La donna del TgOggi in tv vale tutto e il pubblico si è abituato al trash, dice Gaia Tortora

La conduttrice televisiva ragiona sulla qualità del piccolo schermo, enormemente diminuita, e sulle agende parallele dei social e della vita reale, che sembrano non incontrarsi mai

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Fino a non molto fa, le settimane d’agosto erano un interregno in cui la politica si assopiva. Non è più così. L’anno scorso l’incredibile crisi di governo del Papeete e il rapidissimo capovolgimento di campo che ha portato all’attuale maggioranza. Quest’anno le crisi sanitaria ed economica dovute al Covid che non danno neanche un po’ di tregua. (Pure i contagi, dopo qualche settimana di illusione, sono di nuovo in crescita).

Mi è capitato di ritrovare in una casa di vacanze un numero del Venerdì di Repubblica dell’agosto 2019 e sembrava provenire da un altro mondo. La copertina era dedicata all’eccessiva presenza di turisti che devastava le città d’arte e il principale reportage al leader della Lega che pianificava l’azzardo poi ritortosi contro. Quest’anno, invece, i turisti sono un miraggio e solo la tv può permettersi ancora i vecchi ritmi e restare spenta d’estate. Peraltro neanche più tutta, perché l’informazione resta centrale e, anzi, a breve anche le campagne elettorali per regionali e referendum entreranno nel vivo. Tra i volti che ci hanno accompagnato nell’emergenza c’è sicuramente quello di Gaia Tortora.

Dopo tante richieste sono stati pubblicati i verbali di cinque riunioni del Governo all’inizio dell’emergenza… 
Forse hanno consegnato duecento pagine di quelle meno impegnative… soprattutto, mancano ancora i verbali sulle zone rosse di Bergamo. A quello che è uscito finora non si capisce perché andava secretato il fatto che non ci potessimo abbracciare e baciare che mi sembra un’ovvietà. 

L’Italia è il paese dell’Unione europea con più decessi a causa del Covid, ma l’approvazione per l’operato di Giuseppe Conte è decisamente alta. 
È anche vero che da noi la malattia è arrivata prima. Abbiamo attuato il modello cinese, anche se non abbiamo chiuso completamente a chiave le persone all’interno delle abitazioni, ma il senso era quello. Il lockdown ha aiutato e ha aiutato il senso di responsabilità degli italiani in quella fase. Penso non si potesse fare diversamente. Poi il grosso di quello che è accaduto al Nord ha delle responsabilità che vanno accertate, ma chiudere lì, più o meno tardi, ha impedito che arrivasse anche altrove. 

Al di là delle polemiche politiche sull’indossare le mascherine o rispettare le distanze di sicurezza, sembra che ci sia un desiderio delle persone di superare i divieti che prescinde dalla politica… 
Dobbiamo anche dire che c’è stata tanta confusione, perfino da parte degli esperti, sull’argomento: metti la mascherina, non la mettere, quella di stoffa, quella di carta, quella chirurgica, prima la stoffa no, poi la stoffa sì… quindi se uno, adesso, è confuso non gliene si può dare la colpa. Ma allo stesso tempo, ti dirò, che tutta questa storia delle mascherine, mettila o meno, non dovrebbe avere bisogno dell’esempio del politico. Sembra di stare all’asilo. Siamo qui, 24 ore su 24, a controllare se Salvini mette o toglie la mascherina, se Salvini dice di tenerla o di non indossarla. Ma chissenefrega.

Ognuno di noi deve essere responsabile di sé stesso. In Asia la mascherina la portano da sempre, di default, e soprattutto per proteggere l’altro. È un concetto diverso, anzi proprio un’impostazione di vita diversa. Basta storie. Teniamola e basta, non è una tragedia. Poi all’aperto, se c’è il distanziamento la togliamo, ma non perché me lo deve dire Salvini. Non ha senso. Avrebbe senso se fosse un medico a parlarne. Dobbiamo imparare a diventare responsabili, non siamo dei bambini che devono guardare l’esempio del papà per capire se devono fare o non fare.

Come hai appena ricordato, anche i medici, all’inizio, hanno fatto confusione… 
Questo non ha aiutato. C’è chi poi si è candidato… no, la pagina dei virologi star non ha proprio aiutato. Li abbiamo ascoltati tutti, in quel momento pendevamo dalle loro labbra, ma poi, anche tra loro, c’è stata una bella guerra. 

Per prendere a prestito un termine dalla psicanalisi, non ti pare che ci sia quasi un desiderio di rimozione da parte di molte persone che vogliono vivere un’estate come le altre?
Non credo sia rimozione. Ma ovviamente l’estate e il caldo non aiutano a farci ricordare che è importante stare attenti. Però non ci vedo un modo di dire che non è morto nessuno o che non è successo niente. Mi aspetto che, tornato l’autunno, tornerà anche più attenzione. Senza un motivo fondante è difficile tenere sempre alta l’asticella della paura e, comunque, non è dietro la paura che ci si deve muovere, ma dietro la prevenzione. Per questo anche dal nostro punto di vista, di chi fa informazione, non ha senso continuare a spingere su quale politico e perché, o di quale schieramento, chiede di indossare la mascherina. Perché alla prevenzione dovremmo pensare tutti al di là del colore politico o delle elezioni. 

A proposito di paura, nelle prime settimane eravamo così paralizzati dalla paura che non si riusciva a parlare o a pensare ad altro. I giornali avevano solo notizie sul coronavirus, i telegiornali o l’approfondimento televisivo lo stesso. Adesso le cose sono cambiate… 
Adesso, per fortuna, non c’è in primo piano il bollettino quotidiano delle vittime, ma c’è la conseguenza del virus: la crisi economica. È una stretta conseguenza: è sempre Covid, ma quello che ha generato una crisi devastante. A cui si sta provando a porre rimedio… ogni agenzia di stampa è un bonus in più. È tutto un andare avanti a forza di bonus. Speriamo ci sia anche dell’altro perché, a un certo punto, il bonus finisce, mentre la spinta dovrebbe arrivare in maniera strutturale. 

L’ultimo bonus, quello per chi va al ristorante, sta suscitando diverse critiche. Se ci mettiamo nei panni di chi, in Europa, ci ha prestato i soldi sembrano anche comprensibili… 
Al momento è anche un impazzimento districarsi nelle varie disposizioni dei vari bonus. Stamattina mi è arrivato un e-mail della banca e mi hanno detto che, se scarico la loro app, mi arriva un bonus di dieci euro. Va benissimo. Scarico la app. Ma c’è un’economia che deve ripartire. Ci sono posti di lavoro che vanno salvati. Licenziamenti che vanno evitati. Spero non si vada avanti a colpi di bonus. Sicuramente per alcuni settori saranno utili, anche se poi molti lamentano che i soldi stanziati non sono ancora arrivati. Ma non voglio neanche cadere nell’errore opposto: la demagogia di dire che nulla serve a niente. Sono tutte cose da verificare passo dopo passo: dobbiamo ragionare, vedere ogni stanziamento dove esce, quando esce e dove arriva. 

Chiaro, infatti quando poi incontri, anche solo andando al bar, qualcuno per cui quei bonus sono ossigeno cambia tutto… 
Quando esci fuori dalle redazioni e parli con le persone, vedi gente disperata, lo vedi davvero negli occhi delle persone. Dove, per esempio, il lavoro non è ripreso perché i lavoratori sono in smart working, vedi persone che non sanno cosa fare. Si è passati da una preoccupazione immediata per la salute al terrore del futuro. Che, però, non è un terrore da meno. 

Scorrendo i tuoi vecchi tweet, ho notato che avevi raccolto la provocazione di Bari Weiss, la giornalista del New York Times, che dando le dimissioni, aveva accusato i colleghi di avere ormai Twitter come direttore… 
Ormai è così. Twitter ha soppiantato le agenzie di stampa e il lavoro di molti giornalisti.

E per quanto riguarda la pressione? 
Dipende molto da quanto tu la tieni in considerazione. Se, in una giornata qualunque, provi a guardare la tendenza degli argomenti di Twitter e la paragoni a quello di cui poi le persone parlano davvero difficilmente trovi una corrispondenza. Tranne che in casi eclatanti come l’esplosione di Beirut. A volte trovi in tendenza la polemica di Vittorio Sgarbi, ma se poi vai a chiedere a qualcuno fuori non sanno di cosa si parli. 

E uno scollamento che ha chiaro chiunque usi i social network, eppure quando ci sei dentro è come se lo dimenticassi ogni volta… 
Sicuro, ma nel passaggio dal social network al giornale o al telegiornale ci sono poi delle scelte editoriali. 

Ecco, come si concilia il desiderio di esprimere la propria opinione su un social network con il lavoro in un telegiornale che, secondo il pubblico, dovrebbe essere neutrale… 
Perché tu dici che c’è naturalmente un processo di identificazione? Se uno sa che tu lavori al Tg zeta e legge che ha scritto certe cose allora vuol dire che pure… Allora, lo stai chiedendo alla persona meno adatta. Nel senso che io dico cose che penso a prescindere un po’ da tutto. E, al di là di tutto, non può esistere neanche una linea neutrale.

Trovo molto buffo che qualcuno debba premettere, quando scrive: “qui ci sono le mie opinioni personali e non quelle dell’azienda”. Come se uno poi potesse davvero parlare a nome, che ne so, della Coca Cola… E non saper separare il lavoro dalle opinioni personali…
Credo che, per i giornalisti – lo so perché ci sono passata da poco, l’ho scoperto grazia al mio “vaffa” a Travaglio, una vicenda da cui sono stata assolta – ci sia anche una regola del nostro codice deontologico che dice che sui social rimani “giornalista” anche quando vuoi esprimere un’opinione personale…

Il cortocircuito assurdo è che molti sono sottoposti a limiti di ogni tipo per quanto vorrebbero dire, mentre Calderoli può farfugliare un discorso sconclusionato in Parlamento sull’uomo cacciatore senza rovinarsi la reputazione… 
Un discorso meraviglioso. Con Salvini che applaudiva accanto. Ma poi gli uomini tradiscono di più? Dovremmo spiegare qualcosa a Calderoli, anche se forse ormai è tardi. 

In settimana, grande cordoglio per la morte di Sergio Zavoli. Ma anche, secondo me, un po’ di faciloneria nei commenti. Non credi anche tu sia impossibile fare quel genere di tv, oggi, in Italia?
Intanto non ci sono più persone di quello spessore, come Zavoli, un uomo e un professionista sempre molto umile, senza il ditino alzato a fare le lezioncine agli altri. E di conseguenza è cambiato anche il pubblico. Perché il pubblico è stato portato da un certo livello ad accontentarsi anche di altro. Della caciara, del trash, di quello che gli viene offerto. Oggi non dico che chiunque si alzi si senta in grado di fare certe cose, ma, più o meno, siamo lì. 

A proposito di grandi personalità, il governatore Toti ha citato Enzo Tortora durante l’inaugurazione del ponte, usando l’espressione “dove eravamo rimasti”, la stessa che tuo padre pronunciò al ritorno in tv dopo la vergognosa vicenda giudiziaria che lo colpì… 
È una cosa che mi ha fatto felice. Perché è una frase che viene sempre contestualizzata al momento in cui mio padre la disse in televisione. Invece vederla usata nella sua città, che lui amava da morire, in un altro contesto, in quel contesto soprattutto, è stato molto emozionante.