Isole e muriIn Sicilia non brilla la stella di Davide

Rapporti secolari legano la civiltà sicula a quella giudaica. Ma l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane chiede di fare il punto su un protocollo d’intesa firmato nel 2005 e rimasto lettera morta nell’indifferenza generale della politica (in particolare di un assessore leghista di estrema destra)

L’antichissimo legame che unisce la Sicilia e l’ebraismo ha radici profonde e tracce incancellabili. Un rapporto interrotto a fasi alterne ma sempre imposte da poteri lontani dall’isola e mai dalla popolazione, che ha sempre manifestato la millenaria propensione all’accoglienza che le è propria.

Fu così nel 1492 quando, con l’editto dell’Alhambra del 31 marzo, si dispose che gli ebrei fossero cacciati dalla Spagna e da tutti i possedimenti nel Mediterraneo: Isole Baleari, Sardegna e Sicilia. Periodicamente furono ovunque oggetto di persecuzioni, dell’accusa di essere untori e bersaglio di pogrom sanguinosi, nell’indifferenza della Chiesa Cattolica, nel cui rito, sino a prima del Concilio Vaticano II, era presente l’espressione «preghiamo per i perfidi giudei» e ancora era lontano l’abbraccio storico tra Giovanni Paolo II e il rabbino capo Elio Toaff nella Grande Sinagoga di Roma, il 13 aprile del 1986.

Molti hanno ascritto alla cacciata del 1492 alcune delle radici del mancato sviluppo della Sicilia, privata di brillanti ingegni espressi in ogni campo, come dimostrato dal successivo insediamento nell’800, di alcune famiglie di imprenditori quali gli Jung, gli Hoffmann e gli Ahrens. Di questi ultimi la scrittrice Agata Bazzi ha tracciato un grande affresco nel libro “La luce è là”, pubblicato da Mondadori nel 2019. Una saga familiare tra i “Buddenbrooks” di Thomas Mann e “Il Giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, ma ambientata alle falde del Monte Pellegrino.

Tra le due guerre e fino all’emanazione delle leggi razziali del 1938, a Palermo fioriva una prospera e operosa comunità ebraica: Elia Ovazza, l’ingegnere piemontese che costruì le ferrovie siciliane e organizzò la facoltà di ingegneria di Palermo, padre di Mario Ovazza, militante comunista che elettrificò le campagne e costruì le dighe e combatté la mafia dei Nebrodi. Giuseppe Levi, docente di due premi Nobel, e la figlia Natalia Levi Ginzburg, che nacque proprio a Palermo, e poi i famosi medici Maurizio Ascoli, Luigi Philipson, Leopoldo Beretvas, il fisico Emilio Segre che divenne professore ordinario nell’Università del capoluogo dell’isola nel 1936 e ne sarebbe stato epurato mentre si trovava all’Università di Berkeley, negli Stati Uniti, dove restò sino alla morte.

Su tali vicende sono stati scritti migliaia di libri, prodotti centinaia di film, contrapposte posizioni di storici e di negazionisti. Molte di queste ultime fanno parte oggi dell’armamentario ideologico in paesi sovranisti membri dell’Unione Europea e trovano, anche tra i più giovani, convinti sostenitori e violenti apologeti.

Oggi si manifestano due diversi atteggiamenti polarizzati da un lato nell’enorme popolarità della senatrice a vita Liliana Segre, nominata dal siciliano Sergio Mattarella nel 2018, la cui testimonianza diretta della Shoah è accolta con entusiasmo da migliaia di studenti in ogni parte d’Italia e, dall’altro, i rigurgiti negazionisti e neonazisti che filtrano copiosi tra le pliche intestinali della destra italiana.

In Sicilia il presidente Nello Musumeci e l’assessorato alla cultura e all’identità siciliana, retto ad interim per un anno dopo la scomparsa del compianto Sebastiano Tusa, sembrano avere ingaggiato un duello a colpi di fioretto con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) con la quale fu sottoscritto nel 2005 dal governo Cuffaro un protocollo d’intesa volto a favorire «la tutela dei beni e delle tradizioni culturali ebraiche: censimento dei beni artistici e monumentali ebraici, in collaborazione con le soprintendenze regionali; corsi dì cultura ebraica, in collaborazione con università ed altre istituzioni culturali locali, istituzione di un itinerario turistico ebraico; collaborazione con i musei regionali, al fine di esporre i pezzi riferibili al passato ebraico della Regione; collaborazione per lìistituzione di un museo ebraico in Palermo».

Dal fioretto si è passati alla sciabola e il fendente di questi giorni da parte del professor Nicolò Bucaria – già research fellow presso lo Albright Institute of Archaeological Research di Gerusalemme, collaboratore dell’Istituto di storia degli ebrei dell’università di Treviri in Germania, curatore della mostra della regione siciliana “Ebrei e Sicilia” e referente per la Sicilia della Fondazione per i beni culturali ebraici in Italia – è di quelli che lasciano una cicatrice permanente.

Si chiede a gran voce che nell’imminenza della celebrazione della Giornata europea della cultura ebraica, il 6 settembre, cui partecipano cinque località siciliane su oltre 90 della penisola italiana, sia giunto il momento di fare il punto sui rapporti tra Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) e regione siciliana a 15 anni dalla firma di un protocollo d’intesa rimasto lettera morta.

L’UCEI ha sempre risposto puntualmente alle domande di intervento sempre più numerose mediante l’invio di rabbini, rappresentanti ed esperti alle manifestazioni locali a sfondo culturale e alla richiesta di conversioni all’ebraismo che negli ultimi anni hanno visto un crescente numero di candidati siciliani. D’altra parte è stata ferma nel condannare gli abusi da parte di persone che senza possederne il titolo si presentavano come rabbini o presidenti di una comunità ebraica inesistente chiedendo sovvenzioni pubbliche per aprire sinagoghe o avviare progetti interessanti la religione ebraica.

Nonostante avversità politiche e le inefficienze istituzionali, l’UCEI non ha smesso di adoperarsi per la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali ebraici in Sicilia. Nel 2019 ha iniziato a catalogare i manufatti ebraici nei musei siciliani. La Fondazione per i beni culturali ebraici in Italia, che attraverso il ministero dei Beni e delle Attività Culturali ha trovato nel resto d’Italia la massima collaborazione, ha scritto lo scorso aprile 2020 una lettera al presidente Musumeci rimasta finora senza risposta. La necessaria collaborazione a tale progetto è stata sollecitata ai musei regionali con una nota del dirigente generale dell’assessorato ai beni culturali Sergio Alessandro con riscontri risibili. Un altro frutto avvelenato dell’autonomia siciliana?

Solo due musei hanno risposto mentre gli altri si rifiutano di inviare le fotografie e le informazioni richieste, come ad esempio i musei di Gela, Agrigento Catania e Messina. La situazione appare davvero sconfortante. Da un lato l’UCEI offre su un piatto d’argento alla regione siciliana un catalogo che il Centro regionale del catalogo non si è mai sognato di realizzare, dall’altro la regione non si degna neanche di rispondere. Lo stesso vale per gli itinerari ebraici che grazie all’opera dell’European Association for the preservation and promotion of Jewish Culture and Heritage (AEPJ) stanno conoscendo un grande successo in tutta Europa. La lettera della presidente Noemi Di Segni al presidente Musumeci in veste di assessore regionale ai beni culturali intesa ad aprire un tavolo con l’UCEI sulla base del protocollo d’intesa del 2005 non ha mai ricevuto risposta.

Insomma, gli Ebrei, che di recinti e muri capiscono, e tanto, ne denunciano ora uno, inquietante, di gomma ma non per questo meno impenetrabile di quello del pianto nella Spianata delle Moschee a Gerusalemme. A consolidarlo, secondo l’UCEI, sembra essere stato il neo assessore alla cultura e all’identità siciliana, Alberto Samonà, in quota Lega di Matteo Salvini, balzato agli onori della cronaca per le rivelazioni circa alcuni versi giovanili, che celebravano l’epos misticheggiante ed esoterico del nazismo e le gesta delle famigerate Schutzstaffel.

Immediata la difesa di Samonà, che in un’intervista rilasciata il 12 giugno del 2020 ad Antonio Fraschilla sulla Repubblica ha dichiarato: «Se la comunità ebraica è irritata, chiedo scusa, ci mancherebbe – dice l’assessore –  per me il nazismo è stato un orrore della storia, come il comunismo. Quella mia poesia? Avevo vent’anni in meno, non sono quello di allora. Anzi, undici anni fa presi parte a un convegno a Milano, c’era anche Dario Fo, contro lo smantellamento del memoriale italiano ad Auschwitz. Delle Chiaie? È morto, non è una questione di stima. Appartiene, come altri, ad anni ormai sepolti. L’Italia dovrebbe uscire dai veleni e dall’odio reciproco».

A quanto pare, non è stato sufficientemente convincente se la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e quella della Comunità ebraica di Napoli Lydia Schapirer, la cui giurisdizione si estende anche alla realtà siciliana, hanno sentito l’esigenza di dichiarare due giorni dopo a Salvo Toscano per il Corriere della Sera quanto segue: «Il neo assessore regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana, Alberto Samonà, fan in gioventù delle SS, sostiene di essere cambiato. Che i versi che vent’anni fa scrisse in onore delle squadre della morte naziste appartengono a un passato che più non gli appartiene. Qualche dubbio ci permettiamo di nutrirlo, anche in considerazione di più recenti frequentazioni e iniziative».

«Resta però un fatto – proseguono le due esponenti dell’UCEI – ed è essenziale che venga colto. Non è alla Comunità ebraica soltanto che deve delle scuse. Ma è all’Italia intera. Perché fascismo e nazismo sono offese all’umanità tutta, senza distinzione di etnia, identità, religione. Fin quando nel nostro Paese non si diffonderà una piena consapevolezza di questo elementare concetto sarà molto difficile fare davvero i conti col passato. E molte continueranno ad essere le ambiguità e zone d’ombra».

«A tutt’oggi – assicura telefonicamente da Istanbul il professor Nicolò Bucaria – nessun segnale concreto è pervenuto e, a un giorno dal 6 settembre, la collaborazione prevista è ancora sulla carta e la situazione permane immutata».

Una brutta storia, insomma, iniziata oltre cinquecento anni fa e che sembra emergere dalla cloaca del passato, pur sotto mutate e più sottili modalità. Su di essa si gioca davanti al mondo la credibilità del governo siciliano, che si auspica passi dalle scuse formali e di circostanza del proprio discusso assessore alle scelte politiche conseguenti, ai comportamenti collaborativi e al rispetto degli impegni istituzionali assunti dai predecessori che firmarono e hanno mantenuto il protocollo d’intesa del 2005 già citato o, in alternativa, assumendo la responsabilità davanti a tutto il Paese di annullare il medesimo.

«Pacta servanda sunt» non è scritto in aramaico nel Talmud, ma in un latino comprensibile ai più, in tutti i manuali di diritto civile e internazionale e, nella Sicilia che non ha vissuto l’esperienza catartica della Resistenza, non è solo un obbligo giuridico ma anche e soprattutto un dovere morale e mai abbastanza risarcitorio.

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