SurvivorCucinare nei boschi è la nuova moda degli Instagrammer

Bistecche che rosolano sopra a un falò, forme di pane che cuociono sotto le fronde degli alberi, risotti mantecati alle erbe di campo. La passione per il cibo naturale ha fatto il suo tempo. Adesso la sfida si sposta all’aperto con le tecniche di outdoor cooking ispirate al passato

Su Instagram l’hashtag “wild food”, cibo selvatico, supera i 400mila post.
Se si digita “outdoor cooking” scorrono immagini di uomini tatuati che cuociono padellate di uova e verdure su un falò oppure abbrustoliscono sulla brace cosce di pollo e spiedini succulenti. In uno dei video un cuoco giapponese lava le verdure nell’acqua del torrente, le salta in un wok sopra la fiamma viva e le mangia seduta stante. Nelle foto la vegetazione è fitta, nessuna connessione Wi-fi, il mondo esterno è silenziato. Solo verde e natura. L’atmosfera è friluftsliv, termine norvegese che si traduce con vivere felici all’aria aperta, in equilibrio tra corpo, mente e natura.

Cucinare e mangiare immersi in un bosco può essere un’esperienza appagante a patto che ci siano le condizioni adatte. Non sempre è possibile accendere un falò (nelle riserve naturali ad esempio non è consentito) e anche quando è possibile servono molta prudenza e buon senso. È sempre necessario informarsi sulle disposizioni che riguardano la zona in cui si vorrebbe accendere un fuoco. Se la legge lo consente, e fatte salve le raccomandazioni di buon senso, allora mangiare in quota, magari dopo una mattinata passata a camminare sui sentieri, è un piacere assoluto.

Nulla di nuovo per Samanta Cornaviera, appassionata di outdoor cooking e di montagna, una cuciniera in cammino che ha imparato a sommare felicemente le sue passioni. «Ho iniziato acquistando su Amazon un piccolo fornelletto pieghevole e adesso ne ho ben tre! Cucinare in mezzo alla natura è un’esperienza autentica che appaga tutti i sensi ma certamente non va improvvisata. Le mie regole sono ferree: sempre e solo nel luogo adatto, vicino a un torrente, in una radura aperta senza alberi troppo vicini, evitando i terreni troppo secchi; una scorta di acqua a portata di mano; mai più di tre, quattro persone, perché per motivi logistici è difficile gestire tavolate più grandi; si cucina una sola ricetta, pensata in anticipo.

Siccome preferisco usare la legna, mentre si cammina per raggiungere il posto si raccolgono i rametti che serviranno ad accendere il fuoco. Non ne serve una gran quantità. Poi con l’esperienza impari cosa ti può dare il bosco: legna aromatica, ad esempio, che aggiungerà un sapore particolare ai cibi, ma anche radici, tuberi, erbe e fiori commestibili, oltre ovviamente a funghi e castagne.

A volte il vento può creare qualche problema ma si può costruire una barriera accatastando qualche pietra. Io ho risolto con un piccolo paravento portatile molto leggero. Ovviamente la cottura non va mai persa di vista». Ed è proprio questo il bello, ritornare a fare una cosa alla volta. Tenere d’occhio la fiamma e ascoltare lo sfrigolio nella padella, completamente immersi in quello che si sta facendo. Un modo di cucinare analogico che apre la strada verso la mindfullness.

Continua Cornaviera: «Bisogna essere un po’ zen, portare solo ciò che serve senza dimenticare i piccoli utensili che possono tornare utili: un coltello, un cucchiaio, condimenti, sale, un coperchio ma io di solito utilizzo carta stagnola, che è più leggera. Nello zaino, per ragioni di spazio e di peso, è ammessa una sola pentola, io di solito uso un wok; attenzione che il fondo rimarrà nero, meglio destinarne una a questo tipo di cottura e usare sempre quella. È utile avere una teiera per assicurarsi una scorta di acqua sempre calda. Meglio pretagliare gli ingredienti che andranno aggiunti in cottura, così da averli già pronti. Nulla che con un minimo di organizzazione e di esperienza non si possa fare.

In mezzo ai boschi ho cucinato piatti di pasta, costolette d’agnello marinate, una volta anche uno spezzatino con patate perché volevo cimentarmi con una cottura lunga. Se devo preparare un primo, ad esempio, inizio facendo scaldare l’acqua, poi salto il condimento, quindi aggiungo la pasta e continuo la cottura aggiungendo l’acqua calda poco per volta. E, per finire in bellezza, un buon caffè. Io sono riuscita a prepararlo anche sulle tre cime di Lavaredo».

Poi c’è il livello pro, popolato di gente che in mezzo ai boschi è in grado di cuocere anche il pane. Matteo Festo, autore del volume Lievitazioni naturali dedicato all’arte della panificazione, pubblica su Instagram dettagli delle sue escursioni nella natura che terminano spesso con un piccolo falò. Le sue avventure sono seguite da oltre 60mila follower. Festo si diletta anche con l’arte dell’intaglio del legno e fabbrica da sé piccoli utensili come ciotole, mestoli e cucchiai. Un po’ nello stile survivor come insegna la nuova bibbia del cibo duro e puro, scritta da Ray Mears, autore e conduttore televisivo inglese. Wilderness Chef è pieno di idee per creare spiedini e griglie con materiali primitivi, costruire forni e fosse di brace per cuocere il pescato.

 

«Per alcune di queste tecniche non servono neanche pentole e padelle, basta avere delle pietre incandescenti da usare come piastra», spiega lo chef Franco Aliberti che recentemente si è cimentato in una ricetta davvero particolare, la trota in volo, cucinata a bordo di una mongolfiera. È bastato un fornelletto da campeggio alimentato a gas e delle pietre: «Non è stata neanche la prima volta – confessa – ho utilizzato la tecnica di cottura “al sasso” anche nel mio ristorante a Milano». Il pesce arriva al tavolo nel suo letto di pietre calde ed erbe aromatiche, restituendo l’impressione di gustare il profumo del suo habitat naturale.

Se sembra tutto troppo estremo, il segreto è procedere per gradi successivi di difficoltà, esattamente come si fa in montagna. Per un primo approccio alla cucina en plein air si possono provare ricette super basiche, come minestre liofilizzate, cous cous o polente istantanee da portare a cottura con la sola aggiunta di acqua bollente. La fiamma dei fornelletti da campeggio a gas è più facile da gestire rispetto alla legna ma bisogna tener presente il peso della bombola.

Qualsiasi strada si scelga, la regola comune per tutti è che una volta finito si lasci il bosco esattamente come lo si è trovato, senza traccia del nostro passaggio.

C’è poi una cottura ancora più sicura che si fa sfruttando il sole, il bello di godersi un piatto 100% naturale realizzato senza carburanti fossili. Attraverso una parabola, i raggi si concentrano sulla pentola generando calore fino a 220°C. Una tecnica antichissima – secondo la leggenda Archimede utilizzò lo stesso principio per incendiare le navi nemiche salvando la città di Siracusa dall’assedio – che consente tutte le tipologie di cottura, dallo spiedo alla bollitura. L’unica condizione è che il cielo sia sereno e il sole splenda. La cucina solare si può comprare oppure costruire da soli seguendo le istruzioni di chi l’ha già fatto.

Per ottenere il massimo rendimento ogni 20/25 minuti la parabola va riorientata per compensare l’effetto della rotazione terrestre. L’allineamento è semplice grazie alla presenza di un puntatore. I tempi di cottura sono leggermente più lunghi del consueto, circa 20/30 minuti in più, come succede quando si preriscalda il forno di casa. Altra accortezza: i contenitori devono essere di colore scuro (quelli in acciaio inox riflettono i raggi vanificando parte del risultato). Diversamente dai fornelletti da campeggio, facili da spostare, la cucina solare vuole uno spazio dedicato, un piccolo giardino dove installarla. A tutto il resto penserà il sole. L’effetto wild è garantito.

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