Programmare la ripartenzaLa lunga estate dei presidi italiani, in corsa per riaprire le scuole

La promessa della ministra Lucia Azzolina di riaprire l’istituzione scolastica ha visto un grande attivismo di presidi, enti locali e uffici scolastici. Ora, il ministero ha confermato i primi 50mila posti per docenti e collaboratori e siglato con i sindacati il protocollo per la riapertura. Ma rimangono diversi nodi da sciogliere

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Da quando si è capito che il 14 di settembre le lezioni sarebbero ricominciate, nel mondo dell’istruzione ci si è subito attivati per iniziare a capire come bilanciare il diritto di 8 milioni di studenti a ritornare in classe con la necessità di mantenere il distanziamento e limitare il più possibile le probabilità di contagio.

In questo processo, i presidi (oggi noti come dirigenti scolastici) sono stati (e sono tuttora) in prima linea. Sono, del resto, quelli che conoscono meglio le proprie strutture scolastiche, le aule, gli studenti, l’organico docente, i collaboratori. E di conseguenza anche quelli che hanno maggiore presa sui fabbisogni della complessa macchina dell’apprendimento che dirigono.

«Sono anche quelli che hanno sofferto di più», assicura Paolino Marotta, presidente dell’Andis, l’associazione nazionale dirigenti scolastici. «In questa situazione, l’incertezza pesa più dell’afa». I dirigenti hanno attraversato settimane di monitoraggi in cui hanno dovuto calcolare centimetro per centimetro la capienza delle aule, misurando se ci fosse il metro di spazio sufficiente tra le “rime buccali” degli alunni, e ordinare il numero di banchi singoli necessari (tradizionali o innovativi che siano) per rimpiazzare quelli inadeguati.

Allo stesso modo, laddove le aule non siano sufficientemente grandi da ospitare lo stesso numero di studenti di prima, i dirigenti hanno dovuto specificare quali interventi strutturali fosse necessario compiere per assicurare che tutti possano tornare a lezione.

«Io sono stato fortunato perché i miei uffici tecnici avevano già tutte le planimetrie delle classi, ma so di scuole dove ci si è dovuti mettere con il metro a misurare gli spazi», racconta a Linkiesta Fiorenzo Li Volti, dirigente scolastico di un istituto comprensivo da 1400 studenti e sei plessi, fra secondaria di primo grado, primaria e infanzia a Certaldo, in provincia di Firenze. «Se non avessimo avuto il supporto del Comune, però, tutte queste cose non avremmo potuto farle».

La collaborazione attiva degli enti locali e degli uffici scolastici regionali, infatti, sta giocando un ruolo chiave per la capacità delle scuole di riorganizzarsi. «Per la prima volta c’è stata un’interlocuzione vera con gli enti locali, le istituzioni e le associazioni. In questo momento stanno venendo fuori le migliori energie del territorio, e questo è un fatto positivo», aggiunge Rossella De Luca, dirigente scolastico del liceo scientifico B. Rescigno di Roccapiemonte, in provincia di Salerno.

Se il coinvolgimento di attori esterni alla scuola sta giocando un ruolo fondamentale per la ripartenza, anche all’interno degli stessi istituti però molti dirigenti non sono rimasti con le mani in mano, assicurandosi di coinvolgere in prima persona anche gli insegnanti e le famiglie. È il caso del liceo scientifico Marinelli di Udine, dove il preside Stefano Stefanel ha provveduto a formare gruppi tematici coinvolgendo tutti i docenti in sei ambiti diversi, dall’organizzazione del primo giorno di scuola alla gestione dei recuperi di inizio settembre, fino agli acquisti. Un progetto ad hoc chiamato “Cantiere Marinelli” che sta «mettendo insieme gli sforzi di tutti, come già avvenuto durante il lockdown per la didattica a distanza».

Stesso discorso al liceo Rescigno, dove la dirigente De Luca ha provveduto a creare una commissione didattica con i docenti «per valutare quali siano le metodologie migliori per affrontare due tipi di didattica, anche quella a distanza» ed un’altra commissione tecnica che raggruppa i rappresentanti degli alunni, dei genitori, dell’ente locale, il Responsabile del servizio di prevenzione e protezione, il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e il medico competente.

«Il fatto di non aver potuto incontrare i collaboratori in presenza ha reso più difficile», spiega Stefano Pollini, dirigente all’istituto superiore scientifico e tecnico Gramsci-Keynes di Prato. «Noi siamo abbastanza tranquilli sugli spazi, sappiamo di dover sdoppiare quattro classi, ma per fortuna ho già i locali che servono e mi occorre solo creare una porta in più per consentire il passaggio degli studenti ed evitare assembramenti. Il Comune ha già attivato circa 30 minicantieri per l’edilizia scolastica leggera nella nostra zona».

Il problema, come sempre, è il tempo: «speriamo di avere tutto pronto per l’inizio della scuola. La sensazione è quella di una corsa, non solo per noi ma anche per gli uffici scolastici, soprattutto per quanto riguarda gli organici. Noi abbiamo fatto delle richieste, ma le graduatorie sono ancora in fase di aggiornamento e ancora non sappiamo quando potremo assumere i docenti che abbiamo richiesto e i collaboratori Ata, che per il distanziamento e le pulizie sono fondamentali», spiega Pollini.

La partita del personale resta infatti un punto cruciale. «Nella mia scuola ogni anno c’è quasi il 40% di docenti che cambia. Essendo una scuola di periferia e non facile, non è considerata un punto di approdo», spiega Alessandra Benanti, dirigente dell’istituto comprensivo di primo ciclo Maneri – Ingrassia – Don Milani nel quartiere Romagnolo-Brancaccio a Palermo. Il problema del precariato affligge soprattutto gli insegnanti di sostegno. «Da me su 40 docenti di sostegno, solo 8 sono di ruolo», aggiunge anche Pollini.

Nei giorni scorsi sono arrivate due notizie positive: la prima è che è stata firmata l’ordinanza per l’organico aggiuntivo, che prevede 50mila unità in più fra docenti e collaboratori Ata. Si tratta di 977 milioni che saranno assegnati per il 50% sulla base del numero degli alunni presenti sul territorio e per il 50% sulla base delle richieste avanzate dagli uffici scolastici regionali che hanno fatto la rilevazione delle esigenze delle scuole. E se la Flc Cgil sul secondo criterio esprime un «giudizio negativo», perché «non rappresenta un parametro oggettivo e lascia ampio spazio agli Uffici Scolastici Regionali», sostanzialmente la conferma rappresenta un passo avanti positivo, «sperando che non sia solo organico di emergenza ma che si consolida», dice a Linkiesta Anna Maria Santoro, responsabile del dipartimento scuola Flc Cgil nazionale.

Per Maddalena Gissi, segretario generale della Cisl scuola, invece, 50mila posti «non basteranno a sopperire i bisogni, coprono il 60% delle richieste». Rimane ancora da vedere quante risorse derivanti dagli 1,3 miliardi dello scostamento di bilancio verranno destinati all’organico aggiuntivo, anche se i dubbi sulla capacità di riuscire a soddisfare tutte le richieste restano. «Dobbiamo stare attenti a quello che servirà. Se le scuole chiedono 20 e poi ricevono 10, qualcuno dovrà dire loro come organizzarsi. Delle due l’una, noi ora abbiamo scritto le regole, che era quello che ci competeva, ma ora qualcuno deve coprire, anche in termini di risorse», dice Gissi.

L’altra notizia, infatti, è la firma del protocollo per la sicurezza e la riapertura a settembre, che punta a dare maggiori certezze sull’aumento degli organici e nel contrasto al fenomeno delle classi sovraffollate. Il protocollo prevede anche alcuni elementi di innovazione, come l’istituzione di un help desk per il diretto collegamento fra le singole scuole e il ministero, i test sierologici per tutto il personale e anche la promozione sostegno psicologico al personale e agli allievi.

«C’è un’interessante evoluzione della norma per rivedere il decreto che determina la composizione delle classi, e un interessamento forte per la partita, speriamo residuale, della didattica a distanza. Tutti aspetti dove abbiamo trovato un impegno molto importante da parte della ministra», dice Gissi.

Un provvedimento accolto con favore dai sindacati, dunque, anche se «in tutto questo tempo è mancata la programmazione e tutto è stato fatto con molto ritardo. Sono impegni importanti quelli che pensiamo di aver raggiunto: ora la ministra non deve perdere altro tempo», dice Santoro. Incalza Gissi: «Noi ci siamo assunti una responsabilità firmando il protocollo, abbiamo dichiarato la nostra disponibilità a guidare questo processo, che non sarà facile. Se non ci sono le condizioni e rischiamo di riaprire non in sicurezza, la responsabilità la prende chi governa questo paese. Se aprono i battenti di un’istituzione, è lo stato che deve garantire che sia in sicurezza».

Il ministero, raggiunto da Linkiesta, tiene a tranquillizzare: «Da anni a settembre la scuola vive criticità legate al personale. Per questo abbiamo lavorato durante l’emergenza per cambiare il sistema delle supplenze. Lo abbiamo rivoluzionato digitalizzandolo: sarà più veloce e più efficiente. In generale sulla ripartenza di settembre abbiamo molte più certezze di tanti altri Paesi europei. A livello di spazi dai tavoli regionali arrivano risposte confortanti. Sugli organici, oltre agli 80 mila posti da immettere in ruolo chiesti al Mef, abbiamo già ufficializzato 50 mila contratti in più tra personale docente e Ata. Sui banchi c’è una gara europea in corso, che a breve si chiuderà», dice una fonte interna.

La partita della riorganizzazione continuerà fino almeno a inizio settembre. Nella scuola di Benanti, per esempio, il problema dello sdoppiamento delle classi è più serio. «Ho fatto richiesta per quattro classi in più per la scuola dell’infanzia, quattro per la primaria e tre per la secondaria di primo grado, ma ancora non so se queste classi saranno autorizzate. Poi ci sarà da lavorare sulla costituzione dei gruppi. Tirare fuori 5 ragazzini da 7 seconde medie non è semplice: sulla base di quali criteri devo selezionarne uno o l’altro? Finiremo per fare a sorteggio, ma i genitori non saranno contenti», ammette la dirigente. La sensazione è che, a fronte di un’autonomia necessaria lasciata alle scuole per operare come meglio credono, dall’altra parte i dirigenti siano esposti anche ad attacchi più scontati. «La preoccupazione è che meno indicazioni ci sono più le nostre responsabilità aumentano», osserva la dirigente. «Onestamente, per lo stipendio che prendono, non se lo meritano», aggiunge il presidente dell’Andis.

La partita, poi, si gioca non soltanto all’interno dell’istituzione scolastica. Il tema del trasporto pubblico è un altro capitolo delicato. «L’80% dei miei studenti è pendolare, già in tempi normali il pullman non si fermava perché era pieno. Per questo più che per il distanziamento sto operando per il diradamento: sicuramente le prime e le quinte superiori verranno tutti i giorni, mentre per le seconde, le terze e le quarte si farà a turno tre giorni a settimana», spiega De Luca del liceo Rescigno.

«Io credo che farò dei turni per gli studenti che vengono da Udine e per quelli che arrivano dai paesi, e li faremo entrare anche dalle porte antincendio», aggiunge Stefanel. Per Pollini, invece «bisognerebbe come minimo triplicare le corse per far entrare tutti alle 8, per cui stiamo ragionando su turni di ingresso fino alle 10. Ci stiamo interfacciando con l’ente del trasporto, ma anche in questo caso dovranno per forza arrivarci indicazioni dall’alto, dalla conferenza Stato-regioni».

Infine, la questione della sanificazione è l’altro elemento fondamentale per garantire la sicurezza. «I protocolli sono abbastanza semplici e dovremmo essere pronti. Abbiamo preordinato gli acquisti da fare, comprese alcune macchine lavasciuga per gli spazi più grandi, e comprato anche degli armadietti in modo che tutti possano lasciare gli zainetti e gli indumenti fuori dall’aula. Però poi bisogna avere il personale necessario», dice Li Volti. «Gli istituti tecnici e professionali più degli altri hanno bisogno di attività di igienizzazione, perché fanno tante attività laboratoriali. Per cui il personale Ata è necessario. Noi ci doteremo anche di termoscanner per fare il controllo della temperatura all’ingresso, e ciascuna porta dovrà essere sorvegliata», aggiunge Pollini.

C’è ancora un grande lavoro in corso e una grande attesa per la ripartenza: il 14 settembre è più vicino di quanto possa sembrare. E se i materiali, i banchi e il personale non dovessero arrivare? «Di banchi noi ne abbiamo chiesti 900. Se non arrivano ci arrangeremo, faremo delle isole con i banchi doppi. È possibile anche che si scelga la via della riduzione oraria, con turni differenziati per cercare di recuperare qualche ora», dice Benanti. «Le lezioni non saranno rimandate solo perché i banchi non sono arrivati», puntualizza il presidente dell’Andis Marotta.

«Progettare una ripartenza con così tante variabili in movimento è complicato, su alcune cose dovremo decidere all’ultimo momento», osserva Stefanel. I piani B, C e D (da sviluppare anche in base alle indicazioni del comitato tecnico-scientifico, previste per fine agosto) sono difficilmente programmabili, ma i dirigenti scolastici stanno facendo del loro meglio. E tutti concordano che, in caso di un nuovo lockdown, sulla didattica a distanza sarebbero più preparati. «Sul digitale abbiamo fatto più in tre mesi che in trent’anni», dice De Luca. Concorde anche Li Volti: «Sicuramente avremmo una buona base di partenza, sulle attrezzature tecnologiche siamo più attrezzati e alle spalle adesso abbiamo un’esperienza solida. In fondo le scuole si sono sempre arrangiate, per cui continueremo a cercare di fare il meglio possibile».

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