Il corpo è mioEmily Ratajkowski spiega cosa vuol dire perdere il controllo della propria immagine

La modella e attrice americana racconta, su The Cut, l’abuso continuo di venire spossessata della propria figura. Un mondo basato sulla manipolazione e sulla violenza (anche sessuale, e ne parla) che segue la faglia della antica divisione uomo-donna

Afp

Cosa vuol dire perdere il controllo della propria immagine? Non avere né idea né diritti sulle fotografie di se stessi, addirittura vederle circolare nella selva di internet senza poter intervenire – e senza che la legge possa garantire un aiuto efficace? È quello che racconta la modella e attrice americana Emily Ratajkowski in un suo intervento (forse l’articolo migliore della settimana?) su The Cut: “Ricomprare me stessa. Quand’è che una modella possiede la sua stessa immagine?”.

La risposta, sembra di capire, è mai. Il pezzo comincia con una disavventura recente: una richiesta di risarcimento ai suoi danni da parte di un fotografo. Si capisce subito che è una situazione dai contorni assurdi, «ero stata denunciata per avere postato su Instagram una foto di me scattata da un paparazzo. Il giorno dopo scoprii dal mio avvocato che, nonostante fossi il soggetto non volontario della fotografia, non avevo nessun controllo su quello che era avvenuto».

Sopratutto, le regole non stavano dalla sua parte.

È il primo esempio, più recente e forse meno grave, di una serie di abusi, prepotenze, furbizie ai suoi danni che ha subito negli anni, da quando aveva cominciato la carriera di modella. Una scelta dettata più che da una vocazione, dalle opportunità di guadagno che prometteva – ben superiori a quelle di chi fa il cameriere, nota. Ma che ha un lato oscuro di cui, negli anni ha imparato a conoscere gli effetti.

«Dal 2013, dopo che sono apparsa in un video musicale diventato virale, ci sono paparazzi che mi spiano davanti alla porta di casa. Ormai mi sono abituata a vedere omaccioni che appaiono all’improvviso tra le macchine, o che saltano fuori da ogni angolo, con buchi neri di vetro al posto delle facce. Ho postato quella fotografia di me su Instagram perché mi piaceva e raccontava molto della mia relazione con i paparazzi. E ora ricevevo una richiesta di risarcimento. Ho cominciato ad avere più familiarità a vedermi attraverso la loro lente che allo specchio».

Non è semplice immaginare di non avere più il possesso di se stessi. Anche perché il problema non riguarda solo i tentativi, per metà truffaldini, di fotografi che cercano di sbarcare il lunario. È tutto un mondo, un sistema, uno modo di pensare e di relazionarsi con la realtà. E che coinvolge anche grandi nomi dell’arte.

Il secondo esempio riguarda proprio gli “Instagram Paintings” di Richard Prince, artista di livello, dall’ispirazione warholiana e, a quanto pare, poco coinvolto dalle dinamiche del diritto d’autore. La sua esposizione del 2014 era composta da immagini tratte da Instagram (persone più o meno famose) e stampate, con l’aggiunta di una sua didascalia. «Tutti – scrive Emily Ratajkowski – soprattutto il mio fidanzato di allora, mi facevano sentire come se dovessi essere onorata di essere stata inclusa nella serie. Richard Prince è un artista importante e l’implicazione era che dovevo sentirmi grata nei suoi confronti per avere considerato una mia immagine degna di un dipinto».

Eppure anche Prince, nonostante la sua fama, aveva preso due sue immagini dal feed di Instagram (senza permesso), le aveva trasformate in una sua opera d’arte e poi le aveva messe in vendita: 80mila dollari al pezzo. E il fidanzato le voleva pure comprare: «Mi sembrava strano che lu, o io, dovessimo ricomprare una fotografia di me stessa, soprattutto una che avevo postato su Instagram, che fino a quel momento mi era sembrato l’unico luogo in cui potessi controllare il modo in cui mi presento al mondo, uno scrigno di autonomia. Se avesse voluto vedere le mie fotografie ogni giorno, mi bastava andare lì».

Anche quella storia non finì bene: non poter controllare la propria immagine, e al tempo stesso vivere proprio grazie ai guadagni che la propria immagine fa avere, significa vivere sempre in una posizione di debolezza. Emily Ratajkowski è stata esposta a ricatti (per riavere il lavoro preparatorio del quadro di Prince dal suo ex ha dovuto pagare), al revenge porn (le cui conseguenze, in termini di stress fisico, sono state pesanti), a una sensazione di spossessamento. Anzi, a una realtà di spossessamento: «Come ha scritto Rebecca Solnit sul messaggio implicito nel revenge porn, “Pensavi di essere una mente, invece sei un corpo. Pensavi di avere una vita pubblica, invece quella privata è qui per sabotarti. Pensavi di avere potere, per cui adesso ti distruggiamo”».

A conti fatti, il problema è lì: un incrocio perverso di forze e debolezze, che seguono le antiche faglie maschiliste tra uomo e donna. Non a caso gli esempi citati sono tutti abusi commessi da uomini, fotografi e artisti, mentre il mondo del diritto continua a tacere.

Alla violenza del furto di immagine – che diventa, in fondo, una sorta di furto di identità – si aggiunge quella fisica.

In coda al pezzo Emily Ratajkowski ricorda la sinistra sessione di shooting per il fotografo Jonathan Leder, che culmina in una aggressione sessuale. Il racconto descrive bene le varie situazioni psicologiche, dalla timidezza iniziale all’ansia di fare una buona impressione, un fluttuare di orgoglio e vergogna, di paura e coraggio, di manipolazione e violenza. È una storia brutta che, purtroppo per lei, tornerà a galla negli anni successivi, dopo che ha raggiunto la notorietà. È a quel punto che il fotografo pubblicherà tre volumi di scatti – tutti quelli che aveva fatto durante quella sessione – senza nessun permesso (l’autorizzazione a detenere i diritti su tutti gli scatti era stata firmata dall’agente di allora, o forse la firma era stata contraffatta?).

Nessuna battaglia legale avrebbe potuto bloccare la vendita e la fama di quei volumi e di quelle fotografie. L’unica cosa che le rimane, di fronte a un mondo selvaggio – reso ancora più selvaggio dalla giungla di Internet – è aspettare e cercare nuove vie per riappropriarsi di se stessa. E allora proprio la scrittura del pezzo, con la sua denuncia, i ricordi e – cosa fondamentale – l’imposizione del proprio punto di vista, della propria voce, a contrastare lo sguardo sul corpo, è il senso di questa operazione.

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