Film CapitaliIl cielo dentro Berlino, dove i muri scompaiono mentre la Storia prende forma

Arriva nelle sale italiane uno dei film più discussi del Festival di Berlino 2020. Si chiama “Undine - Un amore per sempre”, l’ha diretto Christian Petzold ed è una lunga lezione di architettura dedicata alla capitale tedesca. Ma anche, qui sta il suo fascino, una storia sentimentale che si rifà al mito

Nessuno oggi si chiama Undine. È un nome del folklore nordico che abita romanzi e racconti tratti dal mito. Il film di Petzold, che da esso trae ispirazione, è però ambientato ai giorni nostri. Lo sappiamo perché la sua protagonista lavora al Markisches Museum, centro dedicato a Berlino. La città testimonia che c’è qualcosa di vero in questa storia. Anche quel nome, che tutti pronunciano come fosse comune. I palazzi, che vediamo riprodotti nei modellini del museo, ci dicono che nel guazzabuglio di architetture varie trova posto la mitologia. Dei quattro personaggi protagonisti, Undine è l’unica con un cognome: Wibeau. A sua volta tratto da un romanzo tedesco del 1976, “I nuovi dolori del giovane W.” di Ulrich Plenzdorf. Undine è un’entità composita, contraddittoria come il film che la racconta. Riassumendo è una storia d’amore, ma intessuta di simbolismi e atmosfere hitchcockiane di un fascino pretenzioso.

Prendiamo Berlino. Petzold non si accontenta di alternare la città alle vicende. Troppo facile. Dai primi minuti siamo invece invitati a Kollnische Strasse 3, dove davanti a quattro giganteschi plastici Undine racconta la città. La scena arriva dopo che Undine è stata lasciata dall’uomo che le aveva promesso amore eterno. Ma anche un attimo prima dell’incontro con Christoph, il sommozzatore di cui si innamorerà. La città è un’intercapedine nel mito. La vicenda romantica, addobbata di un realismo magico che cattura lo spettatore, viene messa in pausa. Sono quasi trenta i minuti che lungo il film vengono adibiti al racconto di Berlino, li abbiamo contati. Se non fosse per il titolo, e l’ottima interpretazione di Paula Beer, la città potrebbe essere protagonista. Perché l’architettura dà struttura al film. Il muro, che appare e scompare nei modellini del museo, divide «autoritratti idealizzati», società in mattoni. Ma il più grande dei plastici non si vede. È un modello tattile a disposizione dei visitatori ipovedenti. Undine sottolinea come nemmeno questo riesca a riproporre l’estensione della città.

Scopriamo che Berlino significa “luogo asciutto tra le paludi”. La chiamano la Venezia del nord, per via dei numerosi ponti che uniscono tradizioni prussiane e idee socialiste. Quando Undine chiede dove è nata la città indica il ponte Mühlendamm, sopra il fiume Sprea. Verrebbe da prendere appunti. Ma la lezione finisce e il film riprende. Un acquario si rompe, Undine conosce Christoph, un pesce gigante la porta via e le vicende di coppia si fanno sempre più strane.

La città non scompare. «È un luogo senza folklore – ha affermato Christian Petzold – affogata da un neoliberismo» che ne confonde i lineamenti. Come Undine, crede che la forma di un palazzo dovrebbe seguire la sua funzione. Un’idea impossibile, nell’arredamento come nei film. Undine stessa ricorda che nel centro di Berlino sorge un museo costruito nel ventunesimo secolo ma con le fattezze del diciottesimo. È il Humboldt forum, un tempo situato al confine ovest e poi ritrovatosi a occupare il centro della città.

I cambiamenti storici specchiano le vicende in primo piano. La forma segue la funzione e la città è raccontata come in una leggenda. Non vediamo mai Berlino dall’alto, se non nei plastici che la svelano instabile, obbligata a diventare sempre altro. È come Undine, che da mito appare reale e dal balcone di Christoph gioca a raccontare la città davanti ai grandi appartamenti che ne ostruiscono la vista.