MadrileñofobiaPerché gli spagnoli odiano Madrid

In Spagna tutti ce l’hanno con la capitale perché ha gestito la pandemia peggio degli altri e grazie all’autonomia garantita dal regionalismo ha creato una sorta di repubblica thatcheriana che fa concorrenza sleale. Sergio del Molino, autore de “Spagna vuota”, ci spiega che «era già così da prima ma i madrileni non se n’erano accorti»

GABRIEL BOUYS / AFP

Sono l’uomo più odiato nel mio paese. Più o meno. 

In Spagna non si parla d’altro in questi giorni. Non di me, ma di madrileñofobia. Che sarebbe l’odio sfrenato di tutte le regioni verso i “madrileños”. Scusate se lo scrivo in spagnolo ma madrileno senza la “egne” non vuol dire proprio nulla. E se Christian Rocca ci teneva ad avere un madrileño a Linkiesta deve prendersi le responsabilità da subito. 

Sono nato in questa benedetta città, capitale della Spagna ma soprattutto del calcio mondiale. Anni quarantuno. E io li capisco. Cioè, capisco gli altri, i madrileñofobos (che, adesso vi spiego, poi non lo sono così tanto). 

Sono peggio di un “collabò” come dicono i francesi. Un ‘afrancesado’ (gli spagnoli che, all’inizio del ottocento, volevano essere invasi dai francesi rivoluzionari) dei nostri tempi. Oltre confini, odiato come madrileño. A casa, odiato come traditore. Ma siccome questo è un giornale italiano magari riuscite a capirmi.

Si è parlato molto del concetto “Spagna vuota” dopo il meraviglioso saggio di Sergio del Molino (La Spagna Vuota, Ed. Sellerio). Ora invece si affrontano altre due Spagne: quella piena contro quella che ce li ha pieni. Madrid contro tutte le altre regioni. 

«La madrileñofobia era già evidente, riconosciuta da tutti quelli che vivono fuori dalla capitale. L’unico cambio è che a Madrid ora se ne sono accorti con la pandemia», spiega Sergio del Molino per Linkiesta. 

Il coronavirus ha innescato appunto il dibattito. Avendo colpito Madrid più di tutte le altre zone in Spagna, molti abitanti della capitale partiti verso le seconde case hanno portato con sé il virus ma soprattutto tanta paura. «Madrileños go home», «Non venite», sono alcuni dei messaggi che si possono leggere sui social in questi giorni in cui cominciano le code di madrileños che partono per andare in vacanza.

«Da piccolo», continua Del Molino, «vivevo in un paesetto di spiaggia. E vedevamo l’arrivo dei madrileños come la peste. Non si poteva vivere senza di loro e i soldi che portavano ma neanche con loro. C’è quindi una dialettica di invasori e invasi. Si odia il madrileño come a Mallorca si odia il tedesco». Un bagno d’umiltà: guardarti allo specchio e capire che a casa tua ti vedono come un inglese ubriaco

Repubblica thatcheriana

Ci sono anche motivi politici ed economici per questa diffidenza reciproca. La Spagna è un paese che ha un carattere, una storia e delle istituzioni d’impronta regionale. Siamo stati una bilancia un po’ storta che, da secoli, ha cercato di equilibrare centro e periferia. 

Invece, il peso si piega inevitabilmente verso la capitale. Piena di soldi, di investimenti, di abitanti, ma anche di fierezza, Madrid ha sorpassato quest’anno la Catalogna come regione più ricca per la prima volta. Ma ciò che Madrid ha guadagnato economicamente in questi tempi, lo ha perso affettivamente. Siamo diventati antipatici. Chiediamoci perché.

Roccaforte della destra, il Partito popolare governa la regione da 25 anni. E Madrid è diventata una sorta di repubblica thatcheriana all’interno della Spagna. Ha meno tasse di tutte le altre regioni, ha tolto quelle su successione e donazioni,  producendo uno strano processo di dumping fiscale all’interno del paese. Tanti ricchi e tante aziende si sono trasferiti a Madrid. Non “meno tasse per tutti”. Ma “meno tasse per noi”. 

I “baroni regionali” del partito socialista di Valencia e Andalusia si sono sollevati contro queste politiche. Una critica subito rispedita al mittente vista la risposta della presidente della Regione di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, durissima: che gli altri imparino a gestire meglio i loro soldi e che abbassino anche loro le tasse.

È una questione di invidia? Bisogna prima chiedersi se c’è da invidiare qualcosa. Madrid è la regione spagnola che investe di meno nella sanità (3,6% del suo Pil) e nell’istruzione (la metà per ogni allievo rispetto a regioni come i Paesi Baschi). Dopo tanti anni di tagli ai budget, il sistema sanitario si è piegato in due con l’emergenza del coronavirus. 

Nelle case di riposo di Madrid, di gestione regionale, sono morti quasi 6.000 anziani, il 16% dei ricoverati. In Svezia, il paese del Nord Europa che ha gestito peggio il Covid-19, sono morte 5.200 persone. Madrid ha chiesto l’aiuto dello Stato. E la Spagna a quel punto si è chiesta chi, per davvero, non è capace di gestire i propri soldi.

In uno studio del 2015, che comparava 15 grandi città europee (fra cui  Milano), Madrid risultava quella dove la distanza fra ricchi e poveri è maggiore. Non solo siamo antipatici noi, ma anche il nostro sistema. Repubblica thatcheriana, dicevamo.

La rivolta dei Cayetanos

Madrid è la culla del potere politico ed economico. Durante il periodo della crisi politica in Catalogna, di converso si è risvegliato un nazionalismo spagnolo molto forte in una capitale che di nazionalista aveva avuto ben poco dopo il franchismo. Se Londra, Parigi o Berlino esprimono un voto spostato più a sinistra rispetto alla tendenza generale del loro paese, Madrid incarna il fenomeno opposto: è più a destra della Spagna.

Siccome ogni articolo serio deve saper far ridere ogni tanto, parliamo di quella che è stata soprannominata “la rivolta dei Cayetanos”. Così anacronistica da essere difficile da spiegare a uno straniero. Immaginate i quartieri più chic di Madrid, dove abitano i più benestanti, i cayetani, i fighetti. Sono stati loro nel mese di aprile a scendere in strada, sventolando centinaia di bandiere spagnole, contro la gestione del governo Sánchez e le sue misure sanitarie. Delle immagini difficili da mandare giù per la Spagna profonda, che aveva gli stessi problemi, la stessa stanchezza, ma meno soldi e tranquillità.

«C’è anche uno scontro su come si fa politica. Le élite regionali, molto potenti in Spagna come in Italia, si arrangiano. Sono meno belligeranti», aggiunge Del Molino. Invece Pablo Casado, leader dell’opposizione, come Ayuso, presidente regionale, hanno lo sguardo bellicoso del PP madrileño. Sono falchi. Cresciuti in una capitale dove il tempo passa più velocemente. Hanno sempre fretta.  

Paradossalmente, nelle regioni dove la destra vince e governa bene, come l’Andalusia, la Galizia o la Castiglia del Nord (Castilla y León), il partito assume un tono moderato, con politiche di centro. In questo periodo ci sono state polemiche fra dirigenti come Alberto Núñez Feijoo (che potrebbe vincere con maggioranza assoluta domenica prossima alle elezioni in Galizia) e la leadership più conservatrice di Casado. Una sorta di conflitto antropologico tra la destra che gioca a carte dopo pranzo e la destra ideologica di Madrid. 

«Sembra che ci sia un solo modo di essere spagnolo, e cioè, il modo di Madrid. E gli altri, se non lo condividono, sono visti come spagnoli soltanto a metà. L’affermazione primaria del nazionalismo spagnolo come risposta alla crisi della crisi catalana ha fatto sì che Madrid si sia slegata delle città globalizzate della nostra epoca», spiega Ignacio Sánchez Cuenca, uno degli intelettuali più lucidi di Spagna, intervistato da El confidencial per parlare di madrileñofobia.

È come se dalla provincia arrivasse la richiesta di abbassare la polemica politica. Di fare altrimenti. Con più consenso. Con più buonsenso. A me aiuterebbe non poco: mi odiano quelli di destra, perché sono stato presentatore alla Sexta, la rete più di sinistra, così come mi odiano quelli di sinistra, perché sono stato vicedirettore de El Mundo, uno dei giornali più a destra. 

Gli aiutini al Real Madrid

Meno internazionale di Barcellona, senza mare, senza un simbolo mondiale oltre il Bernabéu ed il Prado, ci siamo sempre sentiti un po’ tamarri. E ci andava bene. Diceva lo scrittore del primo novecento Ramón Gómez de la Serna che essere madrileño è saper mettersi le mani in tasca. Nient’altro. Forse per quello i movimenti artistici di avanguardia non fanno tanto per noi: Madrid è la capitale, ma in realtà è molto più provinciale della città catalana.

Pensavo, scrivendo questo pezzo, che l’immaginario di Pedro Almodóvar è uno dei pochi punti di riferimento all’estero. Due ore dopo mi è capitato davanti un nuovo articolo di Linkiesta ed era su Madrid. Mi ha incuriosito e sono andato a vedere. Ovviamente non poteva parlare d’altro che del regista. 

Questa settimana, el Diario definiva, in un pezzo d’approfondimento, la gestione culturale di Madrid come “arcaica”: «La sua egemonia è datata, ha un’immagine vecchia e delle strutture culturali inamovibili come il marmo». L’analisi continuava sostenendo che Madrid ha tanti musei ma non ha idea di cosa siano la contemporaneità e la modernità di altre capitali europee.

Non è d’accordo Sergio del Molino: «La rivolta nazionalista ha fatto rimpicciolire la cultura a Barcellona. Il profilo di Madrid sta crescendo, lentamente ma sta crescendo»

Non siamo Londra anche se abbiamo più sole. Non siamo Parigi anche se la nostra superficie è 7 volte più grande della città francese. Non siamo Roma anche se la nostra rete di trasporto pubblico è invidiata da tutti quelli che lo conoscono. Non siamo neppure Berlino. Forse è arrivato il momento per chiederci cos’è Madrid.

E se le cose stavano già male, il Real Madrid sta per vincere la Liga aiutato da clamorosi errori degli arbitri (e da un meraviglioso Benzema). Un trionfo che non spiega niente ma non aiuta neanche a pacificare gli animi. Non ve l’avevo ancora detto, ma sono anche madridista. Ergo odiato pure da tutti quelli che non vincono. Adesso mi capite?

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