Jerusalema, dal SudafricaIl tormentone di quest’estate parla di Gerusalemme, ed è un inno alla globalizzazione

La canzone è scritta in lingua africana, è stata lanciata grazie a un challenge sulla cinese TikTok ed è decollata a livello mondiale attraverso l’Indonesia. Ora viene danzata in tutta Europa come una variante dell’Hully Gully e ha fatto ballare persino i nostri militari

Dal video ufficiale di Jerusalema, di Master KG

«Jerusalema ikhaya lami/ Ngilondoloze/ Uhambe nami/ Zungangishiyi lana». Possiamo salutarla come un segno che la globalizzazione, nel suo senso migliore, va avanti malgrado i colpi isolazionisti portati dal Coronavirus? Il tormentone di questa estate è infatti una canzone sudafricana; che parla di Gerusalemme; che a un anno dalla sua composizione è stata lanciata grazie a un challenge sulla cinese TikTok, che decollò a livello mondiale attraverso l’Indonesia; e che viene danzata in tutta Europa quasi dappertutto come una variante di quell’Hully Gully che venne dagli Stati Uniti a inizio anni ’60 ed è rimasto da noi come ballo di gruppo spontaneo quando ci si trova davanti a un ritmo che non si sa come affrontare. In effetti, il video ufficiale suggerirebbe piuttosto quel tipo di coreografia saltata che è tipica della tradizione sudafricana, e che ai Mondiali di 19 anni fa fu proposta anche dal Waka Waka di Shakira.  

Tik Tok, è vero, è pure quel Social che dopo essere stata denunciata da Anonymous “come malware nelle mani del governo cinese, intento in una colossale operazione di sorveglianza di massa” si è visto dichiarare guerra da Trump, che ha appena firmato un ordine esecutivo per vietare a qualsiasi persona o azienda statunitense di avere rapporti commerciali con ByteDance. Un modo per costringere la società proprietaria a svendere.

E in Italia la passione per Jerusalema sarebbe costata cara a una tenente di vascello della Marina Militare che durante l’alzabandiera avrebbe iniziato a ballarla con tanto di sciabola e sciarpa azzurra: trascinandosi poi tutto il reparto nel piazzale della caserma, a sua volta con i relativi fucili. Filmato probabilmente nella Scuola Sottufficiali della Marina Militare di Taranto, il relativo video su YouTube avrebbe fatto partire un provvedimento disciplinare e un trasferimento immediato. Mettiamo al condizionale, perché quanto affermato da alcune fonti è smentito da altre della stessa Marina Militare, secondo cui sarebbe stato solo un innocuo momento di svago al termine della cerimonia di giuramento. 

Il testo, peraltro, è tutt’altro che frivolo.  «Ngilondoloze/ Ngilondoloze/ Ngilondoloze/ Zungangishiyi lana/ Ndawo yami ayikho lana/ Mbuso wami awukho lana/ Ngilondoloze/ Zuhambe nami». È stato accostato a un gospel, e in effetti a un tono da preghiera: «Gerusalemme è la mia casa/ Guidami/ Portami con te/ Non lasciarmi qui/ Il mio posto non è qui/ Il mio regno non è qui/ Guidami/ Portami con te». Il già citato video ufficiale andando e tornando da una maestosa boscaglia a una povera township suggerisce in effetti un tono da messianica ricerca del regno promesso che è poi alla base della escatologia monoteista, ma nella musica africana e afro-americana acquisisce poi l’ulteriore carico della immedesimazione tra la lotta del popolo ebraico e quella dei neri contro la schiavitù, il colonialismo e l’apartheid. 

«Discendi Mosè/ in terra d’Egitto/ dì al faraone/ che lasci libero il mio popolo», è il ritornello di quel Go Down Moses che è uno degli spiritual più famosi. E qual è il testo di quel Rivers of Babylon icona del reggae giamaicano e della sua influenza rasta, se non la versione in inglese di quello stesso Salmo 137 degli ebrei prigionieri in Babilonia, che messo invece in italiano ottocentesco diventa il Va Pensiero di Giuseppe Verdi? Peraltro, a un certo punto la cantante, che si chiama Nomcebo Zikode, si china per raccogliere un po’ di terra. Come a dire: Signore portami a Gerusalemme, ma lasciami anche le mie radici.

Il bello è che, appunto, Jerusalema era stata composta da Dj e produttore Master KG un anno fa. Per precisione era stata registrata l’11 agosto del 2019. Fu postata sui media, piacque, e allora Master KG chiese alla «sorella Nomcebo di venire a finire la canzone». Caricata su YouTube a ottobre e ufficialmente lanciata il 29 novembre, fece subito un milione di visualizzazione nella sua prima settimana. Il video ufficiale è poi uscito il 21 dicembre: clima natalizio, anche se in Sudafrica la nascita di Gesù viene nel cuore dell’estate. 

Qualcuno, per la verità, la tacciò di «canzone da taverna». Effettivamente, il ritmo potrebbe anche suggerire un coro di ubriachi. «Va bene, ma guardate un po’ cosa una canzone da taverna può fare al mondo», commentò l’autore. Subito virale in Sudafrica e di lì attraversando il vicino Angola e Mozambico nel mondo lusofono, Master KG  stava appunto cercando di lanciarla in Portogallo quando arrivò il lokckdown mondiale.  Ma a quel punto la gente costretta a casa la ha rilanciata dai Social, il 10 luglio è stata messa in streaming da Elektra France e Warner France, Master KG ha visto crescere i suoi followers su Soptify a 1,2 milioni di persone, e il 25 luglio il video era arrivato a 50 milioni di visualizzazioni. Una cosa mostruosa, per un artista africano. 

Paragonata alla Macarena,  la #JerusalemaChallenge  stata lanciata in Angola, ma è subito rimbalzata in tutto il mondo. L’Italia è stata uno dei Paesi in cui ha più spopolato, assieme a Spagna, Francia, Ungheria,  Giamaica e Canada. Nelle classifiche Usa pure la canzone spopola, ma piuttosto nella versione remix col nigeriano Burna Boy che è uscita il 29 giugno.  

Burna Boy ha introdotto nell’arrangiamento elementi di Afrobeat e nel testo versi in isiZulu, che tra le lingue indigene del Sudafrica è la più famosa. Gli zulu erano il popolo di quel Chaka Zulu che all’inizio dell’800 fu soprannominato «il Napoleone Nero» ed è oggi celebrato come un eroe africano, anche se probabilmente fu più genocida lui che non il contestato Cristoforo Colombo. Burna Boy lo ha voluto come segno di unità tra gli artisti africani. I versi originali sono però in venda:  una lingua bantu parlata da cica 3 milioni di persone, di cui 1,3 come prima lingua, tra il nord-est del Sudafrica, dove è una delle undici lingue ufficiali, e lo Zimbabwe.  

Questa, se vogliamo, è una delle curiosità maggiori. La lingua che predomina nelle hit parade internazionali è infatti l’inglese, poi viene lo spagnolo, poi francese e portoghese. Anche l’italiano tutto sommato si difende, mentre tedesco e russo circolano molto a livello di classica, lirica e anche folk; pochissimo nel pop e nella musica leggera. Un po’ di giapponese è rimbalzato dalle sigle degli anime, e ultimamente il K-pop è riuscito a lanciare il coreano. 

Ogni tanto, però, c’è qualche canzone che esplode in lingue “altre”, di cui spesso gli ascoltatori non solo non capiscono il significato, ma addirittura non sanno di che lingua si tratta. Nel 1988, ad esempio, fu un successo planetario Yéké yéké, di Mory Kanté:  cantante guineano deceduto lo scorso 22 maggio. Vendette 5 milioni di copie, e andò al Festivalbar. Era in wolof.  

Ancora più strepitoso il successo di Dragostea tin dei che nel 2004 arrivò quasi a 10 milioni di copie. Il bello è che pochissimi ne riconoscono il titolo, mentre è notissimo il ritornello nosnense “Ma-ia-hii/ Ma-ia-huu/ Ma-ia-hoo/ Ma-ia-haa”: cantata da un trio moldavo in romeno passò inosservata, fino a quando una versione pirata di una romena in Italia ne rilanciò il boom anche per la versione originale. 

10 milioni di copie fece anche nel 2002 Mundian To Bach Ke: in questo caso il nome d’arte dell’esecutore Panjabi MC aiutava però a comprendere che la lingua era il punjabi. Altra hit strepitosa fu nel 1991 Sopa de caracol: cantata da un gruppo hondureño nella lingua degli indios garifuna. Ofra Haza rilanciò poi il foklore israeliano in ebraico in discoteca,  Alan Stivell e i Tri Yan  hanno fatto girare lingue celtiche come gaelico e bretone anche se a livello di nicchia; con Goran Bregović si è ballato in serbo; la sudafricana Miriam Makeba a un concerto per Saviano morì subito dopo aver cantato la sua famosissima Pata pata.  In xhosa, anche se probabilmente è girata di più in traduzione inglese: stessa sorte di un’altra hit sudafricana, la zulu Wimmoweh.  

Curioso è il caso di Ramaya: hit  del 1975 cantata da Afric Simone, nato in Mozambico da padre brasiliano e lanciato a Parigi, che cantò in swahili pur non avendo per storia personale niente a che fare con quella lingua. In swahili è comunque anche Malaika, hit eseguita sia da Miriam Makeba che dal giamaicano Henry Belafonte. A proposito di amerindi, i cileni Inti Illimani hanno in reportorio una canzone in quechua, e il canadese Robbie Robertson una in innu. Comunque tra i singoli più venduti di tutti i tempi dopo 15 titoli in inglese il sedicesimo è Bei Mir Bist Du Schön delle The Andrews Sisters, che nel 1937 fece 14 milioni di copie: titolo e testo originale in yiddish, anche se si tratta di una cover in inglese. E 13 milioni di copie ha la 19esima: Sukiyaki, cantata in giapponese da Kyu Sakamoto nel 1963.

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