IconeForse non lo sai ma la tua cucina è esposta al Moma

Se ci piace stare ai fornelli, con tutti gli attrezzi a portata di mano, gli elettrodomestici al posto giusto e lo spazio di lavoro ben illuminato, il merito è (anche) di una donna visionaria il cui nome risulterà oscuro ai più. Margarete Schütte-Lihotzky negli anni Venti del Novecento ideò l'archetipo della componibile che, con alterne fortune, è arrivata fino a noi

E5 di Elam, monoblocco con gola in acciaio e moduli indipendenti su misura, è prodotta ininterrottamente dal 1966.

La cucina come la conosciamo oggi – con il piano di lavoro accanto ai fuochi, i pensili alla giusta altezza, i cassetti sistemati a portata di mano e, quando si può, la finestra sopra il lavandino per sfruttare al massimo la luce naturale – ha quasi cent’anni e li porta benissimo.
La sua inventrice è Margarete Schütte-Lihotzky, prima donna austriaca a diventare architetto e a esercitare con il proprio nome.

 

Progettata per trarre il massimo dalle piccole stanze tipiche degli appartamenti della working class di inizio Novecento la cucina di Francoforte è il suo capolavoro indiscusso, ancora oggi citato come esempio di buon design, tanto da meritarsi un posto al Museo di Arte Moderna di New York.

Nata nella Vienna di fine Ottocento da una famiglia della media borghesia, Schütte-Lihotzky studia architettura contro il parere dei genitori e nel 1916 si iscrive alla Kunstgewerbeschule, rinomata scuola di arti applicate. Inizia a ragionare sulla prima cucina abitabile già nel 1917, quando è ancora una studentessa del corso di grafica. Appena laureata, in un’epoca tutt’altro che tenera con le donne che ambiscono a un ruolo non subalterno in società, Schütte-Lihotzky ha già qualche esperienza sul campo. Sono però anni difficili. Dopo la Prima guerra mondiale, Vienna è sopraffatta dalla povertà; non ci sono case e i lavoratori si accampano alla periferia della città in baracche di fortuna. Schütte-Lihotzky sviluppa prototipi di case facili da costruire e disegna i primi modelli di cucina. La sua è uno dei primi esempi di architettura sociale, funzionale e senza fronzoli, progettata non per le élite ma per il lavoratore medio che, sostiene la giovane architetta, «trae più beneficio dal lavello della cucina che dall’angelo sul soffitto».

Nel 1926 Ernst May, neo direttore della pianificazione di Francoforte, la vuole nel suo team che lavora alla standardizzazione del dipartimento edile; lei si concentra nel razionalizzare il lavoro domestico, in particolare la cucina che trasforma in un ambiente organizzato, simile a un laboratorio, facile da riordinare e pulire; studia i movimenti che vengono compiuti intorno ai fornelli, cronometrando i flussi per ottimizzare al massimo lo spazio.
È il taylorismo applicato in cucina.

Prima di lei ci aveva già provato un’altra donna. Nella seconda metà del XIX secolo Catherine Beecher, educatrice americana di orientamento femminista, prende a modello le cucine dei battelli a vapore del Mississipi dove il cuoco, pur dovendo cucinare per duecento persone, ha tutti gli utensili a portata di mano senza quasi muovere un passo.

Sull’esempio di Beecher, Schütte-Lihotzky identifica due cicli di lavoro: uno per la preparazione e la cottura dei pasti e l’altro, in senso opposto, per le operazioni di pulizia: lavaggio, scolatura, asciugatura e deposito delle stoviglie. Il tutto senza sprecare tempo prezioso; è convinta che l’indipendenza economica e la realizzazione della donna passi anche da una maggiore razionalizzazione del lavoro domestico. Dirà: «Per me è sempre stato fondamentale, nel mio lavoro e al di fuori di esso, contribuire a creare un mondo migliore di quello in cui ero nata».

La giovane Margarete non può immaginare che il suo lavoro, nato per agevolare le donne lavoratrici, qualche decennio più tardi sarà osteggiato dal movimento femminista che ne vedrà il segno della volontà di emarginare le donne dalla società. Non è una vita facile, la sua. Nel 1940 combatte in opposizione al nazionalsocialismo, finisce in prigione e viene liberata dagli americani alla fine della guerra. Negli anni della Guerra Fredda è boicottata come architetto perché comunista e riabilitata solo in tarda età. La sua vita lunga e avventurosa – conclusa a Vienna nel 2000 a quasi 103 anni – ha ispirato anche una canzone. L’essere identificata come designer di cucine è per lei, architetto con la vocazione per l’edilizia popolare, estremamente riduttivo. A chi la identifica unicamente come l’inventrice della Frankfurter Küche risponde piccata: «Se avessi saputo che tutti avrebbero parlato soltanto di questa dannata cucina, non l’avrei mai inventata».

Negli anni Trenta, invece, la sua idea ha grande successo. Universalmente ritenuta una delle migliori soluzioni mai realizzate dal punto di vista organizzativo, viene installata in più di diecimila nuovi appartamenti a Römerstadt e diventa il metro su cui calcolare lo spazio necessario a questo ambiente di servizio. All’interno di una pianta rettangolare abbastanza ristretta (3,44 metri per 1,87 metri) ci sono un tavolo metallico facilmente lavabile, un lavandino con gocciolatoio, un doppio fornello a gas, uno sgabello, una lampada dall’altezza regolabile e una credenza per le vivande composta da tanti piccoli cassetti che, grazie al manico ricurvo e al beccuccio, consentono di dosare le quantità degli ingredienti e versarli direttamente in pentola. Appeso a parete c’è un asse da stiro ribaltabile e un ferro elettrico. Alcuni particolari – come il blu elettrico delle ante che secondo gli studi dell’epoca era in grado di tenere lontane le mosche – oggi possono farci sorridere ma sono il segno di una ricerca su tendenze e materiali spinta all’estrema potenza.

E il progetto è tanto rivoluzionario se si considera che prima di allora la cucina come spazio a se stante non esisteva nemmeno. Nelle case meno abbienti, si cucinava su pesanti stufe in ghisa, usate anche per riscaldarsi, nella stessa stanza in cui si mangiava e si dormiva, spesso tutti insieme; non c’erano basi e pensili ma una serie di elementi accostati l’uno all’altro. Schütte-Lihotzky mette ordine in quell’insieme caotico, creando uno spazio indipendente, ermetico e razionale in cui le donne possono svolgere le loro mansioni in modo igienico e veloce.

Il progetto della Frankfurt Kitchen conquista anche i francesi che all’inizio degli anni Trenta ne ordinano 260mila unità per gli appartamenti popolari in costruzione. Negli stessi anni gli architetti del Bauhaus di Weimar arrivano alle stesse conclusioni progettuali, disegnando una cucina con un piano di lavoro continuo e il tavolo al centro dello spazio. Anche l’Italia non rimane indifferente al nuovo corso e nel 1947, in occasione della VII Triennale di Milano, viene presentata una cucina in nicchia, con un piano di lavoro unico e arredi in serie, destinata alle case popolari del nascente quartiere QT8.

Negli Stati Uniti, finita la guerra, tutti vogliono la nuova cucina moderna di Margarete, la cui pianta a U riduce gli spostamenti e in cui c’è spazio anche per gli elettrodomestici da inserire all’interno dei moduli standard da 60 cm di profondità.

La dream kitchen, sogno della nascente classe media americana, però non può essere pubblicizzata come Frankfurter Küch che fa subito pensare alla Germania e alla vecchia Europa. Bisogna trovargli un nuovo nome, così i pubblicitari rinfrescano la sua immagine ribattezzandola “cucina svedese”, e pazienza se chi l’ha disegnata non è nata in Scandinavia.

Il processo di razionalizzazione continua: il fornello viene unificato al resto dei mobili disposti lungo la parete e adeguato in altezza agli altri piani di lavoro, il forno viene sistemato sotto i fuochi mentre il frigorifero ancora per molto tempo resterà un elemento autonomo.

Nella realtà la cucina all’americana, come da quel momento in poi sarà pubblicizzata in tutto il mondo, non è altro che l’evoluzione del progetto tedesco, adattato agli spazi extra large d’oltreoceano. Più spazio si traduce in più moduli con l’aggiunta della penisola che amplia il piano di lavoro diventando anche un pratico bancone per la colazione.

Sempre più spesso la cucina è a vista perché la società nel frattempo è profondamente cambiata e il movimento femminista mal digerisce l’idea che la donna sia relegata in una stanza a cucinare. La divisione dei ruoli non ha più senso, la cucina deve diventare abitabile, aprendosi al resto della casa. Vivere la casa all’americana diventa il simbolo di un modo nuovo di intendere la quotidianità, più aperto e conviviale, in cui cucinare senza staccarsi dagli ospiti. Smarcandosi dal tinello, il luogo del fare perde la sua valenza di ambiente tecnico e torna al centro della convivialità.

Quello che sembra un’innovazione – la cucina aperta sul soggiorno – è in realtà solo lo specchio di un cambio di mentalità. I presupposti della cucina di Francoforte essenziale, lineare e componibile sono gli stessi e non cambieranno più.

Siamo ormai in pieno boom economico. Nel 1963 in Italia Arclinea presenta Claudia, la prima cucina con elettrodomestici incorporati e nel 1968 lancia un nuovo materiale, il laminato, con il modello Novia. Nel 1966 Marco Zanuso disegna per Elam un sistema di arredo lineare che poteva essere abbinato a un’isola attrezzata, il modello E5 tutt’ora in produzione. Seguono vari esperimenti, tutti volti a migliorare il concetto di personalizzazione. Nel 1980 Vico Magistretti progetta con l’ufficio tecnico Schiffini Arnia, prima cucina totalmente staccata da terra: nasce il Wall System grazie al quale mobili, mensole e accessori possono essere posizionati all’altezza desiderata grazie a montanti di sostegno dotati di cremagliera.

Claudia di Arclinea, prima cucina con elettrodomestici incorporati. Le ante sono in teak, legno che riveste anche i piedini in ferro battuto, segno distintivo dell’azienda vicentina.

 

Il modello Arnia, progettato da Vico Magistretti per Schiffini, si aggancia a montanti verticali che permettono di variare nel tempo la posizione dei contenitori.

La cucina living mette in primo piano nuove esigenze: essendo a vista dev’essere non solo bella ma anche minimalista. Dalla fine degli anni Novanta si assiste a un’inarrestabile corsa a limare, fino a eliminare quasi del tutto, gli elementi riconducibili alla cucina tradizionale. Senza le maniglie sostituite dalle gole, le ante si fanno sempre più lisce mentre gli elettrodomestici scompaiono, integrati all’interno dei moduli; le cappe finiscono dentro i pensili o – storia recentissima – diventano tutt’uno con il piano cottura; la palette si uniforma a quella del living in un perfetto total look. Fino alla svolta più recente con modelli totalmente a scomparsa, razionalizzati in ogni dettaglio, chiusi dentro ante che si aprono solo quando è il momento di cucinare e si richiudono subito dopo senza lasciare traccia. Se ci pensiamo, non è poi molto diverso dal chiudere la porta del tinello quando ci sono ospiti. Dopo quasi cento anni, attualizzata nel design ma con la stessa impronta razionalista, la cucina di Margarete è tornata di moda.

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