In scena, ma distantiLa difficile ripartenza dei teatri italiani

Durante il lockdown sono stati ripensati spettacoli, cartelloni, intere stagioni. Adesso anche le opere più importanti vengono rivisitate e adattate per rispettare le norme di sicurezza. L’importante è non far calare il sipario su questi grandi poli culturali delle città, che nel frattempo devono fare i conti con gli effetti della crisi

MIGUEL MEDINA / AFP

Sul palco c’è un Don Giovanni atipico: seduce a distanza, desidera ma non tocca, le sue lusinghe sono parole che non si traducono in gesti. Anche l’opera buffa di Wolfgang Amadeus Mozart si è dovuta piegare alle necessità dettate dal coronavirus.

Al Teatro Massimo di Palermo la lirica è tornata in scena davanti a circa 200 persone, tutte nei palchi e con l’orchestra in platea. «Si può immaginare un seduttore che seduce tante donne a una distanza di oltre un metro?», si chiede il sovrintendente del teatro palermitano Francesco Giambrone. «È stato necessario: i registi hanno reinventato gli spettacoli rendendoli molto diversi da quelli che conoscevamo. E anche questo è di per sé uno sforzo curioso, interessante per il pubblico», dice Giambrone.

Da Palermo a Milano in tutta Italia i teatri si avvicinano alla stagione autunnale nel segno dell’incertezza, con la difficoltà di programmare, di immaginare i cartelloni, di fissare date. La ripresa post-lockdown è iniziata in primavera con i due decreti del 17 maggio e dell’11 giugno che stabilivano le misure per tornare in scena.

A luglio quasi tutti i grandi teatri erano ripartiti, provando soprattutto a portare spettacoli e concerti all’esterno, nelle piazze o nei parchi.

Gli spettacoli all’aperto saranno sempre meno, e quelli al chiuso portano con sé diversi interrogativi. C’è un problema ontologico alla base: l’attività culturale è un’attività di aggregazione, quindi viene stravolta dalle norme sul distanziamento sociale. Vale anche per le mostre, le fiere del libro, i festival estivi.

«Noi a Palermo – dice il sovrintendente Giambrone – ci siamo organizzati con spettacoli che rispettano il distanziamento anche tra gli artisti, opere in forma semiscenica e molti concerti. Bisogna reinventarsi una forma nuova di spettacolo che rispetta i vincoli di salute pubblica». Quelli sono la priorità, il resto si modella di conseguenza.

L’incertezza data dal rischio di un nuovo picco di contagi complica la programmazione. «L’Opera è una macchina complessa – dicono a Linkiesta dalla Scala di Milano – e di solito pianifichiamo su lunghe scadenze, anche tre o quattro anni. Paradossalmente oggi possiamo sapere quello che faremo fra tre o quattro anni, ma non il mese prossimo. E lo stesso vale per gli spettatori: gli spettacoli teatrali si prenotano anche con mesi di anticipo, adesso il botteghino lavora solo su tempi ridotti».

Anche per uno dei teatri più prestigiosi al mondo la ripartenza non è stata semplice. A luglio ci sono stati quattro concerti da camera: il primo segnale di ripartenza, anche per testare le misure di sicurezza, di fronte a non più di 200 spettatori come previsto dai decreti – tutti gli altri in diretta streaming.

Il 4 settembre le note del “Requiem” di Verdi in piazza Duomo in memoria delle vittime, poi replicato nelle chiese di Bergamo e di Brescia. «Il 12 invece – dicono dalla Scala – siamo tornati in teatro con la “Sinfonia n. 9” di Beethoven, con la prima data dedicata al personale sanitario. Il 13 la filarmonica ha tenuto il suo tradizionale concerto in piazza, però rispetto alle solite 40mila persone ce n’erano solo 2.500, ognuna con il suo posto a sedere. Di recente abbiamo ricominciato con il nostro core business, l’Opera. È andata in scena Traviata, in forma di concerto. E riprendiamo a lavorare anche sul ballo: mercoledì c’è stato un gala con Roberto Bolle e Alessandra Ferri, tra gli altri».

La situazione eccezionale per i teatri è anche l’occasione di portare sul palco opere minori, quelle che nella normale amministrazione i grandi teatri non potrebbero permettersi: per il rischio di non avere sufficiente risposta dal pubblico e incassi al botteghino magri. Ma oggi, con le strutture aperte non oltre il 50 per cento della capienza, cambiano i parametri e c’è spazio per tutte.

La parola chiave per i teatri è “flessibilità”, per adattarsi a ogni possibile imprevisto. Lo spiega a Linkiesta Anna Maria Meo Direttrice generale del Teatro Regio di Parma: «Qui si va oltre il concetto di piano B. Quando eravamo in lockdown e non avevamo nessuna certezza abbiamo preparato almeno 4 scenari per la ripresa, poi man mano che la situazione si evolveva, gli scenari invecchiavano e venivano cambiati, e questo capita ancora adesso».

L’importante è non tirare giù il sipario. Qualunque strategia non può prescindere dal tentativo di rimanere aperti, suggerisce la direttrice Meo: «È importantissimo essere attivi, altrimenti il ritorno al teatro si protrarrà oltre la normale ripresa del Paese. Si perderebbe la consuetudine, si perderebbe la necessità di fare attività culturali. Poi le mentirei se dicessi che so esattamente cosa faremo da qui a due settimane o un mese. Noi dobbiamo solo saper reagire, piegarci a quello che le circostanze ci impongono».

Il messaggio della direttrice Meo non riguarda solo l’aspetto di intrattenimento del teatro, ma rientra nel più ampio ruolo di polo culturale di una città. È una dimensione sociale che il direttore generale del Teatro La Pergola di Firenze, Marco Giorgetti, spiega così: «Non si può pensare che un teatro viva soltanto quando apre al pubblico, stiamo parlando del luogo sacro della polis, un luogo di confronto e di riflessione».

Chi gestisce un teatro non lo intende come luogo solo estetico, di mera esibizione. «Abbiamo pensato che nel momento più difficile – dice Giorgetti – il nostro sforzo dovesse andare a fortificare le fondamenta della nostra civiltà, quindi le nuove generazioni. E abbiamo lavorato per aprire i nostri spazi alle scuole. Cosa che abbiamo fatto immediatamente, per la trasmissione del sapere e la formazione dei più giovani».

A cambiare, dall’inizio dell’anno a oggi, è tutto il contesto cittadino. Non tanto e non solo per gli effetti della crisi economica che modifica le priorità delle famiglie, o per la paura dei contagi che spinge verso altre attività. Nei centri città mancano in primo luogo i turisti, soprattutto quelli che arrivano dall’estero.

In Italia è un’assenza che pesa e si sente più o meno ovunque, da Nord a Sud. Ma in alcune città più di altre. Venezia è un caso limite: «Il nostro Comune è particolarmente esposto sul fronte del turismo, è inevitabile e vale per tutti i settori», dice Fortunato Ortombina, sovrintendente del Teatro La Fenice, che aveva una grossa fetta di pubblico straniero.

«Ma il turismo c’era, in misura diversa, in tutta Italia. Allora questa diventa un’opportunità per ripensare il proprio rapporto con il territorio. Un momento per stabilire un nuovo contatto con la propria città. Partendo dal presupposto che oggi nessun teatro può più lavorare ai ritmi di prima», dice Ortombina.

Lo stesso discorso si può replicare anche per La Scala: «Prima della pandemia avevamo circa il 30 per cento di pubblico straniero. Adesso non solo non è immaginabile, ma non sarà così per un altro anno. Inoltre per molti artisti è più difficile spostarsi, venire qui a esibirsi, quindi c’è un ulteriore elemento di difficoltà», dicono dal teatro milanese.

Per tutti i teatri rimodellare le opere secondo le possibilità, reinventarsi, aprire le strutture a capienza ridotta, non basta a colmare i buchi in bilancio. Tutte le fonti contattate da Linkiesta hanno raccontato di una fase pre-covid economicamente positiva, un periodo di crescita che durava da tre, quattro, cinque o anche dieci anni in alcuni casi. Il 2020 però ha stravolto tutto, anche le prospettive future.

Il crollo dei ricavi di quest’anno è stato ammortizzato in un primo momento in due modi: con gli aiuti del governo e con il taglio alle spese dovuto alla chiusura in periodo di lockdown.

Ora si cerca una nuova normalità, che significa rimettere in azione la macchina e tornare ai costi di sempre, ma con ricavi contenuti. Dal Teatro dell’Opera di Roma arriva forse uno degli esempi più chiari per capire l’impatto economico della pandemia.

La premessa suggerita dal sovrintendente Carlo Fuortes è che i 1.400 posti della struttura sono diventati 500 o 600, e possono arrivare a 700 se tutti i palchi si riempiono di congiunti. Ma è difficile: si lavora in media al 40 per cento della capienza.

«Venivamo da un 2019 record, con quasi 15 milioni di euro alla biglietteria. Il trend però era in crescita da anni: nel 2014 incassavamo circa 7 milioni. E quest’anno dovremmo arrivare intorno ai 4», dice il sovrintendente.

Certo, è più facile affrontare la crisi dopo anni di crescita, «ma per tornare a quella spinta e a quei numeri credo che ci vorrà molto tempo, di certo non possiamo saperlo adesso. Non possiamo ragionare solo in termini economici: è tutto in perdita», dice Fuortes.

In alcune voci di bilancio le spese sono addirittura cresciute. Per i costi delle sanificazioni, ad esempio. Il sovrintendente del teatro fiorentino La Pergola, Giorgetti, dice: «Abbiamo calcolato in questa stagione semestrale circa 350mila euro in sanificazione, di cui lo Stato ce ne riconosce sul credito di imposta 60mila euro. Solo che è un investimento indispensabile, inderogabile, per far ripartire il teatro».

L’aiuto del governo è in quei 130 milioni stanziati in aggiunta ai fondi del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo: il meccanismo attraverso il quale il governo italiano fornisce sostegno finanziario a enti, associazioni e imprese del cinema, della musica, della danza e appunto del teatro.

«In Italia nessun teatro vive solo di ricavi propri, se non ci fosse il finanziamento pubblico nessun grande teatro potrebbe sopravvivere. Ma allo stesso tempo nessun teatro potrebbe sopravvivere senza i ricavi propri, quelli fatti al botteghino», dice il sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo Francesco Giambrone.

«Tanti strumenti e ammortizzatori sociali previsti dal governo – prosegue – sono stati fondamentali. Però rimane il problema dell’anno prossimo, con le capienze ancora ridotte, quindi anche i ricavi proporzionalmente inferiori, mentre i costi rischiano di essere gli stessi di sempre. Far quadrare i bilanci nel 2021 sarà difficilissimo per tutti. E confidiamo nel fatto che il governo centrale continui a dimostrarsi sensibile con il mondo della cultura».

Ripartire, per i teatri, è sempre meno un’opzione, sempre più una necessità. Ma è anche un esercizio di ingegneria artistica ed economica complesso, dove di scorciatoie per far quadrare i conti non ce ne sono.

Il prossimo futuro si presenta con spettacoli ripensati ad hoc e con il pubblico distanziato in platea e nei palchi, con tante dirette streaming e la speranza di riuscire trovare un nuovo equilibrio. Quello che manca, al momento, è la certezza che il nuovo equilibrio non cambi all’improvviso, di nuovo.

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