Vacanze romane de RomaRiscoprire la Capitale d’estate: vuota, senza turisti e senza amatriciane precotte

L’Urbe ha abbastanza abitanti per generare un movimento suo senza scomodare il resto d’Italia, basta portare in centro il milione di romani che durante l’anno non ci passano neanche per sbaglio, e quando ci vanno è soltanto per orride incombenze

Afp

Si lagnano tutti, pure le gattare della colonia di Torre Argentina: senza turisti, senza impiegati pubblici, il centro di Roma muore. E tuttavia a nessuno viene in mente che c’è una nuova estate romana già in atto, disponibile, vera, diversa da tutte le altre del passato, e un’amministrazione intelligente ci avrebbe da giorni fatto uno spot: romani, tornate al centro, venite a vedere la vostra città e a godervela da padroni, con le ciabatte e la granita di Tazza D’Oro in mano (piazza del Pantheon per gli interessati).

Senza Ztl, senza pullman, senza i furgoni neri degli Ncc che hanno sostituito i pullman, senza l’arrembaggio per l’udienza del mercoledì. Sola insieme coi suoi tre milioni e passa di cittadini – una cifra pur sempre rispettabile – Roma può essere un’altra cosa, almeno per un po’.

Spiace ovviamente per chi aveva investito sul turismo mordi e fuggi, sulle amatriciane precotte e la paccottiglia per le truppe cammellate del “tutta la città in tre giorni”, ma la riconversione verso un altro tipo di clientela è l’unica chance possibile per ammortizzare i danni, almeno quest’anno.

Qualcuno più furbo degli altri, vedi Camillo a piazza Navona (non è contenuto sponsorizzato, purtroppo) già si è messo in pista, con hamburger e fritture al cartoccio fatte come dio comanda a meno di dieci euro: l’aperitivo o la cena davanti alla fontana del Bernini, o ovunque nel triangolo Fori-Trastevere-Piazza del Popolo, potrebbero essere per il romano medio l’esperienza estrema di questo luglio-agosto.

Chi è venuto mai qui a passare un pomeriggio? Chi ci ha mangiato mai? È facile trovare uno di Rebibbia o Primavalle che ti racconti i gamberoni al tramonto a Ko Samhui, Thailandia, ma andate a chiedere a un indigeno se nella vita ha cenato a Piazza di Pietra, alle Vaschette, a piazza Farnese. Molti non sanno neanche dove sono.

Città e regioni italiane stanno sgomitando per attirare il turismo interno. La Calabria ha fatto un video che fa infuriare veneti e lombardi. In sintesi: venite qui che l’aria è buona e non rischiate di ammalarvi come sulla costiera romagnola. Le Marche si sono affidate alla vocina di una bimba di sei anni, che in inglese magnifica il wonderful Conero e dintorni.

Roma ha abbastanza abitanti per generare un traffico suo senza manco scomodare il resto d’Italia, gli basta portare a downtown il milione di romani che non ci passano neanche per sbaglio, e quando ci vanno è soltanto per orride incombenze: il mercatino della Befana preteso dai bambini, il parente di provincia che vuole vedere il Papa, qualcuna delle misteriose pratiche ancora gestite dagli uffici provinciali.

Certo, il commercio cittadino dovrebbe darsi una svegliata. Le associazioni di categoria dicono che lo stop al turismo americano e russo ci costerà 1,8 miliardi di mancati introiti ed è immaginabile che una buona fetta l’abbia persa la Capitale. Le borgate in trasferta non potranno sostituire i favolosi portafogli esotici in coda da Gucci, e forse la coda da Gucci non la rivedremo per anni, ma l’estate romana del Covid potrebbe avere comunque una sua suggestione e un suo rendiconto, se ci si provasse.

E tenderei a scommettere che, se in Campidoglio ci fosse un Renato Nicolini, questa opportunità l’avrebbe capita al volo, come a suo tempo intercettò la voglia di respirare, uscire, ballare al culmine degli anni di piombo, e fu capace di dargli una risposta non banale.

Anche nell’agosto del ’77 e seguenti la città era un cimitero (talvolta in senso letterale), con la gente chiusa dietro le tapparelle per paura di tutto. I sabati del centro non esistevano più, i negozi abbassavano di prassi le serrande per tutelarsi da molotov e scorrerie. Il Prefetto dell’epoca era arrivato al punto di sospendere per settimane il diritto di manifestare di chiunque, per qualunque motivo.

La giornalista americana Patricia Bernie, ferita al ginocchio durante uno dei consueti tumulti, allertava i connazionali: «Roma è una polveriera, tutta l’Italia è così». Figuriamoci se arrivavano turisti, altro che Covid, altro che pandemia. L’idea di Villa Ada, di Massenzio, di Capocotta, salvò la città e gli restituì la vita. Copiarla oggi sarebbe ridicolo, ma trovare qualcosa con lo stesso impatto forse no.

Le lagne, certo, non salveranno nessuno, neanche i gatti di Torre Argentina (peraltro così grassi da poter sopravvivere anche a un disastro nucleare). E provare a ripopolare il centro con i suoi legittimi proprietari, cioè i romani, non sembra un progetto impossibile.

Facciano uno spot. Una campagna social. Un video, una serie di video. Sostituiscano i terribili menù turistici con menù commestibili per lo standard gastronomico locale. Roma si salva con una carbonara ben fatta, con uno scottadito al punto giusto? Anche, può darsi, tentar non nuoce.

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