Cialtroni-19I leader autoritari e l’uso spregiudicato dei dati del contagio

I numeri dell’infezione si possono facilmente manipolare, ma mentre nei paesi democratici il loro utilizzo rientra nelle normali attività politiche, quando di mezzo ci sono Trump, Xi Jinping, gli ayatollah e Bolsonaro l’impatto del virus diventa uno strumento di propaganda e di governo (che favorisce l’epidemia)

XAVIER GALIANA / AFP

Non è un tema facile, quello di comprendere effettivamente l’impatto del covid nei vari paesi. C’è una differente capacità di fare test che dipende dall’efficienza dei sistemi sanitari; ci sono condizioni oggettive che interagiscono col contagio in modo differente; c’è soprattutto una ridda di possibili classifiche, che possono essere utilizzate dai governi a discrezione per dimostrare una cosa piuttosto che l’altra. Ma diventa sempre più evidente che ci sono anche regimi che intenzionalmente danno dati fasulli.

L’ultimo caso, stando a una denuncia della Bbc, è quello dell’Iran. Secondo il Persian service dell’emittente, i morti al 20 luglio non sarebbero infatti 14.405 come segnalato dal ministero della Sanità, ma almeno 42.000. Il triplo. E i contagi sarebbero 451.024, contro i 278.827 ammessi.

Inoltre il primo decesso ci sarebbe stato già il 22 gennaio, un mese prima della prima morte ufficiale. Le cifre sarebbero state fatte filtrare dall’interno dell’Iran, su iniziativa di persone all’interno del sistema interessate a «far sapere la verità» e a «por fine ai giochi politici» sulla questione.

Da questi leaks si sa anche che Teheran avrebbe avuto 8.120 decessi, e Qom 1.419. Oltre un morto ogni mille abitanti, per la città santa che è stata il primo epicentro del virus in Iran. Il governo ammette che la situazione sta peggiorando, ma di nuovo rispetto alle cifre ufficiali a metà marzo la realtà dei decessi sarebbe stata cinque volte peggio. Secondo gli informatori, le autorità iraniane avrebbero registrato tutti i decessi, ma sistematicamente avrebbero reso noti numeri più bassi. «Il che», secondo la Bbc, «fa pensare che siano stati deliberatamente nascosti».

L’emittente specifica che nei dati sono inclusi dettagli dei ricoveri giornalieri negli ospedali in Iran, inclusi nomi, età, genere, sintomi, data e durata dei periodi trascorsi in ospedale, condizioni. E questi dettagli corrispondono a quelli di alcuni pazienti viventi e deceduti già noti alla Bbc. Secondo gli informatori, sarebbero stati i Servizi del regime a far pressione sul Ministero della Salute, per far ridimensionare i dati. Secondo il New Yorker, i malati negli ospedali avevano iniziato ad arrivare a dicembre, ma il regime avrebbe silenziato l’allarme per impedire una bassa affluenza alle elezioni del 21 febbraio.

Ma non è solo l’Iran. Ripetiamo: vari studi ammettono ufficialmente che i dati ufficiali sono sottostimati. Da un’importante agenzia federale di prevenzione sanitaria, i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), lo scorso 27 giugno hanno ad esempio ammesso ufficialmente che negli Stati Uniti presumibilmente «per ogni caso accertato ci sono dieci persone infette».

Lo ha detto il direttore Robert Redfield, basandosi sui campioni di sangue raccolti a livello nazionale per verificare la presenza di anticorpi. Mentre in Italia una indagine di sieroprevalenza sul virus condotta dal ministero della Salute e Istat dal 25 maggio al 15 luglio stima ora gli italiani entrati in contatto con il virus e che hanno sviluppato una risposta immunitaria al 2,5 per cento della popolazione: 1.482.000 persone, che è circa sei volte la cifra ufficiale.

In questi casi, però, sono organismi ufficiali ad avvertire che i malati sono più di quanto potuto misurare. La prassi opposta di nascondere invece i casi accertati prima ancora che per l’Iran era stata denunciata per la Cina.

A fine marzo, era stato un report segreto della Cia arrivato alla Casa Bianca a denunciare come il governo di Pechino avrebbe fornito intenzionalmente numeri falsi su morti e contagiati. A maggio si è aggiunto il Wall Street Journal con una denuncia su dati tenuti segreti e esperti ostacolati. E a inizio giugno una inchiesta della Associated Press ha rincarato la dose: visto che il governo di Pechino ritardava le informazioni, la Oms lo avrebbe elogiato solo per avere dati. E prima ancora si era saputo dei medici arrestati per aver cercato di dare l’allarme.

A aprile erano stati i Reporter senza frontiere a segnalare che in Turkmenistan, a parte ammettere zero casi, la parola Coronavirus era stata addirittura vietata, e poliziotti in incognito arrestavano chi andava in giro con la mascherina.

E in Nicaragua Carlos Quant, considerato il miglior infettivologo del Paese, fu licenziato dall’ospedale Pedro Calderón Gutiérrez di Managua dopo aver denunciato che mentre il governo ammetteva in tutto 55 morti solo dove lui lavorava erano deceduti quattro medici e un optometrista in 24 ore.

Bloomberg ha poi parlato di dati non credibili anche per Russia, Indonesia, Corea del Nord ed Egitto. Ma dove non ci sono denunce dirette come in Cina, Iran o Nicaragua il semplice raffronto della verosimiglianza basandosi sui dati di Paesi diversi può essere scivoloso. Se spulciamo tra le varie classifiche possibili, ad esempio, ci accorgiamo che come numero di contagiati, ad esempio, ai primi cinque posti stanno in questo momento Stati Uniti, Brasile, India, Russia e Sudafrica.

Come numero di decessi Stati Uniti, Brasile, Messico, Regno Unito e India. Come proporzione di casi sulla popolazione Qatar, Guyana Francese, Bahrein, San Marino e Cile. Come proporzione di decessi sulla popolazione San Marino, Belgio, Regno Unito, Andorra e Spagna. Come proporzione di decessi sui casi Yemen, Regno Unito, Italia, Francia e Belgio.

Appunto basandosi sui quest’ultimo dato Trump ha provato a sostenere che la situazione negli Stati Uniti va benissimo, in una intervista col giornalista di Axios Jonathan Swan che invece gli opponeva tutte le altre cifre, e che è diventata virale.

«Siamo più bassi del resto del mondo» diceva il presidente nell’intervista, che è stata fatta il 28 luglio ed è andata in onda lunedì. «Qua, nel rapporto con la popolazione, gli Stati Uniti stanno andando malissimo, peggio della Corea del Sud, della Germania…», era la risposta. «Non puoi farlo, devi guardare al rapporto con i contagi…». «Perché non posso farlo?». E così via.

Proprio la bassa proporzione di decessi sui casi ha indotto a dubitare non solo sui dati della Russia, ma anche su quelli della Germania o delle monarchie del Golfo. Ma effettivamente in questi casi la differenza potrebbe farla tutta un buon sistema sanitario, con un bon numero di posto di terapia intensiva. La Russia effettivamente induce al dubbio, ma Germania e monarchie petrolifere i soldi li hanno.

Su Covid Economics, “la prima rivista nata per studiare l’economia del covid” creata a Londra dal Centre for Economic Policy, c’è peraltro uno studio di Badar Nadeem Ashraf che si intitola “Socioeconomic conditions, government interventions and health outcomes during covid-19”, e che ha provato a costruire una equazione sul contagio a partire dai differenti fattori.

Secondo lui, ad esempio, le statistiche dimostrano in modo inequivocabile che nei Paesi più piccoli il contagio si sparge di più. Spiega anche che una maggior povertà implica un peggior sistema sanitario e una minor capacità dei governi di imporre i lockdown, ma anche una minore età media che invece abbassa l’impatto della pandemia. Nel confrontare dunque i 14.708 casi e 481 morti per milione di abitanti e i 2,3 morti per 100 casi degli Stati Uniti con le rispettive cifre del Brasile (12.927 casi; 445 morti per milione di abitanti; 3,44 per cento casi) o dell’Italia (4016; 582; 14,17) bisognerebbe considerare sia le dimensioni del Paese che l’età media, prima di valutare dove effettivamente la politica governativa stia funzionando meglio o peggio.

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