Cotechino e cocainaBadare al sodo e inseguire i sogni: il realismo assoluto della capitale morale del Nord

Non è il lavoro e non sono i soldi. Più la fatica, forse, con la consapevolezza di essersi guadagnati ciò che si ha. Edoardo Albinati, in “Desideri deviati” descrive Milano e l’epoca in cui finisce la sobrietà

PAOLO COCCO / AFP

E dire che va famosa per il suo realismo. La città è posseduta fino alle fondamenta da una specie di ossessione per il realismo, per l’ideologia del realismo, il realismo è una superstizione che entusiasma e accende le menti. Sui vapori azzurrini galleggia e scintilla un imponente miraggio: il realismo. Irto di punte e pesante come pietra, eppure veleggia nell’illusione. Si potrebbe quasi dire un realismo mistico tanta è la sua tensione sovrumana. Lo sforzo astratto del realismo, il suo slancio visionario, sì.

Qui non si fanno sogni, non si fanno sconti, non si ciancia a vuoto, non si perde tempo, non si mena il can per l’aia, non ci si balocca, non ci si trastulla, non ci si prende in giro, non si spreca dané, non si vende fumo, non si macina l’acqua, non si fa politica da quattro soldi né la bella vita, non si va a spasso, non si ubriaca il pallone né il mazzo di carte da briscola: ma si bada al sodo.

La ricerca di cosa sia questo sodo a cui badare non si esaurisce nell’identificarlo, banalmente, col denaro, oh, no, sarebbe troppo semplice credere che per gli abitanti di questa città sia il denaro il fondamento di tutto. Il denaro è troppo volatile per poterlo immaginare come il sodo del mondo, ci dev’essere qualcosa di ancora più concreto del denaro. Il realismo diventa allora l’appassionata ricerca di questo zoccolo, di questo minerale in cui è scolpita la città.

La ricerca dell’unico principio assume un colore visionario, come per quei primi filosofi secondo i quali tutto era fuoco, o sospiro, o atomi. L’idea che tutto provenga e ritorni al denaro, che il mondo sia denaro, è soltanto una di queste illuminazioni poetiche, e in effetti in città vivono alcuni poeti-filosofi-magi sfrenatamente visionari.

Sono allucinati veggenti, convinti di agire nel cuore più profondo della realtà anche quando maneggiano solo cifre e formule. La loro altissima confidenza con l’astratto li spinge a esibire con impudenza simboli materiali come macchine di grande cilindrata e amanti discinte e costose (fanno lo stesso i guru di certe sette spirituali) appunto perché sia chiaro, grazie a questo stridente contrasto, che dietro il velo dell’apparenza loro hanno scoperto il sodo.

Ma anche l’uomo con poche lire in tasca bada al sodo, che non è il magro stipendio con cui far quadrare i conti di casa: anche lui ambisce a svelare al di sotto delle menzogne (che qui vengono chiamate “ball”) una crosta di vera e soda realtà.

Non sopporta che gliela cantino preti, politici e attori: fuori la realtà, tiratela fuori, se ce n’avete, come dire in trattoria: ce l’avete l’ossobuco? Servitemelo! esige questo cittadino esemplare, per cui la realtà dev’essere sgombra e onesta come una tovaglia a scacchi.

Egli pratica e pretende dagli altri una sincerità totale, senza rendersi conto che essa è il frutto di semplificazioni come colpi d’accetta, che lo allontanano sempre di più dalla mutevole varietà delle cose verso un totem scolpito di poche massime.

Quando riassume la sua filosofia realistica, per esempio allungando una sberla a un figliolo poco rispettoso, egli ha lavorato a una stilizzazione della realtà tale da portarlo fuori dal tempo e dallo spazio, in un anacronismo assoluto, e altrettanto distante appare infatti agli occhi del figlio che ha incassato il manrovescio.

Insomma, ogni volta che crede di operare praticamente e con buon senso, l’abitante di questa città si mette al servizio di un’idea astratta, leggendaria.

Non deve perciò stupire che negli anni in cui si svolge questa storia, la città del Nord, oltre che capitale del Nord, capitale economica, capitale morale eccetera eccetera, divenne anche capitale della moda.

E le modelle, perlopiù straniere, furono i suoi nuovi simboli.

Accadeva cioè che il profilo cittadino oscillasse, di nuovo, tra immagini di totale praticità e di spreco sontuoso, tra il realismo più terrestre e il sogno sfrenato, producendo uno sfavillante corto circuito tra buon senso e follia, spirito sanguigno ed etereo, miseria e denaro, sopravvivenza e immortalità, cotechino e cocaina: da una parte c’era il ragioniere onesto e laborioso, dall’altra una creatura di favola venuta dal Nord o dall’Ovest o dall’Africa o dall’Est.

Queste specie umane contrapposte e separate si mescolavano nel mondo infero che si nasconde alla città e la tiene insieme, poi riaffioravano dalle uscite della metropolitana e tornavano a separarsi, formicolando nei viali. Ma per qualche fermata avevano costituito insieme un popolo.

Le modelle non erano atterrate a caso nella città settentrionale: in un certo senso, gli abitanti le stavano aspettando da sempre, come i fanatici dei dischi volanti aspettano gli alieni sul terrazzo condominiale, con cannocchiali puntati e striscioni di benvenuto.

Era la stessa natura voracemente pratica della città ad aver creato le condizioni dello sbarco delle creature lunari. Erano stati i soldi a concretizzare i sogni, l’inconfessabile venne confessato, anzi, fu proprio il senso di onnipotenza manageriale dello spirito pratico a convincere che si poteva volare ben più alti della realtà. Lo slogan dell’imprenditoria fu: “tutto è possibile – lavorando”.

da “Desideri deviati. Amore e ragione”, di Edoardo Albinati, Rizzoli, 2020

pubblicato per gentile concessione di Rizzoli, 

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