La regina dell’editoria italianaSiamo lenti, la cultura deve ripartire subito, dice Elisabetta Sgarbi

La sua Nave di Teseo, nata nel 2015, vince premi, domina le classifiche, propone titoli apprezzati da pubblico e critica, e pubblica senza timore di essere cancellata anche Woody Allen. La direttrice ci racconta come fa a gestire l’azienda, il lavoro alla Milanesiana e la farmacia di famiglia. E com’è nato il suo nuovo film: “Si ballerà finché entra la luce dell’alba. Extraliscio – Punk da balera”, che verrà presentato in anteprima alla Mostra del cinema di Venezia

Mentre parliamo con la direttrice generale Elisabetta Sgarbi, La Nave di Teseo è prima nella classifica della narrativa italiana con “Il Colibrì” di Sandro Veronesi fresco vincitore del Premio Strega, della narrativa straniera con “L’enigma della camera 622” di Joël Dicker e della saggistica – o varia secondo altre classifiche – con “A proposito di niente” di Woody Allen. 

E contemporaneamente Sgarbi sta seguendo la 21esima edizione della Milanesiana che ha ideato e cura, e che continua ad allargare i suoi confini ben oltre Milano, con tappe fino all’11 agosto in tutta Italia (tema di quest’anno “I colori”). 

Ce ne sarebbe più che abbastanza per godersi in pace i propri successi, ma la differenza tra chi la pensa così e chi li ottiene sta esattamente nella capacità e nel desiderio di rilanciare ancora. Così c’è anche il cinema, un ambito in cui l’editrice e organizzatrice di eventi culturali, abituata a mettere il proprio estro al servizio degli altri, può mettersi in mostra in prima persona come artista. 

Proprio ieri è stato annunciato che il nuovo film di Elisabetta Sgarbi “Si ballerà finché entra la luce dell’alba. Extraliscio – Punk da balera” verrà presentato in anteprima alle Giornate degli autori nella prossima Mostra del cinema di Venezia: attraverso il racconto degli Extraliscio, un gruppo musicale che mescola tradizione e ricerca, il film vuole essere anche un omaggio a un genere, il liscio, che ha «una storia gloriosa» che non si interromperà mai, neppure col Covid-19. 

La Nave di Teseo ha meno di 5 anni di vita, ma ha già ottenuto riconoscimenti senza precedenti. In questo momento primi in classifica nelle tre principali categorie… Sandro Veronesi ha ricordato il coraggio di Umberto Eco e dedicato subito anche a lei la vittoria del Premio Strega…  

Sì, è abbastanza eccezionale. Naturalmente sono felice per “Il Colibrì“, un romanzo costato molto a Sandro Veronesi, a cui ha lavorato per oltre 5 anni, attraversando un periodo difficile. E sono felice per Joël Dicker, autore straordinario, giovane ma con una consapevolezza dello scrivere romanzi sbalorditiva. E il fatto che Woody Allen abbia scelto La Nave di Teseo è per noi tutti motivo di orgoglio, moltiplicato da quanto sta piacendo ai lettori e ai critici. Però a me interessa molto quello che bolle sotto le classifiche, sentire che i nostri libri arrivano ai lettori, piacciono ai librai: avere attivato in cinque anni un circuito positivo di fiducia, che è l’elemento essenziale nel mondo dei libri: gli autori tendono a fidarsi del proprio editore perché librai e lettori hanno fiducia nell’editore.

Dopo il manifesto di Harper’s contro la “cancel culture” (firmato da Noam Chomsky, Margaret Atwood, Martin Amis, J.K.Rowling, Salman Rushdie e altri ancora), in settimana sono arrivate anche le firme di oltre cento scrittori e scienziati spagnoli, tra cui Mario Vargas Llosa e Fernando Savater. Quello sulla “cancel culture” è un dibattito che riguarda anche l’Italia?

Questa esigenza di cancellare la storia, di farsi giudici del passato e promotori di un tempo nuovo, puro, scevro da legacci con gli orrori del passato, è cosa ricorrente, nel corso dei secoli. Il “Vaffanculo” del movimento cinque stelle gridato in coro, in piazza, non era una cosa differente. E si può risalire indietro, ad alcuni aspetti del 68, e ancora indietro a fenomeni molto più tragici, come il nazismo. Sono movimenti che o si spengono da sé o producono molti danni. La storia non va giudicata, va compresa. E comprenderla aiuta a muoversi nel presente. D’altra parte non esiste atto più fascista che “cancellare la cultura”.

Lei compete con successo in un mondo che viene continuamente accusato di essere ancora molto maschilista…

Diceva Maria Corti che «Il cervello non ha sesso»: quando ho dovuto scontrarmi con dirigenti uomini l’ho fatto, ma non ho mancato di farlo neppure con le donne. Nei giudizi che nelle aziende venivano dati, penso si diano ancora, non andavo bene in condotta. Ho cercato e cerco di essere me stessa, di portare avanti le mie idee, con buon senso, ma con assoluta convinzione. 

In queste settimane si sta svolgendo il programma della 21esima edizione della Milanesiana che lei ha ideato e cura. Se avesse preso un anno di pausa come molte manifestazioni sono state costrette a fare non ci sarebbe stato nulla di strano, invece ha rilanciato… la Milanesiana è praticamente in tutta Italia… 

Io sento molto questa responsabilità: abbiamo fermato un paese. E la cultura nel suo complesso – di cui il turismo è una diramazione – rischia di essere una delle realtà più penalizzate. Non parlo qui dell’editoria, che pure soffre e che soffriva anche prima, parlo del sistema complessivo della cultura, dei teatri, del festival, dei concerti, in cui lavorano migliaia di persone: dobbiamo pensare di ripartire, di riportare le persone nei luoghi della cultura. Non è facile, c’è la paura, la pigrizia, ci sono quattro mesi di streaming alle spalle: ma o si riparte ora, o sarà difficile farlo nella primavera 21. Io ho molte città che mi chiamano per dire: non possiamo unirci alla Milanesiana? Vuol dire che c’è un bisogno, cui, chi lavora nel mondo della cultura, deve rispondere. Ripeto: ora, non fra un anno.

Nell’ambito degli eventi legati alla Milanesiana, il 30 luglio al Madre di Napoli verrà inaugurata “Nuvole e Colori”, una mostra fotografica di Carlo Verdone. Come ha conosciuto Verdone e come avete avuto questa idea?

È stato un cinefilo a metterci in contatto, Fabio Maiello, che conosceva la mia passione, anche editoriale, per il cinema. Cercava un editore per un libro intervista. Incontrai lui e Carlo a Roma e Carlo mi fece un racconto bellissimo della casa dove aveva vissuto da bambino e ragazzo con i suoi genitori, “La casa sopra i portici”, che poi era stato costretto a lasciare, con molto dolore. Io gli dissi che quello era il racconto che doveva fare. E fu un libro di grande successo. Carlo Verdone è uno straordinario narratore, ha come pochi il senso del racconto e la capacità di inventare personaggi che ci rappresentano nei nostri aspetto più umani. L’idea della mostra viene da Paolo Mereghetti, che io ho accolto con grande entusiasmo: Carlo Verdone è un artista totale, sono convinto che abbia ancora molti aspetti da rivelare. Questa sua galleria di nuvole è sorprendente e rivela un mondo interiore inedito dell’artista.

Come evidente fin dal nome il centro della Milanesiana rimane comunque Milano. Ma il modello che ha reso la città quello che è oggi sembra in crisi. È solo una pausa dovuta al Covid-19 o cambierà definitivamente qualcosa?

Sono stati fatti molti errori nella gestione dell’emergenza, errori i cui contorni ancora non sono chiari. Ma che siano stati fatti è evidente. Bisognerà rifletterci molto, ma certo che quelle immagini di bare che viaggiano sui veicoli militari, le salme cremate senza la possibilità di un saluto, la tragedia delle RSA hanno segnato un solco tra il prima e il poi. Bisogna che la classe dirigente si assuma la responsabilità di capire cosa è accaduto.

Lei è tuttora titolare della farmacia di famiglia a Ro Ferrarese. Come ha vissuto l’emergenza coronavirus da questo punto di vista?

Abbiamo anzitutto riallestito lo spazio: un vetro divisorio alla cassa, sanificazioni, contingentamento degli ingressi (è una farmacia piccola). C’era paura nelle prime settimane, c’era la ricerca spasmodica di mascherine e disinfettanti. Via via che passava il tempo, non essendo Ro, un paese con contagi importanti, gli animi si sono più distesi. All’inizio c’era la corsa a Tachipirina e Aspirina.

Cos’hanno la professione del farmacista e quella dell’editore di diverso per lei? E cos’hanno in comune…

Cosa hanno di diverso è evidente. C’è qualcosa di simile invece: l’editore deve avere qualcosa dell’alchimista, deve dosare tanti elementi, come quando si facevano le preparazioni galeniche (adesso molto meno). E deve avere un senso dell’ordine delle cose, dei tanti aspetti della vita del libro. Un po’ rabdomante e un po’ uomo macchina. In fondo mette in comunicazione la creatività assoluta di un artista con un sistema / macchina molto complessi ma molto rigido.

Il meraviglioso libro di suo padre, ”Lei mi parla ancora”, diventerà presto un film diretto da Pupi Avati. Suo padre sarà interpretato da Renato Pozzetto e sua madre da Stefania Sandrelli… 

Non so quanto sarò lucida, nel guardarlo. Piangerò dalla prima all’ultima scena. La scelta di Pozzetto mi piace molto: mio padre era veneto, aveva una ironia sulfurea, a volte perfida, sembrava sospeso e invece poteva infilzarti. Per cui Pozzetto potrebbe valorizzare questa sua parte: mio padre aveva un senso dell’umorismo molto pronunciato e tutto suo. Mia madre era tutta sempre esposta, un vulcano permanente. Chiara Caselli interpreterà me stessa. E Gifuni farà il giornalista che conosce mio padre e lo farà parlare dando vita ai suoi libri che, nella realtà, è lo scrittore Giuseppe Cesaro.

Il suo ultimo film da regista è un documentario intitolato Vaccini. 9 lezioni di scienza. Quando è uscito sembrava che la questione cruciale fosse il rifiuto dei vaccini e la fine della paura delle malattie. È cambiato tutto… 

Il penultimo. Il mio nuovo film si intitola “Si ballerà finché entra la luce dell’alba” dedicato agli Extraliscio e alla grande tradizione del liscio, con Ermanno Cavazzoni e questo gruppo di musicisti romagnoli, gli Extraliscio, che ha appena firmato la sigla del Giro d’Italia. Sarà presentato alle giornate degli autori di Venezia77 e per me è un vero orgoglio portare a Venezia una tradizione così importante. Con tanta musica e tanti ospiti, Jovanotti, Vasco Brondi, Elio, Gli Omini, Antonio Rezza e molti altri.

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