La partita mediorientale di Bruxelles La reputazione europea si gioca al tavolo del nucleare iraniano

Dopo l’accordo firmato nel 2015 le cose non sono andate nella direzione preventivata. L’uscita degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, tre anni dopo, ha lasciato l’Unione a metà del guado: da una parte non vuole allontanarsi dalle posizioni di Washington, dall’altra ha visto incrinarsi i suoi rapporti con Teheran, un interlocutore importante sul piano economico

STRINGER / IRANIAN PRESIDENCY / AFP

Nel 2015 Iran, Cina, Stati Uniti, Francia, Russia, Regno Unito, Germania e Unione europea hanno firmato il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare iraniano che impone rigide limitazioni all’arricchimento dell’uranio a Teheran in cambio del ritiro delle sanzioni che da anni strangolano l’economia iraniana.

L’accordo ha però avuto vita breve: nel 2018 il presidente americano Donald Trump ha ritirato gli Usa dall’accordo accusando l’Iran di rappresentare una minaccia per la stabilità regionale e di voler usare l’uranio per scopi bellici e non solo civili.

La mossa americana era stata fortemente criticata dagli altri Paesi firmatari, colpiti a loro volta dalle sanzioni immediatamente reintrodotte da Washington: gli Usa infatti non solo hanno vietato alle aziende americane di fare affari in Iran, ma hanno anche minacciato di escludere dal mercato statunitense le imprese che commerciano con Teheran.

Ad opporsi alla strategia di “massima pressione” americana contro l’Iran è stata principalmente l’Unione europea, almeno a parole.

I rapporti tra Unione europea e Iran

Francia, Germania, Regno Unito e Unione europea hanno condannato la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal Jcpoa e promesso di mantenere ugualmente in piedi l’accordo con l’Iran ripristinando quindi i rapporti commerciali con Teheran. Come spiegato dall’Alto rappresentate per la politica estera dell’Unione, Josep Borrell, l’obiettivo «è preservare l’accordo, nella sincera speranza di trovare il modo di andare avanti per risolvere l’impasse attraverso il dialogo diplomatico».

L’interscambio economico ha un grande valore per l’Unione e la riapertura del mercato iraniano era vista come una grande opportunità per le aziende europee. Due anni dopo l’uscita di Washington, però, l’Unione è riuscita a fare ben poco per mettere in pratica le proprie parole, come dimostra la grave crisi economica che sta interessando l’Iran e la drastica diminuzione tanto dell’import quanto dell’export da e verso Teheran.

Bruxelles quindi, nonostante le dichiarazioni dei suoi Alti rappresentati per le Politiche estere succedutisi dal 2018 ad oggi, non è riuscita a prendere una posizione netta in contrasto con l’operato americano, come invece hanno più volte chiesto il presidente iraniano Hassan Rouhani e il suo ministro degli Esteri Javad Zarif. Entrambi hanno richiamato l’Unione agli impegni presi nella cornice del Jcpoa e minacciato di superare la soglia massima di arricchimento dell’uranio stabilita dall’accordo.

Questa particolare minaccia è diventata realtà a inizio luglio, ma si è trattato principalmente di una mossa politica per spingere l’Unione a intervenire seriamente contro le sanzioni. L’Iran ha infatti portato avanti attività di arricchimento dell’uranio fino al 4,5 per cento, oltre il limite del 3,67 per cento previsto dall’accordo, ma comunque lontano dal 20 per cento necessario per poter sviluppare le capacità militari dell’atomica.

La mossa iraniana non ha tuttavia sortito l’effetto sperato: Bruxelles non ha ancora preso una posizione netta nei confronti dell’Iran, preferendo non rischiare di danneggiare i rapporti con gli Stati Uniti. Il problema della politica estera europea sta proprio nel tentativo di Bruxelles di farsi portavoce e protettrice degli interessi iraniani continuando allo stesso tempo ad assecondare Washington.

A breve però Bruxelles sarà costretta a prendere una decisione: a ottobre scade l’embargo sull’acquisto e la vendita di armamenti da e verso l’Iran delle Nazioni Unite, che stando al Jcpoa non dovrebbe essere rinnovato. Gli Stati Uniti vogliono ovviamente che venga reintrodotto, al contrario di Russia e Cina, ma la posizione europea resta ancora incerta. Se Bruxelles dovesse seguire anche in questo caso Washington, finirebbe però per violare l’accordo stesso, segnandone definitivamente la fine.

Il sistema Instex

Nel 2019, nel tentativo di aggirare le sanzioni americane, Germania, Francia e Regno Unito avevano ideato il sistema Instex per consentire alle aziende di continuare a commerciare senza ricorrere a transazioni finanziarie e per permettere all’Iran di continuare a vendere il petrolio. Recentemente anche Olanda, Belgio, Svezia, Norvegia e Finlandia hanno aderito a Instex, ma i punti deboli del sistema sono ancora molti.

Prima di tutto, l’Unione non è riuscita a convincere un numero consistente di aziende a prendere parte al progetto: il timore di perdere l’accesso al mercato statunitense ha infatti spinto molti a chiudere direttamente ogni rapporto commerciale con l’Iran per evitare in ogni modo ripercussioni.

A limitare l’efficacia di Instex è anche il numero ristretto di ambiti in cui può essere utilizzato. Allo stato attuale, il sistema permette unicamente la vendita di alimenti, medicinali e aiuti umanitari, settori tra l’altro esclusi dall’embargo americano. Non sorprende quindi che il primo utilizzo di Instex a marzo del 2020 per l’invio a Teheran di materiale sanitario per far fronte al coronavirus abbia lasciato pressoché indifferenti gli Stati Uniti.

Il sistema avrebbe invece tutt’altro valore se fosse usato per riattivare il mercato dell’export del petrolio iraniano, come vorrebbero soprattutto Cina e Russia, ma ad oggi una simile prospettiva sembra difficilmente realizzabile.

Alla luce della reticenza europea a prendere posizione contro gli Stati Uniti, l’Iran ha dovuto cercare altrove una sponda anti-Washington per rilanciare la propria economia e mettere fine all’isolamento a cui è stata costretta.

La scelta è ricaduta sulla Cina, con cui Teheran ha da poco raggiunto – ma non ancora firmato – un accordo che prevede l’investimento da parte di Pechino di 400 miliardi di dollari nel settore ferroviario, portuale, bancario, petrolifero e delle telecomunicazioni per i prossimi 25 anni.

L’avvicinamento sino-iraniano mette in luce la diffidenza sempre maggiore di Teheran nei confronti dell’Unione e la debolezza di quest’ultima istituzione, incapace di formulare una politica estera decisa a difesa di un accordo costato 12 anni di negoziati. E il cui fallimento avrà effetti negativi su tutto il Medio Oriente, oltre che sull’immagine dell’Unione europea.

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