Tutti in classe (forse)La riapertura delle scuole pone dei rischi (ma tenerle chiuse anche)

Mentre il numero di casi di coronavirus è in crescita in Italia e nel mondo, settembre si avvicina e così anche la ripresa delle attività scolastiche. Ora l’Istituto superiore di sanità ammette che l’impatto della riorganizzazione non è noto

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A settembre le scuole finalmente riapriranno, dopo una pausa di sei mesi che ancora oggi solleva moltissime polemiche: era necessario privare gli alunni di un intero semestre? Difficile rispondere a questa domanda, come dimostra chi invece ha compiuto una scelta netta: non più di qualche giorno fa, in concomitanza con la ripresa delle lezioni in alcuni stati americani, il New York Times raccontava le difficoltà di Israele, che aveva riaperto le scuole per poi accorgersi che forse non era la cosa più intelligente da fare durante una pandemia. A fronte del grande sforzo che si sta compiendo per riaprire le scuole anche da noi, il dubbio quindi resta: è sicuro farlo?

La partita della scuola è fondamentale in un contesto di pandemia. Il ministro Speranza, durante un’informativa al Senato, ha dichiarato che «a scuola si tornerà e si tornerà in sicurezza», anche se secondo l’Istituto superiore di Sanità «non è nemmeno noto l’impatto che potranno avere le misure di riorganizzazione scolastica che si stanno mettendo in campo in questi giorni».

Secondo Enrico Bucci, professore aggiunto di Biologia dei sistemi alla Temple University di Philadelphia, rispetto alle riaperture di settembre «non è possibile fare alcuna previsione dettagliata sulla curva epidemica. Detto questo, possiamo immaginare che la circolazione non sarà interrotta, e quindi le condizioni per una ripresa epidemica vi sono tutte».

Bucci, che sta studiando le tendenze epidemiche rispetto alla riapertura delle scuole in diversi paesi, a Linkiesta spiega che «i paesi in cui le cose sono andate meglio fra quelli che ho potuto sin qui analizzare sono Danimarca e Norvegia. In questi paesi si è proceduto con accresciuta igiene delle mani, distanziamento fra gli alunni, riduzione del numero degli studenti in classe (da 12 a 15 studenti massimo), ma soprattutto la riapertura è stata limitata alle scuole primarie. Trattandosi di bambini, le mascherine non sono state utilizzate; e, almeno fino alla prima settimana di luglio, non si sono osservate riprese epidemiche dovute alle scuole, riaperte dalla seconda metà di aprile in entrambi i paesi».

Ad oggi, diversi studi indicano come i bambini più piccoli abbiano meno probabilità di prendere il virus, meno rischi di patologie gravi legate al contagio, e meno probabilità di trasmettere il virus ad un adulto rispetto agli altri (adolescenti compresi). La riapertura della scuola per i più piccoli appare dunque meno rischiosa rispetto ai licei, per esempio.

In Israele, la riapertura delle scuole a tutti i livelli si è combinata a diversi errori.In primavera la curva epidemica del paese si era notevolmente abbassata, e quindi probabilmente la pericolosità del virus è stata sottovalutata. A scuola, l’incapacità di mantenere il distanziamento, la rinuncia all’uso delle mascherine e la chiusura delle finestre nelle classi per via del gran caldo hanno portato allo scoppio di focolai nel giro di pochi giorni.

«La domanda che dobbiamo quindi porci è quindi: è possibile proteggere le scuole superiori, senza chiuderle del tutto? Per questo caso, possiamo guardare alla Germania, che al contrario di Danimarca e Norvegia ha riaperto a maggio le sole scuole di grado superiore, utilizzando più o meno le stesse misure, ma aggiungendo il test diagnostico e la mascherina per gli studenti non testati», spiega Bucci. «In questo paese, vi è stata al momento una limitata trasmissione fra gli studenti, che ha comportato la chiusura e l’isolamento di alcune classi, senza però interrompere l’attività del resto della scuola. Sembra quindi che, con le appropriate misure di contenimento, sia possibile limitare fortemente la trasmissione fra gli studenti e dagli studenti agli insegnanti; senza applicare particolari misure, come insegna il caso di Israele, si ha invece forte diffusione anche nelle scuole (come nel resto della nazione)».

In Italia la previsione è di riaprire le scuole a tutti i livelli, anche se per la fascia 0-6 non è previsto l’uso di mascherine, mentre per i liceali viene comunque contemplata la possibilità di fare didattica a distanza. Il protocollo di sicurezza per la riapertura appena siglato prevede test diagnostici su base volontaria per tutto il personale e a campione tra gli studenti, la fornitura di mascherine per il personale e di gel disinfettanti, distanziamento di un metro, pulizie quotidiane e ingressi e uscite scaglionati.

Non si è fatta finora menzione di areazione degli spazi e di numeri contingentati, ma ancora bisogna aspettare ulteriori indicazioni del comitato tecnico-scientifico per fine agosto. Mentre per metà mese è prevista da parte dell’istituto superiore di sanità l’emissione di un documento che illustri come agire per il monitoraggio del virus.

Sul protocollo di riapertura, però, Bucci avverte: «dal punto di vista tecnico, ritengo sia un errore fare test su base volontaria – perché non otterremo alcuna informazione che non sia di interesse individuale. Il test a campione fra gli studenti è invece razionale, se il campione è disegnato in modo da essere rappresentativo della popolazione di classi; con l’ovvia conseguenza che, in caso di positività, si debba procedere poi al tracciamento dettagliato dei positivi laddove si è avuta la prova della circolazione del virus».

Secondo un recente studio inglese pubblicato su Lancet, il monitoraggio a scuola è fondamentale, e si potrebbe prevenire una seconda ondata se a scuola si rispondesse a due condizioni: se il 75% delle persone che presentano sintomi da Covid fossero scoperte e se si risalisse al 68% dei loro contatti, oppure se l’87% delle persone con sintomi fosse individuato e il 40% dei loro contatti tracciato.

«Riaprire o non riaprire le scuole è una decisione che spetta al governo; molti fattori possono influenzare questa scelta, ma è importante che oltre al rischio sanitario dovuto a COVID-19 sia pesato anche il rischio di danni irreversibili dovuti alla chiusura delle scuole, inclusi danni alla salute degli studenti quando saranno cresciuti, che sono stati dimostrati in letteratura essere correlati ad ogni anno di scolarizzazione perduto», spiega Bucci.

Infatti, uno studio dell’anno scorso mostra come la chiusura prolungata delle scuole rischi di avere effetti negativi a lungo termine sulla salute degli studenti: maggiori rischi di sviluppare malattie croniche, malattie cardiache, artrite e in generale un peggior stato di salute. È un prezzo da pagare anche quello. «Quali rischi si preferisca correre, pesando bene costi e benefici, è scelta che attiene alla collettività», conclude Bucci.

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