La borsa è la vitaI soldi, se hai la sfiga di non ereditarli, devi pretenderli

Elogio di Ellen Pompeo di Grey’s Anatomy, di Madonna e di Diablo Cody (ma anche del padre di Mahmood): gli aumenti vanno chiesti non per una cosmica giustizia poetica, ma per vivere con serenità. E fregandosene se uscendo dall’ufficio del personale ci dicono «che stronza» e non «che carina»

Drobotdean - www.freepik.com

Se fossi ricca, lavorerei? È la domanda che mi faccio più spesso, non avendo evidentemente interrogativi meno oziosi con cui intrattenermi. 

La mia metà pigra dice che figuriamoci: chi te lo fa fare, per quale ragione, per ambizione no, io ambisco solo al denaro, per noia nemmeno, ho un sacco di romanzi da leggere e una capacità innata di perdere tempo. 

La mia metà sana di mente dice di sì, chi non lavora in genere ha nervi persino più instabili dei miei, i ricchi di seconda generazione soffrono di fragilità psichiche che chi ha costruito patrimoni non ha mai avuto tempo di permettersi. 

Madonna ha messo su Instagram un video, e come ogni volta l’ho guardato con esasperazione. C’era lei su un divano, e al suo fianco Diablo Cody con un computer, pare stiano scrivendo una sceneggiatura insieme. Madonna Ciccone compie questa settimana 62 anni, ha finito da decenni di dover dimostrare cose, eppure se il corpo la molla e deve sospendere un tour e la sciatica non le permette piroette, mette su nuovi progetti. Certo, sarà anche la ragione per cui lei è Madonna e noi no, ma se non puoi mollare mai allora la tigna non è controproducente? 

Brook Busey, detta Diablo Cody, ha 42 anni, divenne famosa a 29 perché il suo primo film da sceneggiatrice, Juno, era un gran successo progressista sul più conservatore dei temi (un’adolescente che non abortisce). Prima di scrivere Juno, Cody aveva fatto la spogliarellista. In una recente intervista, ha detto che oggi la copertura stampa sarebbe diversa, nessuno insisterebbe su quel dettaglio. 

È vero – oggi siamo più beghini e stiamo attentissimi a non scrivere niente d’offensivo, se non vogliamo passare giornate a sentirci insolentire dai suscettibili – ma non è vero: che Cody fosse una spogliarellista è la ragione per cui la troviamo ancora interessante, la ragione per cui l’industria cinematografica le dà spazio benché non abbia mai più scritto un successo. Cody è la Ferragni delle sceneggiatrici, è l’anello mancante tra Truman Capote e Jonathan Bazzi, è il passaggio in cui abbiamo deciso che gli autori ci interessavano più delle loro opere (ovviamente la curva è arrivata alla decadenza totale delle opere, ormai del tutto irrilevanti rispetto allo stilista che veste l’autore: oggi Colazione da Tiffany avrebbe molti meno lettori di quante offerte riceverebbe Capote di vestirlo per il ballo in bianco e nero). 

Lo sa anche Cody, che infatti finge che “scrivere” sia quella roba che fa sul divano mentre qualcuno le filma e Madonna s’infila anacardi nel naso. E poi comunque Cody probabilmente non ha guadagnato abbastanza da smettere: il suo, per quanto di successo, era pur sempre un esordio. 

Due anni fa Grey’s Anatomy, il polpettone medicosentimentale con cui tutte amiamo annoiarci, ha rinnovato il contratto di Ellen Pompeo, che interpreta l’inutilissima Meredith Grey. I titoli dei giornali, assai fuori fuoco, ci dicevano che, a 575mila dollari a puntata, era l’attrice più pagata delle serie drammatiche americane. Sedici anni d’inflazione dopo quel 2002 in cui i protagonisti di Friends (i sei protagonisti, non uno) ottennero un rinnovo contrattuale da un milione a testa a puntata. 

Poiché nessuno s’è accorto la notizia fosse che, negli anni in cui parliamo solo di serie televisive, la serialità televisiva è una bolla economica che fa un ventesimo degli spettatori del Novecento e paga i suoi divi una frazione di prima, il titolo rimasto è: Ellen Pompeo, la più pagata. 

I soldi sono il grande non detto delle femmine di successo. In primavera Abby Wambach, una calciatrice americana, ha pubblicato una biografia, e ha raccontato che a lei piacciono i soldi e le automobili, e insomma non è ricca come credono (diceva un tizio che faceva il suo stesso lavoro: «Ho speso un sacco di soldi in alcol, fanciulle, e macchine veloci: il resto li ho sprecati»). Wambach ha anche precisato: quando ti ritiri dallo sport a 35 anni, non calcoli che dovrai mantenerti altri cinquanta. Il grande non detto delle donne, di quota cento e di Buffon. (E forse pure della Ciccone: magari neanche lei ha un patrimonio sufficiente alla nullafacenza, con tutti quei figli). 

Ellen Pompeo, dicevo. La settimana scorsa, cinquant’anni e in procinto di girare la diciassettesima stagione da protagonista di Grey’s, ha detto in un podcast che lei ha scelto i soldi: come me e come il padre di Mahmood. Che non gliene frega niente d’essere creativa, di cercare di convincere produttori ad affidarle ruoli all’avanguardia, di proporsi e d’aspettare. Ha tre figli, vuole stare tranquilla, vuole la serenità economica (coi bonus e le royalties e tutto, fanno venti milioni l’anno). Ha raccontato che i primi anni sul set c’era un’atmosfera di merda, e se fosse stata più giovane magari se ne sarebbe andata, ma a un certo punto si è detta: ma a quarant’anni chi me li dà tutti ’sti soldi. 

Anche stavolta, c’era un punto più interessante che nessuno ha ripreso. Quello in cui Pompeo parla di quando ha fatto la rivoluzione. Era il 2017, e diede un’intervista in cui diceva l’indicibile: i soldi dovete chiederli, ogni azienda tenderà sempre a pagare il meno possibile chiunque, nessuno vi darà un aumento se non lo pretendete. 

Nel framing di allora (e di ora), le donne sono pagate meno per una cosmica giustizia poetica, mica perché ci pare poco fine chiedere un aumento, perché pur d’essere seduttive non ci mettiamo a baccagliare con l’ufficio del personale, perché preferiamo uscire da una stanza con tutti che dicono «che carina» e non «che stronza». Ci raccontiamo stronzate sugli uomini che fanno più carriera perché «fanno rete», qualunque cosa significhi, ma mai ammettiamo che se non facciamo carriera è perché fare carriera richiede doti che ci paiono poco femminili (più siamo moderne più siamo legate a un’idea di femminilità da corsetti). 

Il punto interessante, tre anni dopo, è che Pompeo racconta che, quando uscì quell’articolo, le sue amiche e collaboratrici ne furono offese. Dice che a quel punto decise di «give zero fucks», di fottersene di chi le faceva la morale sui soldi e si aspettava giocasse alla damina in attesa delle prebende. Ma, soprattutto, dice che a farle i complimenti fu gente fuori dal suo giro. Ne cita uno: Jay Z. Nessuno come i milionari di prima generazione sa che i soldi, se hai la sfiga di non averli ereditati, devi screanzatamente pretenderli.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta