Negoziato continuoEcco come il Parlamento europeo vuole modificare lo striminzito budget 2021-2027 approvato dagli Stati

Nella sessione plenaria straordinaria di oggi la maggioranza dei gruppi politici dell’emiciclo contesta tagli al Quadro Finanziario Pluriennale: il Next Generation Eu è un accordo inter-governativo e non richiede l’approvazione formale degli eurodeputati, ma questi ultimi possono far leva sul bilancio vincolando il loro via libera complessivo ad alcune concessioni sulle singole voci

Afp

La maratona negoziale del Consiglio Europeo è appena terminata e già potrebbe iniziarne una nuova, altrettanto incerta e complicata, fra le istituzioni dell’Unione europea. Il via libera definitivo all’accordo storico trovato il 21 luglio dai capi di Stato e di governo non è affatto scontato: l’ostacolo più grande potrebbe essere costituito non dai parlamenti nazionali, ma dal Parlamento europeo.

Nella sessione plenaria straordinaria di oggi, 23 luglio, verrà infatti messa ai voti una risoluzione con cui l’emiciclo “non accetta” (la scelta della formula è significativa) il Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione (Qfp), ossia il budget a disposizione dell’Unione per il periodo 2021-2027.

Il Parlamento alza la voce
L’opposizione all’intesa dei 27 non è di poco conto. Riguarda non tanto i 750 miliardi di euro concordati per fronteggiare la crisi, quanto piuttosto i 1.074 miliardi che comporranno il bilancio dei prossimi sette anni. Il Next Generation Eu, è infatti un accordo inter-governativo per cui non è richiesta l’approvazione formale del Parlamento, che può solo essere coinvolto nella gestione dei fondi stanziati.

Per quanto riguarda il Qfp, al contrario, la camera eletta ha in base al diritto comunitario l’ultima parola e dunque la facoltà di respingere l’accordo. «Il Parlamento esprime un consenso o un dissenso sulle cifre totali del bilancio», spiega a Linkiesta Brando Benifei, capodelegazione degli eurodeputati del Partito democratico.

In pratica, l’emiciclo può utilizzare questa sua prerogativa come leva nei negoziati, vincolando la luce verde complessiva a determinate concessioni sui singoli settori che compongono il bilancio.

E ha tutta l’intenzione di farlo: «I governi si sono “incastrati” in un meccanismo pericoloso per loro: hanno raggiunto un’intesa a noi gradita sul Recovery fund, che comunque non avremmo potuto stravolgere. Mentre quello che ci piace di meno dell’accordo, il Qfp, è ciò su cui possiamo incidere di più. Il Parlamento se vuole potrà contare moltissimo: negozieremo e ci vedremo in autunno».

Il concetto è stato ribadito proprio dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli nella conferenza stampa successiva all’accordo, appena dopo le soddisfatte dichiarazioni di rito per l’intesa raggiunta.

Ai capi di Stato viene contestato il fatto di aver approvato un programma che facilita gli investimenti nazionali, ma di essersi girati dall’altra parte al momento di allargare il raggio d’azione delle istituzioni comunitarie. «La proposta è sul tavolo, ma noi vogliamo migliorarla. Soprattutto dando risposte a quei tagli che per noi sono ingiustificabili».

Nello specifico, Sassoli ha indicato tre grandi temi su cui l’emiciclo insisterà per ottenere una modifica.

Il primo riguarda le “risorse proprie”, ovvero tasse imposte a livello comunitario i cui proventi non sarebbero riscossi dagli Stati membri, ma finanzierebbero direttamente l’Unione. Il Parlamento ne esige almeno due entro il 2021: la molto dibattuta plastic tax e l’ETS (Emission Trading System), un meccanismo per cui le aziende che operano in Europa devono acquistare dei permessi sui gas serra che producono.

Il secondo e il terzo sono più “strategici”: l’emiciclo vuole un maggiore coinvolgimento nella gestione del Recovery fund e chiede (già da prima della pandemia) un Qfp più voluminoso rispetto ai 1.074 bilioni concordati, che rappresentano circa l’1% del pil europeo.

Il presidente ha puntato il dito contro alcune gravi mancanze che questo Qfp comporterebbe: «Se vogliamo scommettere sulle nuove generazioni non possiamo tagliare le risorse per la ricerca o l’Erasmus. Se consideriamo una necessità la politica europea sull’immigrazione, non possiamo tagliare i fondi sull’immigrazione e l’asilo».

Una risoluzione per chiedere di più
Un campanello d’allarme per i governi, visto che sulla stessa linea di Sassoli ci sono la maggioranza dei gruppi politici che compongono il Parlamento europeo. La risoluzione che sarà discussa in plenaria porta infatti le firme del Partito popolare europeo (Ppe), dei Socialisti e democratici (S&D), dei liberali di Renew Europe, dei Verdi (Greens/EFA) e persino della sinistra radicale (GUE/NGL): in pratica tutto l’emiciclo tranne i due gruppi di destra di cui fanno parte Lega e Fratelli d’Italia.

Il testo della mozione prevede 26 punti, alcuni dei quali molto critici nei confronti dell’accordo del Consiglio.

Il Parlamento è contrario alla riduzione di oltre 100 miliardi dei sussidi nel pacchetto del Next Generation Eu rispetto alla proposta della Commissione e a proprio ruolo subalterno nel distribuire le risorse. Sul piano creato dall’Unione per l’emergenza si chiede sostanzialmente una gestione più democratica e una coerenza con gli obiettivi a lungo termine dell’Unione europea.

Il punto cruciale, però, è la netta opposizione al bilancio pluriennale. «Alcuni gruppi volevano inserire la frase “il Parlamento rifiuta l’accordo sul Qfp, ma i socialisti si sono opposti», trapela da una fonte qualificata che ha partecipato alla stesura.

Resta però la sostanza: agli europarlamentari il nuovo progetto di budget risulta indigesto. «I governi europei si preparino a un duro negoziato con il Parlamento, che spingerà per investimenti a lungo termine», fa sapere in una nota Philippe Lamberts, copresidente dei Verdi, uno dei più agguerriti critici dell’intesa.

Tra gli argomenti da sostenere di fronte al Consiglio ci sono, oltre a quelle enunciate da Sassoli, altre richieste molto precise: aumentare i fondi per i programmi tagliati, dimezzati e azzerati dal Consiglio europeo. Come quelli destinati alla transizione ecologica e digitale (Just Transition Fund, Digital Europe), agli investimenti (InvestEU, Horizon Europe), alla salute (EU4health) azzerato, e quelli rivolti alle nuove generazioni (Child Guarantee, Erasmus +).

Al cambiamento climatico è dedicato un paragrafo a parte, con l’ambiziosa volontà di destinare il 30 per cento dell’intera somma a politiche green e di porre gradualmente fine ai sussidi sui combustibili fossili.

Il Parlamento, poi, vorrebbe la garanzia di una revisione sul budget da operare a medio termine e di una consistente politica di parità di genere nell’applicazione dei fondi. Ma soprattutto, l’emiciclo pretende di vincolare l’erogazione dei fondi al rispetto dello Stato di diritto, una battaglia campale nelle istituzioni dell’Unione europea che ha due precisi obiettivi: i governi di Ungheria e Polonia, entrambi accusati di violare i valori fondamentali dell’Unione.

«La parte che esprime questa condizionalità è troppo confusa per costringere gli Stati Membri a rispettare i propri obblighi. Come ci si poteva aspettare, i primi ministri di Ungheria, Polonia, Slovenia e Cechia hanno bloccato ogni serio tentativo in questo senso», attacca Lamberts.

Come voteranno i partiti italiani?
Se l’esito positivo del voto sulla risoluzione appare scontato, è interessante vedere come si esprimeranno le delegazioni dei partiti italiani nel Parlamento Europeo. Voteranno a favore, compatte, quelle del Partito democratico e di Forza Italia, concordi con le rispettive famiglie politiche europee.

Incerta invece la posizione della Lega, che da un lato mantiene aspra la sua critica all’intesa del Consiglio, dall’altra potrebbe “boicottare” una risoluzione su cui il suo gruppo, Identità e Democrazia, non è stato nemmeno invitato a negoziare.

«Questo accordo rappresenta una cessione di sovranità da parte degli Stati Membri agli eurocrati di Bruxelles, con forti condizionalità legate ai fondi che arriveranno non prima dell’anno prossimo», dice a Linkiesta Marco Zanni, deputato leghista presidente di Identità e Democrazia.

«Spiace però prendere atto che il Parlamento non esterni analoga irritazione verso il taglio dei fondi all’agricoltura, settore sacrificato sull’altare del Recovery fund e delle riforme strutturali», prosegue l’eurodeputato della Lega, che sul merito del Next Generation Eu non vuole sentir parlare di aiuti: «L’Italia era e resta contributore netto dell’Unione, ma ancora una volta sarà Bruxelles a dire come gli italiani dovranno spendere i loro soldi».

Mantiene riserbo anche la delegazione di Fratelli d’Italia (gli alleati polacchi del partito Diritto e Giustizia, PiS, sono parecchio irritati dal richiamo allo Stato di Diritto), mentre sembrano propensi a sostenere la risoluzione i parlamentari del Movimento 5 Stelle, che a Bruxelles e Strasburgo siedono fra i non iscritti.

«Alcuni tagli voluti dai Paesi egoisti sono da modificare e condividiamo la richiesta di anticipare al 2021 le risorse proprie dell’Unione», afferma a Linkiesta la capodelegazione Tiziana Beghin. I pentastellati vorrebbero maggiore coraggio nell’introdurre tasse europee sulle transazioni finanziarie, sul digitale per i colossi del web e sull’inquinamento.

Beghin tuttavia si dichiara soddisfatta di quello che il presidente del Consiglio Conte ha ottenuto nel negoziato in Consiglio e anzi incalza la destra italiana, accusata di remare contro il proprio Paese. «Non ci stupiamo più di nulla, il centrodestra è diviso su tutto: Forza Italia sostiene il Recovery Fund, la Lega no, Fratelli d’Italia boh. Sarebbe grave se l’opposizione votasse contro una risoluzione che fa gli interessi dell’Italia: se Lega e Fratelli d’Italia lo faranno con la scusa delle risorse proprie, dovranno allora spiegare dove vorrebbero che l’Europa prenda i soldi».