso così faticosamente raggiunto dai governi nazionali sarà consistente. Ma se il Parlamento approverà il Qfp così com’è, diventerà sostanzialmente irrilevante nei processi decisionali. Se invece saprà imporre le sue condizioni traccerà probabilmente la strada verso un’Europa più svincolata dagli interessi di bandiera.